venerdì, Ottobre 30, 2020
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“Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli edito da Mondadori. Vincitore del Premio Strega giovani 2020. Estratto

Sinossi

Ha vent’anni Daniele quando, in seguito a una violenta esplosione di rabbia, viene sottoposto a un TSO: trattamento sanitario obbligatorio. È il giugno del 1994, un’estate di Mondiali. Al suo fianco, i compagni di stanza del reparto psichiatria che passeranno con lui la settimana di internamento coatto: cinque uomini ai margini del mondo. Personaggi inquietanti e teneri, sconclusionati eppure saggi, travolti dalla vita esattamente come lui. Come lui incapaci di non soffrire, e di non amare a dismisura. Dagli occhi senza pace di Madonnina alla foto in bianco e nero della madre di Giorgio, dalla gioia feroce di Gianluca all’uccellino resuscitato di Mario. Sino al nulla spinto a forza dentro Alessandro. Accomunati dal ricovero e dal caldo asfissiante, interrogati da medici indifferenti, maneggiati da infermieri spaventati, Daniele e gli altri sentono nascere giorno dopo giorno un senso di fratellanza e un bisogno di sostegno reciproco mai provati.

Estratto

Ai lottatori,
ai pazzi.

«Maria ho perso l’anima!

Aiutami Madonnina mia!»

Nero e ancora nero. Questa deve essere la morte.

«Maria ho perso l’anima!

Aiutami Madonnina mia!»

Odore di bruciato, sempre più forte, il calore che diventa fuoco, arde.

Spalanco gli occhi sul mondo come fosse la prima volta, a fatica riesco a tenerli aperti, ma soltanto per poco.

«Maria ho perso l’anima!

Aiutami Madonnina mia!»

Accanto a me ritrovo uno sconosciuto, sembra san Francesco, solo allucinato, sporco, secco da fare paura, ha un accendino in mano. L’odore di bruciato sono i miei capelli, sta dando fuoco alla mia testa. Vorrei chiedere aiuto, ma non ce la faccio, è come se il cervello non riuscisse a comunicare con il resto del corpo.

Un urlo di ragazza strepitante esplode nell’aria, mi volto, esce dalla bocca di un quarantenne, ha i capelli rossicci tinti, pochi, completamente rivoltati da una parte, urla ancora:

«Pino!! Pino!! Madonnina sta a da’ fòco a quello nòvo!!»

L’infermiere è una pancia che cammina, tutto bianco, si affaccia dalla porta, quando vede cosa sta succedendo aumenta il passo.

«’Sto fijo de ’na mignotta, e ’ndo cazzo l’hai trovato ’st’accendino.»

«Maria ho perso l’anima!

Aiutami Madonnina mia!»

L’infermiere mi sfila davanti, con un balzo strappa l’accendino dalle mani del pazzo, lui non dice niente, si fa mettere sul letto senza reazione alcuna, un animale di colpo inerme, indifeso.

«Che devo fa’ co’ te, Madonni’? Se oggi me rifai quarche guaio giuro che te chiudo ar bagno.»

Il mio corpo vorrebbe riaddormentarsi, ma io mi oppongo, cerco in ogni modo di resistere, provo a parlare, senza riuscirci.

L’infermiere si gira verso di me, passa una mano sul lato della testa che stava prendendo fuoco, nell’aria è rimasta la puzza di pollo bruciato, lui sorride di sufficienza:

«Nun t’ha fatto gnente, i capelli tempo du’ settimane te so’ ricresciuti.»

Detto questo se ne va.

Con la poca lucidità che riesco a permettermi cerco di capire, comprendere il luogo in cui mi trovo. Uno stanzone d’ospedale, con sei letti. Il caldo che si mischia alla puzza, odore di disinfettante e sudore.

L’uomo che urlava come una ragazza si guarda intorno, un passo alla volta si avvicina, l’impossibilità di scappare, di opporre la minima resistenza, anche solo urlare, moltiplica il terrore. Lui sorride, accosta la sua faccia al mio orecchio:

«Sono vergine.»

Lo dice come fosse un invito irrinunciabile.

Ho paura, vorrei vicino a me la mia famiglia, la mia casa, la mia stanza. So perché mi trovo qui, so quello che è successo. La vergogna, i sensi di colpa, il ricordo di ieri sera mi travolge, vorrebbe tramutarsi in pianto. Ma non ce la faccio.

Mi riaddormento così, agognando lacrime che non arrivano.

GIORNO 1
Martedì

Una mano sulla spalla, mi scrolla sempre più violentemente.

«Mencarelli, ’nnamo ’n po’.»

È l’infermiere, sta tentando di svegliarmi.

«Daje, so’ le undici passate, tra ’n quarto d’ora te deve vede’ er medico.» Mi prende per le spalle e mi tira su.

«Buongiorno principino, te sei fatto ’na bella dormita. E te credo, co’ quello che t’hanno sparato ’n vena, ce la fai a dimme come te chiami? Provece ’n po’?»

Ho la bocca secca. La testa rimbomba.

«Daniele. Daniele Mencarelli.»

L’infermiere si cimenta in una specie di sorriso. Avrà una cinquantina d’anni, forse qualcosa in più, il viso segnato profondamente dall’acne degli anni che furono.

«E bravo Daniele. Io so’ Pino invece, e Pino ama mette subbito le cose in chiaro: se tu stai bòno io so’ bòno, se tu fai er matto cattivo io divento più cattivo de te, chiaro? E credeme, i sani sanno esse più cattivi dei matti, capito?»

La faccia di Pino si è indurita, mi sforzo di rispondere, malgrado l’intorpidimento generale:

«Ho capito.»

«Altra cosa fondamentale, è vietato anda’ in giro, tu puoi sta’ qui o nella saletta della televisione che sta affianco. Mai e poi mai anda’ nelle stanze che stanno dopo la saletta della televisione. Lì dentro non so’ come voi, ce stanno quelli cattivi, chiaro?»

«Chiaro.»

«Bravo Daniele, mó svejate pe’ bene, tra poco te chiama er dottore, questo è tè, daje quarche sorso.» Mi passa una tazza tiepida, poi se ne va.

Riprendere possesso del corpo vuol dire sentire, uno a uno, una quantità di dolori sparsi, dietro la schiena, il collo, ma è la mano sinistra quella più segnata. È coperta da un grosso cerotto, all’altezza delle nocche c’è del sangue rappreso. Dalla mano alla mente il passo è breve: sui muri, addosso ai mobili, contro lo schermo del televisore fino a farlo esplodere. Eccoli i segni. Infine, enorme come il cielo, rivedo mio padre come cosa morta a terra, grazie al mio spettacolo.

Una selva di occhi, sono quelli dei miei compagni di stanza. I sei letti sono sistemati su due file, i tre che ho davanti sono tutti pieni. Il ragazzo che ho di fronte avrà la mia età, mentre Pino mi parlava di tanto in tanto lo guardavo, ora ne ho quasi la certezza: da quando ho preso a spiarlo non ha mai smesso di fissare un punto indefinito sopra la mia testa. È come se guardasse oltre, un oltre che lo ha totalmente rapito, tutto quello che gli vive vicino non sembra in grado di ridestarlo.

Alla sua sinistra, accanto alla grande finestra della stanza, c’è un uomo attorno ai sessanta, dal primo istante in cui l’ho visto ho notato la somiglianza incredibile: è identico al chitarrista dei Queen, ma il nome non riesco a ricordarlo. Il letto di destra, invece, è occupato dall’uomo con urlo di ragazza, ora se ne sta di fronte a uno specchietto da borsa, si passa il lucidalabbra e intanto fa smorfiette, si sorride, sembra improvvisare un dialogo, un corteggiamento.

Io sono al centro dell’altra fila di letti, alla mia sinistra c’è il pazzo che ha tentato di darmi fuoco, sembra essersi calmato, pare addirittura dormire.

Il letto dal lato destro è perfettamente ordinato e rifatto, dovrebbe essere vuoto.

Ogni tanto, provenienti da altre stanze, altri mondi, grida, lamenti da straziare la roccia.

Pino si affaccia in camera.

«Daje Mencare’, t’aspetta Mancino.»

Mi tiro su a fatica, stare in equilibrio mi sembra più complicato del solito, Pino mi prende sottobraccio, così usciamo dalla stanza, ci infiliamo in quella esattamente di fronte alla nostra.

Lo studio medico è piccolo, Pino mi fa sedere, poi esce.

Di fronte a me ho il medico, una cosa mi colpisce all’istante: ha una mole straordinaria. Lo vedo dalle braccia, dalla mano con cui sta vergando righe su righe con la penna spinta a forza sul bianco della pagina. A osservarla bene anche la testa è enorme, come le spalle, non posso dire l’altezza, ma deve essere un gigante.

«Allora, Mencarelli.»

Mi ha rivolto parola senza staccare lo sguardo dal foglio, finalmente si tira su, ha gli occhi azzurri, piccolissimi, il naso largo, i capelli mezzi castani il resto bianchi. Anche il viso ha qualcosa di imponente, quasi violento, se avessi confidenza con lui gli chiederei se gioca o ha mai giocato a rugby, perché sembra in tutto e per tutto un rugbista.

«Mi sai dire la data di oggi? Giorno, mese e anno.»

Annuisco e inizio a fare i conti.

«Oggi è martedì 15 giugno, 1994.»

«14, martedì 14. Mi sai dire giorno, mese e anno della tua data di nascita?»

«26 aprile ’74.»

«Quindi hai vent’anni. Sai perché ti trovi qui?»

Davanti agli occhi, appuntite, avvelenate, fioccano le immagini di ieri sera.

«Sì.»

Il medico mi scruta senza scomporsi, lo sguardo sommato alla stazza dà per risultato un uomo incapace di provare emozioni, almeno questo lascia pensare.

«Non hai altro da dire? Vuoi raccontarmi cosa è successo?»

«Per il momento ancora no.» Il mio rifiuto non lo sposta di un millimetro.

«Come vuoi, nel pomeriggio arriverà il dottor Cimaroli, è lui che ti ha preso in carico ieri sera al pronto soccorso. Mi ha raccontato del tuo exploit. Complimenti. Per poco non ammazzavi tuo padre. Ci vuole talento.»

Resto in silenzio mentre lui continua a studiarmi, a segnare, di tanto in tanto, qualcosa sui suoi preziosissimi fogli, che molto probabilmente mi riguardano.

«Comunque. Tu da oggi sei in regime di trattamento sanitario obbligatorio, sai cosa significa? Il dottor Cimaroli assieme al collega del pronto soccorso ha deciso per il trattamento, l’iter è questo, abbiamo avvisato il tuo comune di residenza e il tribunale di Velletri, stamattina via fax è arrivato il loro nulla osta, quindi per sette giorni sei obbligato al ricovero e a ricevere le nostre cure.»

Dell’intontimento chimico non c’è più traccia. Ecco l’ansia, l’angoscia.

«Che significa? Non posso anda’ a casa mia?»

Il medico gigante fa di no con la testa.

«Da oggi martedì 14 giugno al prossimo lunedì 20 starai nel nostro reparto. Perché, ti dispiace?» Il sorriso che sfoggia non lascia dubbi: il mio sconforto lo rende felice.

«Ma nemmeno se mi comporto bene? Se faccio venire i miei e parlate anche con loro? Io non so’ cattivo, sto in cura da un paio d’anni, ho girato diversi suoi colleghi. Non ho mai fatto male a nessuno.»

«Be’, il malore di tuo padre, quello che ti sei fatto tu, comunque da ora in poi saremo noi a decidere se sei pericoloso o meno, così come quello che hai o non hai. Come si chiamano i colleghi che ti hanno tenuto in cura?»

«Tutti non me li ricordo, Sanfilippo, Lorefice, Castro, forse anche qualcun altro.»

«Si saranno svenati tuo padre e tua madre per mandarti da tutti questi professori, avremo modo di approfondire, questo colloquio serviva solo a comunicare il TSO. Io sono il dottor Mancino, nel pomeriggio ci rivedremo con il collega Cimaroli, puoi tornare in camera tua. Cazzo di caldo fa dentro ’st’ospedale!»

L’imprecazione finale, rivolta a se stesso, gli è mezza uscita in dialetto, senz’altro del sud, anche se non saprei dire di dove.

Dallo studio medico alla mia stanza saranno al massimo una decina di passi. Li faccio lentamente, i volti di mio padre e mia madre, di mio fratello e mia sorella, mi accompagnano in silenzio. Da quando sono nato non ho fatto altro che portare disordine, un’esagerazione dietro l’altra, tutto un impulso da seguire, nel bene come nel male. Non so vivere in un altro modo, non riesco a sfuggire a questa ferocia: se c’è una vetta la devo raggiungere, se c’è un abisso lo devo toccare.

Mentre mi distendo sul letto, lungo il corridoio vedo sfilare il dottor Mancino, visto in piedi, a passo veloce, sembra davvero un gigante. Provo a intercettare il suo sguardo, ma lui non ne ha per nessuno, sprigiona risentimento, se non disprezzo. Il suo volto mi resta negli occhi: come si fa a detestare così apertamente una persona che si dovrebbe curare? In questi due anni di via crucis, tra psichiatri e patologie, mi sono abituato al distacco, al disamore, ma una dichiarazione d’odio così palese da parte di un dottore mi doveva ancora capitare.

«Ciao.»

Senza che me ne accorgessi, al mio fianco è comparso l’uomo con urlo di ragazza.

«Tosto Mancino, eh? Ma qui dentro non è il peggio, credeme. Io sono Gianluca.» E allunga la sua mano smaltata verso di me.

«Daniele.» E gliela stringo.

«Pure te TSO?»

Annuisco.

«Pure io, da ieri, te che hai fatto?» Gianluca avrà una quarantina d’anni, con i pochi capelli, multicolori, dal cenere al bruciato al rosso acceso, ha architettato un lungo riporto con cui coprire la parte di testa calva, le labbra finissime sono lucide, sorridenti. Alla sua domanda non rispondo, lui non si lascia intimidire.

«Capito. Io ho fatto ’na stupidata, ho portato a casa mia ’n amico, quella stronza de mi’ madre ha fatto il panico, credeme il panico, alla fine jo dovuto mena’, ma io so bòna, bòna come er pane, in tutti i sensi.» E si produce di nuovo in un sorriso che vorrebbe essere provocante, mentre io penso alle parole che ho speso poco fa con Mancino: chissà quante volte i suoi pazienti hanno tentato di rassicurarlo sulla loro bontà.

«Adesso Gianluca tuo te fa er quadro della stanza. Allora, al letto accanto alla finestra c’è Mario, era un maestro elementare prima d’ammattisse, pure lui è bòno come ’n pezzo de pane.»

Mario, a sentire il suo nome, si gira verso di noi, ci sorride, poi torna a guardare l’albero che sta proprio accanto alla finestra, Gianluca si avvicina ancora di più a me:

«Sull’albero dice che c’è un uccellino, nessuno l’ha visto, comunque proseguimo, il letto affianco a Mario è occupato da Alessandro, catatonico, oggi pomeriggio viene er padre e te racconta pe’ bene lui, ’o fa co’ tutti, nell’altro letto ce sto io. Di qua c’è Madonnina, quello che te stava a da’ fòco, lo chiamano Madonnina perché nessuno sa niente, lui non parla, a parte ogni tanto co’ la Madonna. Loro so’ tutti ricoverati, soltanto io e te semo TSO, c’avemo tanto in comune.» Detto questo mi stampa un bacio sulla guancia, poi scoppia in una risata fortissima, esagerata.

«Quant’è bella la vita!!!» mi fa a un centimetro dal viso.

Resto in silenzio, gli occhi scorrono da un letto all’altro, da pazzia ad altra pazzia. Lentamente, sperato, atteso, sgorga il pianto.

«Daje signori che è ora de pranzo.»

Dalla porta si affaccia Pino, lo chiamo a me, mentre il pianto ormai è irrefrenabile.

«Voglio torna’ a casa mia, ve prego.» Gli stringo il braccio, lui con delicatezza si toglie dalla presa.

«Nun fa’ così, ’na settimana passa in fretta, vedrai che te farà bene.» E si tira su:

«Oggi minestrina e minestrone, patate lesse e piselli, petto de pollo o cotoletta, forza!»

Pino inizia a servire il pranzo, alla vista delle varie pietanze la poca fame sparisce del tutto, Gianluca e Madonnina, invece, mangiano voracemente. Alessandro, il catatonico, ha lo sguardo sempre lì, mezzo metro sopra la mia testa, niente di questa dimensione lo interessa, nemmeno il cibo.

«La mangi la mela cotta?» Al mio fianco è comparso Mario, con i suoi capelli ricci, bianchi, alti come una siepe disordinata sopra la testa.

Delle varie pietanze servite, l’unica che attirasse, seppur di poco, la mia attenzione era proprio la mela cotta, non foss’altro per affetto: mia madre mi ci ha cresciuto, erano l’immancabile contorno delle mie influenze, o malanno qualsiasi.

«No, prendila tu tranquillo.» Di sorrisi buoni ne ho visti, tanti, meravigliosi, ma questo sembra batterli tutti. Buono per quanto indifeso, per quanta gratitudine ci si possa immaginare dentro.

«Mario mangia solo mele cotte, je lasciamo pure le nostre.» Gianluca si sente in dovere di spiegare, da provetta guida del reparto quale si è autoproclamato.

«Grazie» mi fa Mario, guardando con occhi liquidi i miei occhi.

La curiosità è troppa, vince anche sulla voglia di scappare, con un cenno del capo chiamo vicino a me Pino.

«Non me prende pe’ matto, a parte che ce stamo in un posto de matti, tu li conosci i Queen? Quelli de Freddie Mercury?» Pino annuisce.

«’O so, Brian May, er chitarista, è identico, Mario è solo più vecchio e più matto.»

«Non me veniva il nome, grazie.»

L’autore

Daniele Mencarelli è nato a Roma nel 1974. Vive ad Ariccia.

Le sue principali raccolte di poesia sono: I giorni condivisi, poeti di clanDestino, 2001; Bambino Gesù, Tipografie Vaticane, 2001, Nottetempo, 2013; Guardia alta, Niebo La vita felice, 2005; Figlio, Nottetempo, 2013. Sempre nel 2013 è uscito La Croce è una via, Edizioni della Meridiana, poesie sulla passione di Cristo. Nel 2015, nella collana gialla del Festival pordenone legge, è stato pubblicato Storia d’amore. La sua ultima raccolta è Tempo circolare(poesie 2019-1997), Pequod, 2019.
Del 2018 è il suo primo romanzo La casa degli sguardi, Mondadori (premio Volponi, premio Severino Cesari opera prima, premio John Fante opera prima).
Collabora, scrivendo di cultura e società, con quotidiani e riviste.

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