“Nove giorni e mezzo” di Sandra Bonzi

“Nove giorni e mezzo” di Sandra Bonzi

Disponibile dal 28 Aprile 2022

Ci sono mattine da dimenticare. Proprio come accade a Elena quando viene svegliata all’alba dalla madre ottantenne che le annuncia di aver lasciato il marito per andare a vivere con due amiche coetanee e subito dopo, invece di essere promossa, viene licenziata dal giornale in cui lavora. Basterebbe molto meno a fiaccare l’entusiasmo di chiunque, sennonché arriva una notizia che per molti sarebbe drammatica, ma non per lei: in una via del centro di Milano vengono ritrovati due trolley grondanti sangue. Subito, l’intuito di Elena drizza le antenne. Potrebbe significare che non tutto è perduto. Che può ancora fare uno scoop, riconquistare il suo lavoro e non occuparsi solo di rispondere alle richieste più disparate dei suoi figli quasi fuori casa. Che può ancora provare una scarica di adrenalina, non solo sdraiarsi accanto al marito dopo un giorno uguale a quelli precedenti. Quello che Elena non può immaginare è che le sue ricerche la porteranno a indagare insieme a sua madre e alle sue amiche, convinte che il corpo nelle valigie sia quello del loro maestro di tango. E soprattutto che le azioni al limite della legalità cui sarà costretta potranno risvegliare dal letargo il suo matrimonio. Perché forse dare ascolto all’anima da detective che è dentro di lei non è sbagliato. Forse le brutte notizie non sono poi così brutte, sono solo deviazioni verso l’ignoto che non sempre deve fare paura. Un caso da risolvere cambia la quotidianità di una donna che credeva che la sua vita fosse tutta lì, tra figli, marito e genitori. Invece non è mai troppo tardi per sentirsi vivi di nuovo. Per ridere di gusto, per dire un no in più e tornare ad amare sé stessi.

Ai miei figli,
Alice e Federico.

«Le ossa possono essere dei rompicapo, ma non mentono mai.»

DOTTOR CLYDE SNOW,
FONDATORE DELL’EQUIPO ARGENTINO
DE ANTROPOLOGÍA FORENSE

«L’amore è sempre un rompicapo.»
ANONIMO

VENERDÌ

1.

– Posso lavarle assieme?!? A che temperatura?

La domanda può apparire innocua. Non se inviata con WhatsApp nel cuore della notte. Men che meno se, prima la vibrazione, poi un deciso squillo di tromba irrompe nel silenzio tombale della camera da letto di Elena ed Ettore, una coppia di genitori con figli poco più che adolescenti che, da qualche mese, non vivono più sotto quel tetto.

Ecco, in quel caso, gli effetti possono essere dirompenti.

«Oddio, cos’è?»

Elena – panico, fiato corto e cuore a mille – balza come una molla sul letto, cerca come un’ossessa l’interruttore dell’abat-jour sul comodino e afferra il cellulare.

Ettore grugnisce.

«Possibile che tu non possa trovare una suoneria più umana?»

Per lui il sonno è sacro. Otto ore, qualsiasi cosa succeda. Da sempre. Un’interruzione alle tre di notte mal si concilia con quella che ritiene essere una routine irrinunciabile. Di sicuro non a un passo dalle sessanta candeline che nel giro di dodici mesi gli toccherà spegnere. Perché Elena su quello non transige. Le candeline ci devono essere. Altrimenti non è un vero compleanno.

«Oddio, è Anna…»

Avere una figlia di ventun anni che da un mese è a Londra a fare l’Erasmus, può essere un modo per rientrare nelle statistiche dei cervellini in (potenziale) fuga oppure l’ennesima conferma di quanto si sia rimpicciolito il mondo e ampliati gli orizzonti dei millennials. Non per Elena. Per lei è innanzitutto fonte di ansia. Un neurone del suo cervello non stacca mai. E, con lui, nemmeno il cellulare. Che, dalla partenza di Anna, è diventato una sorta di appendice dalla quale lei non si separa. Mai. Nemmeno la notte. A onor del vero, quel filo di inquietudine, sempre presente nelle sue giornate (e notti), non è imputabile in toto all’assenza di Anna, ma anche alla partenza del secondo figlio, Marco. Il diciannovenne, infatti, terminato il liceo, con certosina ostinazione aveva individuato l’unica facoltà non presente a Milano. Il DAMS. E aveva fatto le valigie per Bologna.

La chiamano sindrome del nido vuoto.

Quando i ragazzi erano partiti, dopo un primo momento di sollievo, Elena aveva accusato un dolore fisico, simile a quello che sperimenta chi ha subito l’amputazione di un arto. Aveva passato giorni a macerarsi nella tristezza. L’aveva aiutata la voce roca di Vasco, uno che di malinconia e tempo che passa se ne intende. Elena aveva sentito con netta precisione che quello era, senza possibilità d’appello, un definitivo cambio pagina, il salto nella terza parte della sua vita. Tutta da pensare e da reinventare. Sia a livello individuale sia di coppia. Perché quello era l’altro tema: lei ed Ettore tornavano a essere coppia.

Aiuto.

Oltre trent’anni di vita comune, di cui ventuno da genitori. E adesso, di nuovo coppia. Ma diversa da quella delle origini. Non solo per una questione di età. Anche quella conta, certo. Ma quel che Elena sente è il peso di un ennesimo necessario cambio di marcia, di pelle, di coordinate.

Il processo per diventare madre era stato lungo e faticoso. Gli aggiustamenti non erano sempre stati morbidi. Gli strappi, soprattutto nei primi anni di Anna e Marco, erano stati numerosi. E avevano lasciato il segno. Calarsi in quel ruolo, indossare quei panni, aveva mosso rabbie, frustrazioni e tonnellate di sensi di colpa. Causato rinunce. Aveva richiesto di accettare una responsabilità verso altri esseri umani, preteso un pensiero allargato che includesse i figli, le loro esigenze, i loro tempi. Aveva modificato il DNA del suo frigorifero, dilatato il tempo passato in cucina, reso il suo sonno un delicato soffio, trasformato il suo cervello in un efficientissimo organizer attivo h24.

E aveva pure modificato la sua relazione con Ettore.

Il processo era stato lento, ma ineluttabile. Sopraffatto dalla routine, dal quotidiano, dagli infiniti bisogni di cui – esplicitamente o meno – i figli chiedono soddisfazione da subito, fin da quando sono più simili a piccoli roastbeef che a esseri umani, il loro rapporto era senza dubbio cambiato, in modo sottile, ma profondo. Elena deve ammettere di non averci fatto troppo caso. Le era mancato il tempo per registrare, passo dopo passo, le piccole variazioni che alla lunga avevano portato a una metamorfosi. O, meglio, le era mancata l’energia. Perché quella che non le avevano succhiato i due ragazzi, era stata assorbita dal suo lavoro. E dalla fatica di tenere tutto assieme.

Chissà Ettore.

Perché in tutti quegli anni anche lui avrà fatto dei pensieri. Anche lui avrà percepito quel mutamento. Ma da quanto tempo non parlavano tra loro di sé stessi? Parlare, veramente. Ascoltandosi. Quando si erano interrotte le lunghe chiacchiere in cui Elena aveva sentito di essere in contatto profondo? Le nottate in cui il tempo smetteva di esistere, le parole assumevano quasi sostanza fisica e lei sentiva che quello, come anni dopo avrebbe cantato Jovanotti, era il loro «ombelico del mondo»?

Elena non lo sa.

Sa per certo che per un po’ di anni quel loro modo aveva resistito al tornado bambini. Quando lei rientrava la sera dalla redazione, i figli erano già a letto. Ci aveva pensato Ettore a sfamarli, lavarli e ninnarli. Poi lui l’aspettava per mangiare un boccone, bere un bicchiere di rosso e raccontarsi la vita, come avevano sempre fatto da quando, anni prima, erano andati a vivere assieme. Con il passare del tempo le stanchezze reciproche avevano prevalso e quell’appuntamento era scemato sempre più. Fino a scomparire del tutto.

Ettore era diventato sempre più silenzioso. Accondiscendente, presente, collaborativo. Ma distante. Elena lo aveva sentito chiudersi in sé, nel suo lavoro e nelle sue piccole manie che, secondo lei, erano diventate sempre meno scardinabili. Va detto che lui non era mai stato un uomo imprevedibile, uno di quelli che non stanno mai fermi, che mille ne fanno e altrettante ne pensano. No. Ma dopo una sequela di uomini improbabili, che l’avevano trascinata sulle montagne russe del cuore, la placidità di Ettore le era sembrata un dono del cielo. Anche perché bastava poco per convincerlo a mettere da parte razionalità e pacatezza. Ettore era estremamente disponibile a seguirla nelle sue fughe in avanti. Andava solo coinvolto. Era una roccia disponibile a farsi sabbia leggerissima. Ed Elena non chiedeva altro.

Era questo che le era sempre piaciuto di lui.

Anche il sesso era venuto naturale da subito. Il suo essere lì, in modo totale. La sua capacità di ascoltare il corpo di lei, di toccarlo fino a farlo fremere come nessuno aveva fatto prima. Quella fame che sembrava non placarsi mai. Quel suo farla sentire bella. Quel desiderio che nutriva il suo. Quel ritmo che aveva immediatamente riconosciuto come proprio. Quella totale mancanza di pudore che all’inizio l’aveva lasciata senza fiato, perché creava uno spazio in cui tutto era possibile, anche le fantasie che lei non aveva mai confessato a sé stessa, figurarsi agli altri uomini che l’avevano accompagnata per un pezzo di vita.

Avevano passato anni in cui per loro non era possibile dormire assieme senza toccarsi, senza respirarsi la pelle, senza perdersi nel corpo dell’altro. Poi anche questo era cambiato. Avevano dovuto fare i conti con la mancanza di intimità e l’invasione del loro letto da parte dei due bimbi che fino ai quattro anni non avevano fatto pace con la notte. Poi con la stanchezza, quella che non conosce tregua perché si accumula senza possibilità di recupero. Poi con le reciproche tensioni e rabbie, per le parole non dette, per quelle pronunciate senza pensarci, per quelle dette al momento sbagliato. Poi con l’ansia, quella che avvolge le notti di genitori con figli adolescenti che non parlano, non rispettano gli orari e non rispondono al cellulare. E poi? Poi con la consuetudine. Quella di due corpi che si conoscono fin troppo bene e che, dandosi per scontati e acquisiti, si maneggiano con affettuosa distrazione, senza la necessaria fame, la dovuta gratitudine e l’indispensabile attenzione.

Ma torniamo a venerdì notte. E a quel messaggio.

– Posso lavarle assieme?!? A che temperatura?

Elena guarda e riguarda il messaggio. Non ci può credere. Sono le tre di notte e Anna manda un WhatsApp con tanto di foto per chiedere se lenzuola bianche e felpa rossa possano essere lavate assieme. Lentamente il cuore riprende a battere a un ritmo normale. E la consapevolezza dello scampato pericolo lascia spazio a una sottile irritazione.

– A quest’ora?!?

– È il mio turno-lavatrice… Era l’unico slot libero…

Gioie e dolori dei pensionati studenteschi. Tre lavatrici per quattrocento ragazzi.

«I britannici sanno come temprare la meglio gioventù.» Ettore non è mai stato un uomo di molte parole. E a quest’ora meno che mai. Assodato che la prole non è in pericolo e che la moglie non dà segni di infarto, si rigira nel letto e riprende a dormire. Fra qualche ora dovrà andare all’università per affrontare una lunga e noiosissima sessione di esami. E senza le sue otto ore di sonno non è pensabile che possa reggere le improbabili risposte che sa dovrà sorbirsi dalla maggioranza degli studenti. Questa generazione lo lascia senza parole: nonostante i mezzi che ha a disposizione per informarsi, approfondire e fare ricerca, sembra non aver sviluppato la capacità critica per maneggiare la complessità, fare collegamenti e quindi interpretare il presente alla luce del passato. Sembra che viva in una bolla di eterno presente. Eravamo anche noi così? Forse. A lui sembra di no. Sta invecchiando e il mondo gli appare sempre meno leggibile. Ma forse è solo l’orario.

Elena invece è sveglia come un grillo. E digita istruzioni via WhatsApp. Non ce la fa a sottrarsi. Dovrebbe lasciarli fare, concedergli di sbagliare, perché lo sa che solo così i suoi figli possono crescere e acquisire autonomia, quella vera. Ma non ce la fa. È più forte di lei. È ovvio che è un modo per mantenere il controllo, per non sentirsi tagliata completamente fuori dalla loro vita. Ma è altrettanto vero che è un cappio, per lei e per loro. A mano a mano che digita, sente crescere dentro di lei l’irritazione. Nei confronti di Anna che entra a gamba tesa senza mai chiedere il permesso. Nei confronti di sé stessa, perché sa che sta sbagliando. Ma soprattutto nei confronti di Ettore che, tempo un nanosecondo, si è riaddormentato. Anzi, adesso russa. Perché gli uomini, dopo una certa età, russano. Evidentemente c’è un collegamento tra prostata e sistema respiratorio. Però questo non incide sulle sue notti, ma solo su quelle di Elena che sono ormai diventate fragili come un filo di seta. Non era sempre stato così. Il suo sonno per anni era stato a prova di bomba. Durante il mitico Interrail della maturità fatto con la sua compagna di banco e amica del cuore Claudia, per risparmiare avevano dormito ovunque, prevalentemente sui treni, viaggiando di notte. A un certo punto, quando i soldi avevano iniziato a scarseggiare, avevano addirittura chiesto ospitalità a tre ragazzi olandesi che viaggiavano con una canadese piccolissima. Be’, l’unica che era riuscita a dormire come un sasso era stata lei, Elena. A pensarci bene, quella volta Claudia non aveva proprio voluto dormire, dato che si era infatuata di quel biondino slavato dal nome impronunciabile. Elena non aveva sentito nulla, ma gli altri due sì. Non l’avevano mai confessato, ma i musi lunghissimi avevano parlato per loro. Bei tempi quelli. Quando le si era rotto il sonno? Elena lo sa. Con la nascita dei figli. Poi, negli ultimi anni, il crollo degli ormoni aveva dato la mazzata definitiva alle sue notti.

Già. Perché nella vita di Elena c’era stato pure quel cambiamento lì. La menopausa…

foto presa sul web

Sandra Bonzi è giornalista, un passato nella comunicazione tra cinema e televisione (Mediaset, Sky, Disney Channel, AlbaChiara Produzioni), un presente da acrobata tra tentativi di lavoro, due fantastici figli (con tanto d’indotto) e un (amato) ingombrante marito (Claudio Bisio).

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