“Il cimitero delle bambole” di Maria Iervolino

“Il cimitero delle bambole” di Maria Iervolino

Da giovedì 5 maggio, sarà disponibile in tutti gli store online il romanzo Il cimitero delle bambole di Maria Iervolino, uno dei vincitori del torneo letterario online IoScrittore del Gruppo editoriale Mauri Spagnol.

Giovedì l’ebook sarà in offerta al prezzo lancio di euro 0,99 (da venerdì 6 maggio a euro 3,99).

QUARANT’ANNI DI STORIA DI UNA PROVINCIA VIOLATA E DOLENTE,
VISSUTI CON GLI OCCHI SGRANATI DI UN GRUPPO DI PICCOLE GRANDI DONNE

Ebook – pag. 142 – Euro 3,99


IN USCITA IL 5 MAGGIO 2022


Boccapianola è un nucleo di sole e cemento, un piccolo paese non lontano da Napoli, abituato a nascondere
i propri sentimenti, il proprio coraggio, la propria insussistenza dietro alla grande città. Boccapianola è un
piccolo serbatoio: di emozioni e umanità, per affrontare una Storia sempre troppo grande e troppo distante;
di manodopera per la camorra, sempre pronta a riempire pance e svuotare sguardi, a distruggere e ricreare
una piccola morale quotidiana, utile a chi comanda. A Boccapianola non è difficile incontrare corpi riversi
ai bordi delle strade disastrate. Nel maggio del 2010 una donna viene ritrovata, uccisa, in un campo. Pare un
delitto come tanti, ma, in realtà è rivelatore di tutto un mondo, di sangue che non ha mai smesso di scorrere,
di amore che non ha mai smesso di seccarsi a un sole troppo forte e per nulla benefico. Soprattutto è cosa
da donne, uniche e fragili, aggredite fin da piccole, inchiodate a necessità sempre imposte da uomini,
anch’essi allo stesso tempo vittime e carnefici. Queste donne, Melina e le altre, sapranno raccontare e
soprattutto vivere questa storia; sapranno dare senso ai loro gesti e direzione ai loro passi. E noi abbiamo la
possibilità, attraverso i loro occhi e la loro voce, di rievocare quarant’anni di un entroterra accorto e nascosto,
di un popolo ingenuo e perverso, condannato a essere solo un cimitero di bambole.

A mio padre

La Terra emana una vibrazione
là nel tuo cuore, e quello sei tu.
Edgar Lee Masters

7 MAGGIO 2010

Questo giorno di sole turbato dal vento scuote alberi e sbatte porte e finestre. Questo giorno di sole comincia un tempo. È un giorno come tanti altri, e la primavera sfila con i papaveri rossi e le margherite gialle ai bordi delle strade di periferia, come se non fosse altro che una primavera. Una donna cammina a passo sostenuto. Pantaloni aderenti e maglietta nera, capelli chiari e fianchi rotondi. Rallenta, digita sul telefonino, poi riprende a camminare veloce con il volto coperto dai capelli scompigliati dal vento. Via via le abitazioni diradano, oltre l’ultima casa c’è solo campagna. Noccioleti a perdita d’occhio. Un tempo era l’economia dell’intero paese, oggi è luogo frequentato da prostitute. A guardarla però non sembra una di quelle, scarpe basse e borsa a tracolla. Un’auto accosta e lei sale.

Nel primo pomeriggio il suono delle sirene corre per tutta la strada, una folla di curiosi sosta nei pressi e subito spuntano i primi articoli online.

Il cadavere di una donna è stato rinvenuto in via Larga, zona periferica di Boccapianola. Il corpo ritrovato in un noccioleto con un coltello da cucina piantato nella schiena. Sconosciute le generalità della donna, forse una prostituta. Gli inquirenti stanno cercando di risalire all’identità della vittima e al colpevole di questo efferato delitto. A dare l’allarme, il proprietario di un terreno adiacente. L’uomo ha notato il corpo riverso in una pozza di sangue e subito ha allertato i soccorsi che si sono purtroppo rivelati inutili. Tutta la zona è interdetta alla circolazione. Sul posto i carabinieri della locale stazione non escludono nessuna pista.

Boccapianola è un piccolo centro non lontano da Napoli, da sempre terra di camorra e di morti, di pentiti e di vivi, di contadini e benpensanti, una terra stuprata e venduta sotto gli occhi di chi gira la faccia per non guardare o di chi guarda senza vedere. Non vedono le discariche a cielo aperto, né i malati di cancro che affollano gli ospedali, evitano le buche delle strade disastrate; il degrado delle periferie; e ognuno si fa i fatti propri. Di chi parla troppo si usa dire che nun vò murì dint’ ’o liett’ suoio. Come a dire che chi si impiccia non merita una morte serena. E a chi se la prende per una qualsiasi cosa è sempre pronto un pienz’ ’a salute.

Boccapianola per decenni ha assistito impaurita a espropri di terreni, ha ascoltato i boati delle bombe, ha visto il sangue dei suoi ragazzi sul selciato. Ha pensato, come il mondo intero, che la bella vita significhi una vita bella.

Non sempre è così.

1

Maggio 1976

Il cortile battuto a cemento è pieno di vasi e di fiori, sulla sinistra il pezzo di terra e qualche piantina aromatica: il rosmarino, la menta buona a profumare le sarde o le alici del mare che nonna compra al mercato, o per le zucchine dell’orto, prima fritte e poi messe nei vasetti con l’olio. In mezzo agli odori c’è il cespuglio verde macchiato di viola: le belle di notte, fiori profumati a forma di trombette. Coglierle è un gesto istintivo, spezzare via il calice, tirare fuori i pistilli e avvicinarle alle labbra. Il soffio dà voce al suono, i petali sottili si sciupano in fretta e lasciano in bocca un sapore dolciastro. Un muretto circonda il pezzo di terra, trenta metri quadrati non lastricati per dare cibo e respiro alla casa. L’albero delle arance, la vite con i grappoli acerbi, erba fina e riccia a pochi passi dal cancello di ferro battuto. Ruggine e marrone sbiadito coprono le inferriate composte da volute leggere. Una volta chiuso, permette a chi sta dentro di guardare fuori e il contrario. Ma il cancello è sempre aperto e il cortile diventa un tutt’uno con il vicolo. Il vicolo è cieco, stretto e impolverato, l’asfalto arriverà anni dopo.

Melina va su e giù fino alla strada almeno quattro o cinque volte al giorno. In una frenesia di libertà, di scherzi e di chiacchiere. Le amiche giocano sempre per strada, per loro è facile perché abitano case affacciate sulla via, tra cortili battuti e portoni antichi che racchiudono interi casati. Melina vive in una casa in fondo a un vicolo e della strada, da quella posizione, intravede solo il portone della famiglia Vastolese, con il traliccio di roselline rosse che ne abbraccia l’arcata. È primavera inoltrata, la scuola è quasi terminata e le giornate vanno lente verso l’estate, tra la caccia a qualche lucertola e il gioco a fare la mamma che prevede la preparazione del pranzo. Le pentole sono di plastica e con il fuoco non si gioca, però il cibo è vero. Melina raccoglie le nocciole dalle piante, tira via le brattee che proteggono il frutto, tra qualche mese seccheranno e lasceranno cadere a terra le nocciole, apre i gusci ancora verdi e le mette nel pentolino, ci aggiunge un paio di pomodori schiacciati, un pizzico di sale e un filo di olio e poi prova a dar da mangiare alla bambola.

«Ecco qui» dice. «È tutto pronto e tu devi mangiare o ti fai piccola piccola e muori».

Ma Michela, questo è il nome che Melina ha scelto di dare alla bambola, di aprire la bocca non ne vuole sapere. Allora, dopo insistenze inutili e qualche sospiro, con le dita prende il cibo dalla pentola di plastica rosa e se lo porta alla bocca. Mangia tutto lei e le sembra un pasto squisito.

«È inutile che mi guardi» dice, puntando gli occhi scuri in quelli azzurri della bambola. «Non l’hai voluto e mò ti arrangi».

Il tempo coltiva la noia. Il tempo, in un paese come Boccapianola, non passa mai. La televisione di mattina non trasmette niente, e di sera si guarda solo il telegiornale, e il telegiornale è un’angoscia. È da giorni che parla del terremoto in Friuli e Melina non sa nemmeno cos’è un terremoto. Ha visto le immagini di case crollate, di bambini che piangono in braccio alle mamme, ha visto gli occhi della gente impaurita e non solo quelli dei bambini. Pure i grandi hanno gli occhi spalancati dalla paura, e allora pensa che il terremoto sia un mostro terribile che passa nei campi e nei vicoli, il terremoto cammina per strada e schiaccia le case con piedi enormi, qualcuno fa in tempo a scappare e qualche altro ci rimane sotto. Non le piace il telegiornale perché quell’uomo tutte le sere dice solo brutte cose. Allora prova a distrarsi o con coraggio chiede di girare sull’altro canale per vedere altro, che non sia morte o politica inutile, ma il nonno dice di stare zitta che sennò i fatti importanti non riesce a sentirli.

Melina abbandona la bambola e lascia le pentole sporche, alle faccende penserà più tardi. Si toglie il grembiule e corre di nuovo verso la strada.

«Melina! Melina!»

È la voce della nonna che la chiama e la raggiunge, il richiamo nervoso che non promette niente di buono e costringe a tornare indietro di corsa. Nonna Rita ha cinquant’anni e capelli lunghi sempre arrotolati in un tuppo. Le mani consumate di fatica, le braccia scure e la faccia abbronzata dal sole della campagna. Invece le cosce sono chiare come il latte. Bianco anche il resto del corpo, che tiene sempre coperto. Un corpo che non ha mai toccato spiagge né mare né sole.

«Sempre miez’ ’a via stai».

La via è fatta di basoli, anche qui l’asfalto è arrivato anni dopo, le lastre vulcaniche sono sparite, qualcuno dice che siano state vendute in modo arbitrario da chi ha disposto lo smantellamento. E la strada di pece nera a ogni pioggia si riempie di fossi.

«Melina!»

«Sto qua!»

«Addò si’ ghiuta?»

«’Nu poco fora ’a via».

Fora ’a via è l’unica uscita, e nemmeno tanto permessa. Però sono due passi ed è facile sgusciare sperando sempre che nessuno si accorga di niente. Basta una voce e, se a sentire non è la diretta interessata, c’è sempre qualcuno a fare staffetta.

Fortuna vuole che oggi la nonna è andata a lavorare in campagna. È la controra e in giro non si vede nessuno. Melina dalla strada si allunga fino al varco del vicolo successivo e la casa di Elisa sta proprio là, con le finestre di legno pittate di verde e le tendine a fiori. Il cancello è aperto, nell’aria il profumo dei panni freschi lavati e stesi sul filo di ferro. Melina chiama l’amica, mò esce, e così giocano un poco, ma Elisa non si vede. Arriva il padre, proprio mentre sta per andare via. Renato è il papà di Elisa e fa il fruttivendolo, ha un camioncino pieno di frutta parcheggiato nel cortile. Renato è un uomo allegro, mai un muso lungo o una faccia storta, sorride sempre e quando non sorride fischietta. Tutte le sere dopo cena va a sedersi sul sedile di pietra lavica che sta fuori al portone dei Vastolese, accende una sigaretta e guarda la vita che passa. Sua moglie Rosa a volte lo raggiunge, lui la abbraccia, le passa un braccio sul collo con le dita che scendono a sfiorarle il seno. Se ne sta attaccato alla moglie e la bacia pure fuori alla strada, in mezzo alla gente. Come se fosse una cosa normale. E per tanti paesani, dai comportamenti discreti, tanto normale non è.

«Elisa non c’è» dice Renato e sorride. Tiene un sorriso che chiude gli occhi piccoli e i segni intorno glieli fanno ancora più piccoli e dolci.

«Torno più tardi» dice Melina. E si avvia verso la strada, meglio rientrare a casa, tra le pietre, i muretti sgarrupati e le belle di notte. Lui la blocca, la invita con una voce dolce, più dello sguardo, a seguirlo in cantina. Le finestre non hanno occhi e l’asfalto non ha fiato, non si sente nemmeno una mosca.

«Vieni, ja. Vieni un momento che ti do una bella cosa».

Melina lo segue verso lo scantinato. C’è una discesa buia e umida che porta fino a giù. La cantina non tiene le scale. Lui davanti e Melina appresso, un passo dietro l’altro. La bambina si guarda intorno, Elisa non ce l’ha mai portata là sotto. Alla fine della discesa c’è un cerchio vuoto circondato da cassette piene, e altre senza niente dentro, sistemate vicino ai muri. Dalle feritoie, in alto, scendono fasci di luce. Lui afferra qualcosa da una cassetta, poi prende un sacco marrone, come quelli in cui si mettono le nocciole raccolte in agosto, e lo sistema a terra al centro della cantina. Lo stende come un lenzuolo e ci si mette sopra. Apre la mano e porge un frutto a Melina.

«Tieni» dice, e sorride ancora. Un sorriso di denti gialli che gli si è fissato in faccia. Melina accetta il regalo senza pronunciare una sillaba, guarda Renato che appoggia la testa sul palmo della mano con il gomito piantato a terra, un ginocchio piegato e l’altra gamba allungata.

«Vieni qua, siediti vicino a me».

L’aria è strana. Aria umida e opaca di un dormiveglia che spegne la luce nel buio. La voce di Renato cambia, si fa bassa e scura come il posto in cui si trovano: una cantina rotonda che somiglia a una grotta.

Melina tiene in mano il frutto, è freddo, è liscio. Con un sussulto viene fuori dallo stordimento. Volta le spalle al padre di Elisa e scappa. In un attimo si ritrova all’aperto. Aria asciutta che accoglie l’istinto. Luce che accarezza e consola. Melina continua a scappare senza sapere nemmeno perché, stringe in mano una prugna. Tutta qui la bella cosa di Renato. Non una caramella né una cioccolata. Una semplice prugna come ne crescono sulla pianta che il nonno cura in fondo alla terra che sta dietro casa.

A pochi passi dal cancello, Melina si volta per vedere se l’uomo l’ha seguita. Non c’è nessuno. Neppure un’ombra. Guarda di nuovo la mano che stringe la prugna, come se di colpo si fosse ricordata di avercela lì, ne osserva il colore verde con qualche striatura di giallo. È ancora acerba, lei le preferisce mature. In un attimo le passano tante cose per la testa, ma di nessuna saprebbe spiegare il senso. Alla fine l’idea arriva con un flash: i cattivi mettono la droga nelle ‘belle cose’ da offrire ai bambini per poi rapirli e portarli lontano. È questa la storia che ha sentito raccontare tante volte, ma a dire il vero non ci ha mai creduto sul serio. A mangiare la prugna, Melina, non ci pensa nemmeno. La butta via mentre ancora cammina. La lascia cadere a terra tra i fili d’erba del vicolo mentre entra nel cortile di casa. Questa storia non dovrà raccontarla a nessuno. Il perché non lo sa. Ma poi, in fondo, non sa tante cose…

Maria Iervolino è nata a Karlsrhue in Germania in un freddo giorno di dicembre del 1968 da due giovanissimi emigranti. Diplomata in ragioneria, vive da sempre a Poggiomarino in provincia di Napoli, dove gestisce un’azienda di import-export. Numeri e Lettere. Ragionamento e riflessione, praticità e sogno. Presente in diverse antologie e romanzi collettivi, scrive da sempre, per passione e per ricerca, per protesta o per amore. Scrivere è dare un ordine ai pensieri nel caos dell’esistenza. Anche in quelle più anonime. Questo è il suo romanzo d’esordio.

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