venerdì, Ottobre 30, 2020
BLOG Narrativa letteraria

“La figlia femmina” di Anna Giurickovic Dato edito da Fazi Editori. Estratto

Sinossi

Ambientato tra Rabat e Roma, il libro racconta una perturbante storia familiare, in cui il rapporto tra Giorgio e sua figlia Maria nasconde un segreto inconfessabile. A narrare tutto in prima persona è però la moglie e madre Silvia, innamorata di Giorgio e incapace di riconoscere la malattia di cui l’uomo soffre. Mentre osserviamo Maria non prendere sonno la notte, rinunciare alla scuola e alle amicizie, rivoltarsi continuamente contro la madre, crescere dentro un’atmosfera di dolore e sospetto, scopriamo man mano la sottile trama psicologica della vicenda e comprendiamo la colpevole incapacità degli adulti di difendere le fragilità e le debolezze dei propri figli. Quando, dopo la morte misteriosa di Giorgio, madre e figlia si trasferiscono a Roma, Silvia si innamora di un altro uomo, Antonio. Il pranzo organizzato dalla donna per far conoscere il nuovo compagno a sua figlia risveglierà antichi drammi. Maria è davvero innocente, è veramente la vittima del rapporto con suo padre? Allora perché prova a sedurre per tutto il pomeriggio Antonio sotto gli occhi annichiliti della madre? E la stessa Silvia era davvero ignara di quello che Giorgio imponeva a sua figlia? “La figlia femmina” mette in discussione ogni nostra certezza: le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli.

Estratto

A mia madre e a mio padre

 anche essere qui adesso mi è lontano.
SILVIA BRE, Marmo

Questo è il mio papà

Un intreccio di strade in festa intorno alla moschea. Nel suk il clima è più fresco e ventilato. È settembre. I bambini urlano, ridono, si rincorrono tra burqa, veli color pastello, ricchi turisti, povera gente. Fanno ressa intorno a un bazar, a un negozio che vende oggetti di culto, a un libraio. Un uomo addenta un baghrir e lo gusta come un bambino. Un bambino sorseggia un tè alla menta e si atteggia a adulto. Maria ha cinque anni, guarda le strade illuminate e assapora un fico. La preghiera comunitaria alla moschea principale è terminata e c’è un fitto viavai di persone, di parenti e amici che si scambiano saluti, cartoline celebrative, doni. Tutto l’islam è in festa per l’Eid al-Fitr che segna la fine del Ramadan. Tre meritati giorni premio dopo il digiuno. I genitori di Maria sono italiani e solo da pochi anni vivono a Rabat, ma partecipano ugualmente all’atmosfera gioiosa di quella comunità. Lei cammina mano nella mano con la mamma che le concede di assaggiare tutto quello che chiede. Il papà spiega a una coppia francese il sacrificio di Abramo. È un uomo robusto, alto, bello. Maria si accorge che, quando passa, la gente lo guarda con rispetto, che desidera le sue attenzioni. Sa che è un uomo importante, un diplomatico che lavora all’Ambasciata Italiana in Marocco. Vorrebbe staccargli un ricciolo arancione dalla testa e conservarlo nell’astuccio per poter dire: questo è il mio papà.

«Allora Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo! Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che temi Dio e non gli hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”».

Maria è assorta in un pensiero. È l’unica figlia di suo padre. Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. Pensa che lui lo farebbe fissandola con gli occhi neri e severi, attraverso le ciglia ramate. Lei gli accarezzerebbe un riccio della criniera arancione che ha sempre voglia e timore di toccare. Penserebbe che se lo fa papà è giusto. Le piace ascoltare la sua voce mentre tiene la mano alla mamma, e si sente protetta. Ha una voce profonda, senza mai un’esitazione.

Qualche giorno prima Maria aveva insistito perché la mamma dormisse con lei. Aveva dormito di un sonno pesante, ricostituente, quieto. Aveva sognato l’Italia, Roma, la casa dei nonni, la nonna che serve del tè su un vassoio e si siede accanto a Maria.

«Nonna, vorrei anche dei biscotti».

«Ma Maria, eccoli i biscotti». Però il vassoio è vuoto, c’è solo una tazza di porcellana piena di tè. La nonna guarda Maria e la invita a mangiare i biscotti che non ci sono. Maria finge di prenderne uno, ma fra le mani c’è solo l’inconsistenza dell’aria, si sente stupida e le viene da piangere. Porta la mano alla bocca e i suoi denti si toccano senza penetrare niente. Continua a masticare il vuoto e dentro la bocca si propaga un buonissimo sapore dolce, di miele e mandorle. La nonna sorride e lei si sveglia. È mattina presto e la mamma non è più accanto a lei.

La notte, dopo aver fatto questo sogno, Maria era rimasta sveglia, aveva lottato contro il sonno per controllare che sua madre fosse sempre lì vicina. L’aveva stretta forte, e usato il suo seno come cuscino. Poi era intervenuto il padre: «Impara a sentirti sola ogni tanto», le aveva detto.

È l’ora del tramonto. Maria, la mamma e il papà salutano la coppia francese e lasciano il suk allontanandosi dalla medina. Il cielo è tinto di rosa, con pennellate color canarino che riprendono il sole, mentre si abbassa dietro un albero, dietro una casa, sotto la linea dell’orizzonte. Ora è notte. E quella notte la mamma non dormirà con Maria. Il papà l’aspetta sul letto per raccontarle una storia. Lei è nel bagno azzurro, quello degli specchi, e si lava i denti da mezz’ora. Prima da destra a sinistra, poi dall’alto verso il basso. Le è uscito il sangue dalle gengive e ora fa degli sciacqui e dei gargarismi sulle note di una canzone, La vie en rose. Ride. La mamma in cucina ha finito di infilare nella lavastoviglie i piatti sporchi di pastilla e cuscus. Entra in bagno, la prende in braccio e le fa il solletico, mentre lei cerca di divincolarsi tra le risate. La mamma la accompagna in camera, dà un bacio a lei e uno al marito e augura loro la buonanotte lasciandoli soli. Il padre guarda Maria salire sul letto. È avvolto in una tunica di lino color tortora che usa come vestaglia. Ha cominciato a leggere e lei lo ascolta. «Che cosa dovrò pianger di più: la tua morte o questo disperato esser sola…?».

Maria beve quelle parole, si appassiona alla lettura.

«Non tutte le bambine saprebbero apprezzare quello che ti leggo. Sei speciale, Maria, sei una bambina molto speciale».

Maria abbassa le palpebre lasciandosi penetrare dalla voce potente del padre che risuona nella camera, tra i tappeti marocchini e i paralumi di carta. È speciale, una bambina molto speciale. Il padre la osserva con la coda dell’occhio, forse vuole controllare che sia attenta, che non si addormenti. Socchiude il libro lasciando un dito nel mezzo per tenere il segno. Si china sulla testa di lei, le bacia la fronte all’attaccatura dei capelli, dove la peluria bionda dei bambini si imperla di sudore. Una mano fredda si allunga sul suo corpo, le solletica il fianco. Ora si infila oltre l’elastico dei pantaloncini di cotone fino a toccarle il ventre. Lei si ritrae d’istinto, le trema il labbro superiore. Non vuole contrariare il suo papà, lei è una bambina speciale. Molto speciale. L’uomo posa il libro, spegne la luce e Maria vede scomparire nel buio i suoi riflessi arancioni. Il corpo di lui si avvicina a quello della bambina. Si emoziona al contatto con la sua pelle delicata, abbandona su di lei tutto il suo peso e Maria trattiene il respiro. Non riesce a gonfiare il torace, resta in apnea…

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