“La libraia del Cairo” di Nadia Wassef

L’8 marzo 2002, con la sorella Hind e l’amica Nihal, Nadia Wassef inaugurava Diwan, la prima libreria moderna e fieramente indipendente d’Egitto. Nata su un’isola nel mezzo del fiume Nilo, alle porte del deserto del Sahara, secondo tanti – soprattutto uomini – era un’impresa destinata al fallimento: nell’intero paese non esisteva nulla di paragonabile, la cultura faticava a emergere sotto il peso del malgoverno, e i libri erano considerati un lusso e non una necessità. Ma negli anni Nadia e i suoi collaboratori, con la forza di chi non ha nulla da perdere, hanno trasformato Diwan in un enorme successo con numerose sedi, centocinquanta dipendenti e tantissimi appassionati clienti. Nel raccontare questo viaggio incredibile tra pregiudizi e atti di grande generosità, tenacia e riscatto, La libraia del Cairo ritrae tre donne che non si arrendono mai in un paese che corre verso la rivoluzione, e ricostruisce una storia che è una toccante lettera d’amore dedicata alle librerie, ai librai di tutto il mondo, e al potere infinito che hanno i libri.

A Ramzi e Faiza, che hanno reso tutto possibile.
A Hind, che accompagna ogni passo e ascolta tutti i battiti del cuore
A Zein e Layla. Ho fatto del mio meglio.

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una domanda.
Italo Calvino, Le città invisibili
Se segui il tuo cuore, non perderai mai la strada.
Adagio egiziano

NOTA DELL’AUTRICE

Quella raccontata in questo libro è una storia vera. Alcuni nomi sono stati modificati per proteggere la privacy dei protagonisti.

PREFAZIONE

Nel 1981, quando Anwar Sadat fu assassinato da un gruppo di membri della Fratellanza musulmana e il suo vicepresidente, Hosni Mubarak, salì al potere, io avevo sette anni. Ne avevo trentasette ed ero una libraia con dieci librerie, centocinquanta dipendenti, due master, un ex marito (d’ora in avanti, Numero Uno), un secondo marito (Numero Due) e due figlie, quando Mubarak fu destituito nel 2011.

Ma la nostra storia inizia molto tempo prima della rivoluzione egiziana e di quell’ondata di sollevazioni conosciuta come primavera araba. Ho vissuto la maggior parte della mia vita a Zamalek, un’isola nel mezzo di un fiume circondato da un deserto. Coordinate: 30o nord, 31o est. Zamalek, un distretto della zona occidentale del Cairo, giace nel mezzo del Nilo. La leggenda vuole che il Cairo prenda il nome dal pianeta Marte, al Najm al Qahir, che era in ascendente il giorno in cui fu fondata. La città è anche conosciuta come al Qahira, «la conquistatrice».

Sulla principale arteria per il traffico pedonale e automobilistico di Zamalek, 26th of July Street, si ergono due palazzi gemelli chiamati Baehler Mansions. Gli alti soffitti, i cortili e gli stucchi decorati rimandano a un passato glorioso. I condizionatori si tengono tenacemente aggrappati alle ringhiere dei balconi, cavi penzolanti raccolgono polvere e cartacce, mentre i panni stesi si asciugano al sole. La strada è costeggiata da una fila di negozi: Nouby, 

l’antiquario; Cilantro, la caffetteria; Thomas Pizza; la Bank of Alexandria; e un negozio con vetrina ad angolo, Diwan, la libreria che io e mia sorella Hind abbiamo fondato nel marzo del 2002. Negli anni che sono seguiti abbiamo aperto sedici filiali – chiudendone sei – in tutto l’Egitto, ma in ciascuno dei nostri punti vendita abbiamo cercato di riprodurre l’estetica e l’atmosfera di questo qui, il nostro flagship store, il primogenito. Io e Hind abbiamo concepito Diwan una sera del 2001, durante una cena con i nostri vecchi amici Ziad, Nihal e quello che all’epoca era suo marito, Ali. Qualcuno lanciò una domanda: se poteste scegliere di fare qualsiasi cosa, che cosa fareste? Io e Hind rispondemmo allo stesso modo. Avremmo aperto una libreria, la prima nel suo genere al Cairo. Nostro padre era morto da poco a causa di una malattia del motoneurone. Da sempre grandi lettrici, avevamo cercato conforto nei libri, ma nella nostra città c’era scarsità di librerie moderne. Al volgere del nuovo millennio, l’editoria, la distribuzione e la vendita del libro in Egitto erano ormai logorate da decenni di socialismo fallito. Sotto i governi di Gamal Abdel Nasser, il secondo presidente dell’Egitto, di Anwar Sadat (il terzo) e infine di Hosni Mubarak (il quarto), l’incapacità dello stato di affrontare il boom demografico aveva provocato analfabetismo, corruzione e indebolimento delle infrastrutture. Nel tentativo di reprimere il dissenso, ogni regime politico aveva assunto il controllo della produzione culturale. Gli scrittori erano diventati impiegati governativi e la letteratura era morta lentamente, a più riprese, per mano della burocrazia. La lettura e la scrittura parevano importare a poche persone in Egitto. Aprire una libreria in questo momento di atrofia culturale sembrava impossibile… e assolutamente necessario. Con grande sorpresa scoprimmo che i nostri commensali erano altrettanto interessati. Quella sera diventammo cinque soci in affari: Ziad, Ali, Nihal, Hind e io. Durante i mesi successivi ci dedicammo senza sosta a discutere, a fare rete e a pianificare. Poi, io, Hind e Nihal ci mettemmo all’opera. E fu grazie alla condivisione di questo duro lavoro che diventammo sorelle d’elezione, le tre donne di Diwan.

Come persone, io, Hind e Nihal non avremmo potuto essere più diverse. Hind è riservata e strenuamente leale, Nihal è spirituale e generosa, mentre io sono una donna d’azione. Come socie in affari, abbiamo sempre cercato di dare il meglio di noi, molto spesso senza riuscirci. Ci dividemmo i compiti in base alle nostre preferenze e passioni: io e Hind eravamo brave con i libri, Nihal con le persone. Ma non si trattava mai di una divisione netta. Il nostro punto d’incontro era la lingua. Le parole erano il centro della nostra attenzione e del nostro lavoro. Eravamo fiere della cultura egiziana e morivamo dalla voglia di condividerla. Non avevamo nessun piano industriale, nessun magazzino e nessuna paura. La nostra mancanza di qualifiche ci donava leggerezza e non avevamo idea di tutte le sfide che ci attendevano. Eravamo giovani donne: io avevo ventisette anni, Hind trenta e Nihal quaranta. Nei due decenni a venire ci saremmo tenute per mano tra matrimoni, divorzi, nascite e morti. 

Avremmo affrontato le difficoltà legate alla gestione di un’attività in una società patriarcale, superando molestie e discriminazioni, blandendo burocrati dispotici e diventando esperte della normativa egiziana sulla censura.

Fin dall’inizio eravamo consapevoli che la nostra libreria non poteva essere una reliquia del passato. Doveva avere uno scopo ben chiaro. Ogni aspetto doveva essere ragionato, a partire dal nome. Un pomeriggio, io e Hind eravamo alle prese con questo dilemma, mentre nostra madre Faiza stava ad ascoltare garbatamente. Poco convinta dalle nostre idee e impaziente di tornare al suo pranzo, ci propose «Diwan». Elencò i significati del termine: una raccolta di poesie nella letteratura persiana e araba, un luogo d’incontro, un albergo, un divano e un titolo. «Diwani» è il nome di uno stile di calligrafia araba. Fece una pausa e poi aggiunse che dal punto di vista fonetico la parola funziona sia in arabo sia in inglese e in francese. Tornò a concentrarsi sul suo piatto. Eravamo congedate.

Galvanizzate dal nuovo nome, ci mettemmo in contatto con Nermine Hammam, una graphic designer detta anche Minou, perché ci aiutasse a costruire il nostro marchio. Minou aveva un senso dell’umorismo rapido e pungente e un sorriso sagace che lasciava intravedere le gengive. Ci chiese di descrivere Diwan come se fosse una persona. Io, Hind e Nihal le rispondemmo che lei era una persona e che questa era la sua storia:

Diwan è stata concepita come reazione a un mondo che ha smesso di interessarsi alla parola scritta. È nata l’8 marzo 2002: casualmente, la Giornata internazionale della donna. È più grande dello spazio che occupa. Accoglie e rispetta gli altri, con tutte le loro differenze. Da buona padrona di casa invita i clienti affezionati a intrattenersi un po’ più a lungo nella sua caffetteria. Di massima, è contraria al fumo. Sa che lo stesso non vale per la maggior parte dei luoghi del suo paese, ma è determinata a difendere un modello migliore. Ha ideali più nobili di quanto permetta l’ambiente che la circonda. È onesta, ma non punirà i ladri. È sincera e si ostina a cacciare chi non lo è. Non le piacciono i numeri. Non le piace il mondo binario che la circonda e ha intenzione di cambiarlo, un libro alla volta. Crede che i concetti di nord e sud, est e ovest siano limitanti e per questo propone libri in arabo, inglese, francese e tedesco. Fa incontrare le persone e le idee.

Minou tradusse la nostra descrizione in un logo. Scrisse le lettere D-I-W-A in un font nero ed eccentrico, aggiungendo la N in arabo. Quest’ultima, un richiamo alla nun al niswa, la lettera che forma il femminile di aggettivi, verbi e sostantivi. Tutt’intorno alla parola, Minou tracciò alcuni tashkil, segni diacritici.

BOOKSTORE

Minou non si limitò a disegnare il logo, ma creò un marchio in grado di crescere e trasformarsi. Inventò sistemi che permettessero a Diwan di diffondersi: sacchetti, segnalibri, biglietti, candele, carta da regalo, penne, matite e carta da parati. Per le strade del Cairo, i sacchetti di Diwan diventarono uno status symbol, segno di cultura. Negli ultimi anni, quando mi capitava di avvistarne uno in una strada di Londra o in una metro di New York, provavo una sensazione elettrizzante.

Durante i due anni che seguirono la rivoluzione, con l’ascesa al potere della Fratellanza musulmana, il Cairo divenne quasi irriconoscibile… e io incominciai a considerare la possibilità di andarmene. Era una prospettiva estremamente dolorosa, ma dopo aver passato anni a gestire Diwan nel caos postrivoluzionario, be’, ero a secco. Avevo maturato la consapevolezza che, finché fossi rimasta al Cairo, sarei esistita soltanto in funzione delle mie librerie. Non sarei mai riuscita a distaccarmene. E dopo quattordici anni in cui mi ero dedicata anima e corpo al negozio, dovetti dare un taglio netto. Rinunciai al mio ruolo come manager di Diwan. Dopo una breve fase a Dubai insieme con Numero Due, io, Zein (che ora ha sedici anni) e Layla (che ne ha quattordici) ci trasferimmo a Londra. Anche se ormai non gestisco più Diwan – adesso è nelle mani di Nihal – continuo a ritornare con la mente a quegli anni, con un misto di nostalgia e sollievo.

Hind, la mia anima gemella e la mia salvatrice, non parla mai di quel periodo. Ha preferito il silenzio alla reminiscenza.

Diwan è stata la mia lettera d’amore per l’Egitto. È stata parte, oltre che stimolo, della ricerca di me stessa, della mia Cairo, del mio paese. E questo libro è la mia lettera d’amore per Diwan. Ogni capitolo descrive una parte della libreria, dalla caffetteria fino alla sezione dedicata ai libri di autoaiuto, e le persone che l’hanno frequentata: i colleghi, i clienti fissi, quelli sporadici, i ladri, gli amici e i familiari che consideravano Diwan una casa. Noi che scriviamo lettere d’amore siamo consapevoli di avere un obiettivo impossibile. Proviamo, senza successo, a rendere materiale ciò che è etereo. Combattiamo contro il finale inevitabile, sapendo che tutto è transitorio. E scegliamo di essere grati per il tempo, per quanto breve possa essere.

1. LA CAFFETTERIA

Agli occhi del passante profano, Diwan era solo uno dei tanti negozi ai piedi della facciata elegante della Baehler Mansion. Il tradizionale cartello blu recitava Shari’ 26 Yulyu,26th of July Street. Noi avevamo collocato il nostro logo, in appariscenti caratteri neri, sul muro esterno dell’edificio. Una jacaranda si chinava implorante sull’ingresso. La porta di vetro rivolta verso l’angolo della strada era abbellita da moderne decorazioni arabo-islamiche e da una lunga maniglia argentata. All’interno c’era un’oasi, lontana dal calore e dal traffico soffocante della strada. Note di jazz arabo e canzoni di Umm Kulthum e George Gershwin si sovrapponevano al frastuono meccanico dei condizionatori. Libri di narrativa e saggistica, in arabo e in inglese, scendevano a cascata su mensole fissate a una parete imponente con cartelli che segnalavano «Titoli consigliati», «Bestseller» e «Nuove uscite». I visitatori potevano decidere se prendere la porta sulla destra e, superate le casse e gli articoli di cancelleria, accedere al settore dedicato ai libri, o entrare per la porta di sinistra nel settore multimediale, con la sua curata selezione di film e musica oltre tutti i confini, con opere sperimentali e classiche, orientali e occidentali.

Durante la fase di ricerca della creazione di Diwan, avevo letto un articolo secondo il quale la maggior parte delle persone, quando entra in una libreria, girerebbe a destra. Colpite da questa osservazione decidemmo di collocare il settore dei libri su quel lato. Da quella parte del negozio, le finestre si affacciavano sul cortile attiguo anziché sulla strada principale, perciò era la zona più tranquilla. Sugli alti soffitti erano disposte file di lampade a incandescenza che illuminavano gli scaffali di mogano con finiture di acciaio opaco, un connubio tra vecchio e nuovo. I libri erano suddivisi in due categorie. A sinistra c’erano i nostri titoli in arabo, che Hind si occupava di ordinare. A destra, quelli in inglese: il mio regno. Collocammo la nostra modesta selezione di libri in francese e tedesco nel settore multimediale. Poco lontano c’era l’entrata della caffetteria, il focolare al centro del negozio.

I commessi circolavano per le stanze con indosso l’uniforme di Diwan: una polo blu scuro con il nostro logo ricamato in beige sulla sinistra e pantaloni, anch’essi beige, con le tasche cucite per scongiurare furti. Mettevano a disposizione la loro conoscenza, cercando di trovare un buon equilibrio tra entusiasmo e professionalità. Il loro lavoro richiedeva maggiore sforzo rispetto a quello di altri librai, specialmente poco dopo l’apertura, quando gran parte della clientela non aveva dimestichezza con il nostro approccio. Comprendevo il loro smarrimento.

Prima di Diwan, in Egitto esistevano tre tipi di librerie: quelle gestite male dal governo, quelle legate a una particolare casa editrice e i piccoli negozi di quartiere, che vendevano per lo più giornali e cancelleria. Le librerie statali erano quelle che avevano avuto il maggiore impatto su di me. Ai tempi dell’università prendevo spesso il taxi per andare a Downtown, il quartiere del centro del Cairo dove in passato si trovavano le corporazioni degli armeni, i grandi magazzini degli italiani e gli alimentari dei greci. Percorrevo le vie principali della mia città, con nomi che ricordavano date significative della nostra storia. (26th of July Street prima si chiamava Fouad I, dal nome del primo re dell’Egitto moderno. Fu poi rinominata in onore del giorno in cui il figlio di Fouad, Faruq, abbandonò il paese sul suo yacht reale, durante la rivoluzione guidata nel 1952 da Nasser, figlio di un postino, e da Mohamed Nagib, che sarebbe poi divenuto il primo presidente dell’Egitto.)

A Downtown entravo in negozi simili a catacombe, con file di libri ricoperti di polvere. C’era un’infinità di scaffali, ma nessun cartello. Sembrava che dovesse sempre esserci un uomo al banco, intento a bere tè e leggere un giornale sonnecchiando. Io chiedevo un libro e l’uomo infilava un piede nudo in un sandalo, lasciando che il tallone screpolato premesse contro il pavimento. Senza abbassare la radio, si tirava su smuovendo il pulviscolo depositato sulle assi che scricchiolavano sotto i suoi piedi.

Perché queste librerie erano così decrepite? La risposta, in parte, ha origini storiche. In Egitto, il passato vive nel presente, tornando spesso a mostrarsi sotto false spoglie e senza mai scomparire del tutto. Fondare Diwan ci costrinse a confrontarci con la storia dell’editoria e della vendita del libro, temi che continuavano a governare l’industria contemporanea. Nel 1798, la spedizione napoleonica fece acquisire all’Egitto le sue prime due macchine da stampa, una con caratteri in arabo e l’altra in francese. Nel 1820, Mohamed Ali, il governatore ottomano albanese e padre dell’Egitto moderno, fece installare una stamperia industriale nel quartiere di Bulaq (dal francese beau lac). Sotto il suo dominio, l’editoria divenne uno strumento di propaganda.

Nella seconda metà del XIX secolo, il governo allentò il proprio monopolio sulla stampa e poi sulla censura, specialmente durante l’occupazione britannica dell’Egitto nel 1882. Gli strati più alti della società avevano i mezzi e tutto l’interesse per investire nell’editoria. Entro il 1900 si pubblicava già una gran quantità di giornali (politici, sociali e femministi), allo scopo di sensibilizzare, di fare profitto, o entrambe le cose. I giornali e i periodici pubblicavano discorsi, manifesti e romanzi, prima diffusi a puntate e poi trasformati in libri. Nei decenni successivi la produzione letteraria si fece prolifica e potente grazie all’apporto dei grandi della letteratura egiziana.

Tutto cambiò dopo la rivoluzione del 1952. Quando Nasser venne eletto presidente nel 1956 – era l’unico candidato alle urne – mise in moto una serie di iniziative politiche che cambiarono l’aspetto dell’Egitto, migliorando esponenzialmente l’accesso all’abitazione, all’istruzione e alla sanità, ma al tempo stesso ritirando la cittadinanza e deportando schiere di stranieri, istituendo burocrazie a imitazione di quella britannica, limitando le libertà civili e inaugurando decenni di regime militare. Entro gli anni Sessanta aveva ormai arruolato la filiera del libro per pubblicare titoli che promuovessero la nuova visione socialista dell’Egitto e l’obiettivo più ampio del nazionalismo arabo. Ma al suo regime mancavano le infrastrutture necessarie a implementare quella visione. Nel 1966 gli editori avevano già accumulato perdite sbalorditive e, seguendo lo slogan di stato «un libro ogni sei ore», i loro magazzini traboccavano di titoli non richiesti. I libri venivano stampati su carta di qualità scadente. Le copertine erano fragili e spesso si strappavano. Non esistevano agenti letterari, classifiche dei titoli più venduti o aree marketing. Non si era mai sentito parlare di lanci o firmacopie. Gli editori consegnavano i libri in pacchetti legati stretti con lo spago che lasciava graffi sulle copertine, o in scatoloni per il trasporto di pacchetti di sigarette riciclati. Ecco il panorama su cui ci affacciavamo io, Hind e Nihal. Senza lasciarci scoraggiare, ci mettemmo a lavorare all’interno di questo caos e contro di esso.

Ancora prima che aprissimo il negozio di Zamalek, Hind, sempre pratica, aveva già isolato e affrontato sistematicamente ogni ostacolo. Intorno a noi soffiava un vento di ottimismo riformista. Nuove leggi sugli investimenti avevano rivitalizzato la borsa. Un gran numero di egiziani che aveva studiato all’estero faceva ritorno con la voglia di prendere parte al futuro del paese. Eravamo sull’orlo di un rinascimento artistico e culturale, eppure mancavano ancora molti servizi di base propri della modernità. Come le librerie…

foto presa dal web

Nadia Wassef ha studiato alla University of London e alla American University del Cairo. Ha lavorato come ricercatrice e patrocinatrice della Female Genital Mutilation TaskForce e all’interno del Women and Memory Forum. È apparsa nella lista di «Forbes» delle duecento donne più potenti del Medio Oriente nel 2014, 2015 e 2016 e il suo lavoro è stato segnalato su «Time», «Monocle», «Business Monthly». Vive a Londra con le due figlie.

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Author: Jenny Citino
Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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