sabato, Ottobre 31, 2020
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A “Due chiacchiere con lo scrittore” con Andrea Ricolfi autore del romanzo “L’ultimo marinaio” edito da Garzanti

L’ Autore

Andrea Ricolfi è nato a Torino e ha studiato matematica a Torino, Padova e Bordeaux, conseguendo il dottorato di ricerca in Norvegia. Vive a Trieste ed è titolare di un assegno di ricerca presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati.

Intervista

Ciao Andrea grazie per aver accettato il mio invito e benvenuto a “Due chiacchiere con lo scrittore”

  1. In poche parole parlaci un po’ di te.

Partiamo dai vent’anni: a quell’età pensavo di essere un sedentario, poi mi sono spostato per studiare matematica fuori casa e non sono più tornato: ero diventato un nomade, e lo sono ancora — anche se amo stare fermo a Trieste… Ho vissuto quattro anni in Norvegia, dove il mio rapporto con la natura è diventato più forte che mai. Lì ho scoperto un mare ancora più aspro di quello della Bretagna, dove ho imparato ad andare in barca a vela. Passo molto tempo a fare matematica, faccio ricerca e insegno all’università; è un lavoro che amo e a cui do tutto me stesso, o almeno ci provo. Il mare è una delle mie passioni più grandi, insieme al karate, che mi accompagna da quando ho dodici anni, e alla fotografia astronomica.

  • Che tipo di rapporto hai con la scrittura?

Lo sto ancora esplorando questo rapporto. Per ora è una cosa che mi piace fare quando mi sento calmo, quando sento che la mia mente è lucida piuttosto che in subbuglio. Grazie a questa calma riesco a godermi la compagnia dei personaggi, li guardo fare quello che devono fare quasi come se non avessi nessun ruolo nelle loro scelte. Eppure mi sento parte delle loro vite, e questa sensazione è molto bella.

  • Quando hai iniziato a scrivere “L’ultimo marinaio” hai usato una scaletta o hai seguito l’istinto?

Direi un misto delle due cose. Una scaletta vera e propria no, ma mi piace molto vedere tutta la storia, o almeno la sua struttura e i momenti salienti, le caratteristiche dei personaggi, prima di prendere la penna in mano. Ma ammetto che ci sono stati degli “imprevisti”, certi episodi o pensieri si sono insinuati senza che li avessi programmati: è stato impossibile ignorare l’istinto.

  • Esiste un libro che ha avuto una grande influenza nella tua vita? C’è uno scrittore che consideri il tuo mentore?

Penso che Jack London sia uno degli autori che mi hanno dato di più. Per esempio il suo “Martin Eden”. Quel personaggio così vigoroso, che non ha paura di nulla, pronto a scalare la montagna della società pensando che in alto ci sia la luce… e poi subito pronto a ridiscendere, una volta scoperto che la luce era solo un’illusione ottica! Ho imparato molto anche da “Stoner”, di John Williams: ammiro le sue descrizioni distaccate, come lascia agire i suoi personaggi senza giudicarli mai, senza prendere posizione. Perché ogni persona, reale o inventata da una penna, ha i suoi problemi.

  • Hai un genere letterario specifico?

Direi di no, ma ultimamente sto leggendo soprattutto romanzi di autori americani, come la Strout, Haruf, Roth, Fante (che considero americano).

  • Come è nata l’idea del tuo romanzo “L’ultimo marinaio”?

Nel libro ricordo di sfuggita la storia del ‘terzo astronauta’, Collins, che a differenza di Armstrong e Aldrin non lasciò impronte sulla luna ma fu cruciale nella riuscita dell’impresa. Il romanzo è nato da questa semplice idea: volevo raccontare la storia di qualcuno che fa grandi cose, ma le fa in silenzio, senza clamore, senza cercare i riflettori. La lampadina si è davvero accesa quando ho capito che l’ambientazione(selvaggia) norvegese era perfetta come cornice a un racconto del genere, perché la sua è una bellezza dimessa, che quasi si nasconde.

  • Ci spieghi la scelta di questo titolo?

Il titolo che avevo dato quando il romanzo era nel mio cassetto era “Il terzo astronauta”, mi piaceva molto ma insieme al team Garzanti ne abbiamo pensato uno meno sviante… E penso sia stato una buona scelta per via del personaggio principale, Tomas: mentre gli facevo fare delle cose, sentivo già la nostalgia di quando ci saremmo dovuti salutare. Volevo trasmettere la sua peculiarità, il fatto che uno così non lo si trova più, una volta perduto.

  • Il punto forza della tua storia?

E’ una storia per chi non ha paura di sognare, per chi non è contento nell’habitat umano dei nostri giorni ma ha comunque la forza di sperare in qualcosa di meglio. E’ una descrizione di un mondo verosimile ma che non esiste, che ho voluto invitare il lettore a sognare con me. Nella mia mente è molto chiaro il genere di cose che vorrei vedere nel mondo, e ce l’ho messa tutta per scriverne almeno una a parole: la scuola di vela dell’isola di Noss.

  • Una citazione tratta dal tuo romanzo…

Questa è la premurosa nostalgia dell’isola: appena ci si stacca, subito si sente la solitudine. Non la nostra, ma la solitudine dell’isola, dello scoglio che resta indifeso

Trama

Matias vive sull’isola di Noss, uno scoglio deserto scaraventato in mezzo al mare della Norvegia, gelido e misterioso. Il mare che è tutto per lui. Il mare che, quando era solo un bambino, gli ha portato via il padre per sempre. L’unica eredità che ha ricevuto è il Marlin, una barca di legno costruita a mano. È da qui che nasce il suo sogno: dare vita a una scuola di vela. Una scuola per forgiare marinai come ce ne sono stati un tempo. Una scuola aperta tutti i giorni dell’anno, per insegnare, attraverso i segreti del navigare, i segreti della vita. È così che Matias incontra Tomas, arrivato a Noss per mettere a disposizione degli allievi quello che ha appreso solcando le distese blu di tutto il mondo: il mare è pericoloso e non importa quante tempeste si siano affrontate, perché quella successiva mette la stessa, identica paura di morire. È la legge del mare, una legge crudele, ma mai crudele quanto quella degli uomini. Tomas è un uomo silenzioso, in disparte rispetto al resto del mondo, come il canto di una voce lontana che nessuno sa decifrare. Matias scopre in lui un’anima pura, capace della forza più vigorosa, ma anche della tenerezza più inaspettata. Virata dopo virata, mentre la notte del Nord si illumina di luci che danzano nel cielo, diventa non solo un maestro, ma un amico. Perché far parte di un equipaggio insegna che il vento non si deve affrontare da soli. Mai.

Andrea Ricolfi ci porta in Norvegia tra case colorate, venti e mareggiate. Ci porta sul ponte di una nave dove si impara il coraggio, la fatica e l’amicizia più vera. Ci porta in un mondo in cui essere marinai significa esserlo per tutta la vita.

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