Oggi in libreria “The it girl” Una ragazza speciale

Bestseller del New York Times
«La nuova Agatha Christie.»
Un grande thriller
April Clarke-Cliveden è stata la prima persona che Hannah Jones ha incontrato una volta arrivata a Oxford.

Vivace, brillante, a volte volubile ma incredibilmente popolare, ha rapidamente trascinato Hannah nella sua orbita magnetica. Insieme, durante il primo semestre, hanno fatto conoscenze che ben presto si sono trasformate in solide amicizie: April, Hannah, Will, Hugh, Ryan ed Emily sono diventati inseparabili. Ma, alla fine dell’anno, April è morta.
Sono passati dieci anni da allora. Hannah e Will aspettano il loro primo figlio e l’uomo condannato per l’omicidio di April, John Neville – ex custode di Oxford –, è morto in prigione. Hannah comincia a sperare di essersi finalmente lasciata il doloroso passato alle spalle, ma un giovane giornalista si presenta alla sua porta con nuove prove che sembrano riaprire il caso, facendola ripiombare nell’incubo.
Decisa a scoprire cosa è successo davvero ad April tanti anni prima, Hannah si rimette in contatto con i suoi vecchi amici. La verità che la attende va oltre ogni possibile imma­ginazione.
Il romanzo record di vendite dalla maestra del thriller inglese
Oltre 6 milioni di copie vendute
Tradotta in 44 lingue

«Il miglior libro mai scritto da Ruth Ware.»
The Wall Street Journal
«Grazie al cielo c’è Ruth Ware, una scrittrice di gialli che padroneggia gli elementi tipici dei classici – è stata paragonata ad Agatha Christie, legittimamente – rielaborandoli per il lettore moderno.»
The Independent
«Ruth Ware dà vita a trame piene di segreti ed enigmi che animano i suoi thriller psicologici di successo internazionale. Una maestra della suspense.»
Publishers Weekly
«Un’eccellente caratterizzazione dei personaggi.»
The Guardian
«Ruth Ware è una maestra.»
The Washington Post

A Meriel, la migliore delle migliori amiche

PRIMA

Era la porta che avrebbe ricordato in seguito.«Era aperta», continuava a ripetere alla polizia. «Avrei dovuto capire che qualcosa non andava».

Sarebbe stata in grado di ripercorrere ogni singolo passo del suo tragitto di ritorno dalla Sala Grande: la ghiaia che scricchiolava sotto i suoi passi mentre tagliava per il Cortile Vecchio, il passaggio sotto il Cherwell Arch, la scorciatoia vietata attraverso l’oscurità del Giardino degli Accademici, a passo leggero sul prato proibito bagnato di rugiada. Oxford non aveva bisogno di cartelli con la scritta NON CALPESTARE L’ERBA: quel prato era la riserva naturale di docenti e allievi da oltre duecento anni, e non era necessario ricordarlo agli studenti.

Poi aveva oltrepassato gli Alloggi del Rettore e percorso il sentiero che costeggiava il Cortile Nuovo (ormai prossimo ai quattrocento anni di età, ma comunque un secolo circa più recente del Cortile Vecchio).

Quindi aveva preso la scalinata VII, quattro rampe di gradini di pietra usurati, su fino in cima, dove lei e April dormivano, sulla sinistra del pianerottolo, di fronte alle stanze del dottor Myers.

La porta del dottor Myers era chiusa, come sempre. Ma l’altra, la sua, era aperta. Era l’ultima cosa che ricordava. Avrebbe dovuto capire che qualcosa non andava.

Ma non nutrì il benché minimo sospetto.

Venne a sapere cos’era successo soltanto dai racconti degli altri. Le sue urla. Hugh che la seguiva su per le scale, due gradini alla volta. Il corpo abbandonato di April disteso sul tappeto davanti al caminetto, in una posa quasi teatrale, nelle fotografie che le vennero mostrate in seguito.

Ma lei non riusciva a ricordare nulla di tutto ciò. Era come se il suo cervello avesse bloccato quel ricordo, l’avesse escluso, come un bug nella memoria di un computer: “file corrrotto”. E nessuna delle pazienti domande della polizia era riuscita ad avvicinarla a quei momenti più di quanto già non fosse.

Solo qualche volta, nel cuore della notte, si sveglia con un’immagine davanti agli occhi, un’immagine diversa dalle Polaroid sgranate scattate dal fotografo della polizia, con i cartellini scrupolosamente posizionati accanto alle prove e la cruda luce dei riflettori a illuminarla. In quell’immagine, le lampade gettano una luca fioca e le guance di April sono ancora colorite dall’ultimo guizzo di vita. Si vede mentre attraversa la stanza di corsa, inciampa nel tappeto e cade in ginocchio accanto al corpo di April, e poi sente le urla.

Non sa mai con certezza se sia un ricordo o un incubo, o magari una combinazione delle due cose.

Ma, a prescindere da quale sia la verità, April non c’è più.

DOPO

«Diciassette sterline e novantotto», dice Hannah. La donna in piedi di fronte a lei annuisce senza prestare molta attenzione e le porge la carta di credito oltre il bancone. «Contactless?».

L’altra non risponde subito; sta cercando di convincere la figlia di quattro anni a smettere di giocare con le gomme dell’espositore della cancelleria. Quando Hannah ripete la domanda, però, risponde: «Oh, certo».

Hannah tiene la carta premuta sul dispositivo finché non sente un segnale acustico, quindi porge i libri al di là del bancone insieme allo scontrino. Il GruffalòThe New Baby e There’s a House Inside My Mummy. Un fratellino o una sorellina in arrivo? Hannah incrocia lo sguardo della bambina che sta giocando con la cancelleria e le rivolge un sorriso complice.

La piccola si blocca di colpo e poi, all’improvviso, ricambia il sorriso. Hannah vorrebbe chiederle come si chiama, ma sa bene che, così facendo, oltrepasserebbe il limite.

Si rivolge invece alla cliente.

«Vuole una busta? Oppure abbiamo queste bellissime borse di tela a due sterline». Indica dietro il bancone una pila di borse, ciascuna impreziosita dal grazioso logo di Tall Tales: un mucchio di libri in equilibrio precario che riproduce il nome del negozio.

«No, grazie», replica seccamente la donna. Infila i libri nella borsa a tracolla e, afferrando la mano della figlia, la porta fuori dal negozio. Una gomma a forma di pinguino cade a terra mentre se ne vanno. «Smettila», la sente dire Hannah mentre attraversano le porte di vetro vittoriane, facendo suonare il campanello. «Oggi mi hai proprio stufato».

Hannah le guarda scomparire lungo la strada – la bambina, ora in lacrime, si sta facendo trascinare dalla madre – e si porta una mano alla pancia. La sola forma è sufficiente a rassicurarla: dura, rotonda e stranamente insolita, come se avesse ingoiato un pallone da calcio.

I libri per neogenitori usano metafore alimentari. Una nocciolina. Una prugna. Un limone. «È come Il piccolo bruco Maisazio per genitori», aveva commentato Will, decisamente perplesso, quando aveva letto il capitolo dedicato al primo trimestre. La metafora alimentare di quella settimana doveva essere un mango, se ricorda bene. O forse una melagrana. Will le aveva portato un avocado quando era entrata nella sedicesima settimana, una specie di regalo scherzoso per segnare quel traguardo: gliel’aveva servito a letto, tagliato a metà con un cucchiaio. Hannah si era limitata a fissarlo, mentre quel malessere mattutino che in teoria avrebbe dovuto già fermarsi le attanagliava le viscere, e poi aveva spinto via il piatto e si era precipitata in bagno.

«Mi dispiace», aveva detto a Will quando era tornata. «È stato un gesto adorabile… è solo che…».

Non era riuscita neppure a finire la frase. Il solo pensiero le dava la nausea. Non era solo la sensazione di morbida untuosità del frutto sulla sua lingua, c’era qualcos’altro, qualcosa di più viscerale. Aveva l’impressione di mangiare suo figlio.

«Caffè?». La voce di Robyn si fa strada tra i suoi pensieri, e Hannah si gira verso il punto in cui si trova la collega, dall’altra parte del bancone.

«Come, scusa?»

«Ti ho chiesto se vuoi un caffè. O eviti ancora di berlo?»

«No, no, ho ripreso, cerco solo di non esagerare. Magari un decaffeinato, se non è un problema».

Robyn annuisce e scompare dall’altra parte del negozio, nel tanto osannato sgabuzzino che chiamano “stanza del personale”; nel momento esatto in cui lei sparisce dalla vista, il telefono di Hannah vibra nella tasca posteriore dei suoi jeans.

Al lavoro lo tiene in modalità silenziosa. Cathy, la proprietaria di Tall Tales, è gentile, e non è proibito dare un’occhiata al cellulare, tuttavia diventa una fonte di distrazione se inizia a suonare durante la lettura di una storia o mentre si serve un cliente.

Ora, però, il negozio è vuoto, e lo tira fuori dalla tasca per vedere chi la sta chiamando.

È sua madre.

Hannah si acciglia. Non succede spesso. Jill non è il tipo che telefona senza un motivo: si parlano una volta alla settimana, di solito alla domenica mattina, quando sua madre torna a casa dopo aver nuotato nel lago. Raramente Jill chiama a metà settimana, e mai durante la giornata lavorativa.

Risponde.

«Hannah», dice subito sua madre, senza preamboli. «Puoi parlare?»

«Be’, sono al lavoro, quindi dovrò riattaccare se arriva un cliente, ma possiamo scambiare due parole velocemente. È successo qualcosa?»

«Sì. No, voglio dire…».

Si interrompe. Hannah percepisce la preoccupazione che cresce dentro di lei. Sua madre è efficiente e decisa, e non è mai a corto di parole: cosa può essere successo?

«Stai bene? Non è che… sei… malata?»

«No!». Sente la breve risata sollevata che accompagna quella risposta, ma avverte ancora una strana tensione al di sotto di esse. «No, niente del genere. È solo che… be’, immagino che tu non abbia sentito la notizia».

«Quale notizia? Sono al lavoro da tutto il giorno».

«La notizia su… John Neville».

Hannah avverte una fitta allo stomaco.

Il malessere è lentamente diminuito nelle ultime settimane. Ma ora, di colpo, la nausea è tornata. Hannah serra la bocca, respirando affannosamente dal naso, e si aggrappa al bancone con la mano libera come se fosse un’ancora.

«Mi dispiace», dice sua madre spezzando il silenzio. «Non volevo coglierti di sorpresa al lavoro, ma è appena apparsa una notifica di Google Alert e temevo che qualcuno del Pelham ti chiamasse o che il “Mail” si appostasse fuori dalla tua porta. Ho pensato…». Hannah la sente deglutire. «Ho pensato che sarebbe stato meglio se l’avessi saputo da me».

«Che cosa?». Hannah serra la mascella come se un gesto del genere potesse bloccare il malessere, e ingoia l’acqua che le si accumula improvvisamente dietro i denti. «Sapere cosa da te?»

«È morto».

foto presa dal web

Ruth Ware è una scrittrice inglese, originaria del Sussex. Dopo aver cambiato diversi lavori, ha cominciato a pubblicare romanzi diventati bestseller mondiali. I suoi libri sono tradotti in oltre quaranta lingue e tre dei suoi thriller stanno diventando dei film.

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Author: Jenny Citino
Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.