venerdì, Dicembre 4, 2020
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Recensione del romanzo “L’ ultima testimone” di Cristina Gregorin edito da Garzanti

“L’ ultima testimone”

Autrice: Cristina Gregorin
Casa editrice: Garzanti
Genere: storico
data di pubblicazione: 10 Settembre 2020
pagine: 320
prezzo: 16,15

Trama

«Cercate Francesca perché solo lei conosce la verità.» Sono le ultime parole di un uomo anziano che sta morendo. Una frase semplice, ma capace di stravolgere la routine che la donna si è costruita con difficoltà negli anni. Una routine in cui non c’è spazio per il passato. Ma troppe domande attendono da tempo una risposta e ora la costringono a tornare a Trieste. In quella città, quando era solo una ragazzina, ha assistito a qualcosa che ha cercato con tutte le forze di dimenticare. Qualcosa che ha a che fare con gli amici di sua nonna, i loro misteriosi contatti e un passato oscuro legato a vicende della seconda guerra mondiale: soldati di opposte fazioni, delazioni, vendette in una città sospesa tra frontiere contese e destini incerti. Uomini che hanno combattuto nella Resistenza, cercando di fermare il nemico, con qualunque nome o divisa si presentasse, e hanno insegnato a Francesca a non fidarsi di nessuno. Ma combattere fino in fondo per i propri ideali significa fare scelte che cambiano il futuro. Scelte che hanno un prezzo. Scelte che portano con sé segreti, per i quali non dovrebbero esserci testimoni. Ora tutto ricade su Francesca. Perché qualcuno l’ha chiamata a ricordare. Perché la storia più sembra lontana più è a un passo.

Recensione

Tre parole per descriverlo: Intrigato – Schietto – Profondo

Trama in generale:

“Cercate Francesca perché solo lei conosce la verità”.

Sono queste, le parole che Bruno Tommasi, reduce della seconda guerra mondiale, pronuncia prima di morire.

La sua assenza, si trascina dietro non solo il ricordo di un nonno saggio ed amorevole, ma anche un’aura di mistero che resta lì, sospesa nell’aria, pronta ad essere raggiunta.

Il primo ad “allungare” la mano sarà proprio Mirko, professore universitario, nipote di Bruno, che si mette subito alla ricerca della donna citata dal nonno in punto di morte.

A fare da sfondo a quest’enigmatica vicenda è una Trieste “nuova”, che prova a risorgere dalle ceneri con tutte le sue forze, nonostante i segni della distruzione provocata da una guerra che, forse, non terminerà mai.

Quando Mirko inizia le sue ricerche alla volta di questa misteriosa “Francesca”, non può immaginare quanto siano ingarbugliati i fili che tessono questa trama.

In un passato tormentato, guerra e umanità tornano a fondersi e scontrarsi continuamente, ponendo le basi per quella che si rivela la domanda più importante fra tutte: possono, queste due condizioni, far parte della medesima realtà?

Miglior personaggio:

Nonostante la trama coinvolga molti personaggi, ce n’è uno che in particolare mi ha colpito più degli altri, e questo, è senza dubbio Francesca.

Francesca Molin è una giovane ostetricia triestina che si trova, controvoglia, a far parte di un mistero che la coinvolge direttamente, ma sul quale non ha piacere a soffermarsi. Erano anni ormai che aveva deciso di reprimere qualunque tipo di sentimento il suo Io decidesse di provare, permettendosi di godere solo di un po’ di conforto che il lavoro sa concederle.

Quando incontra Mirko per la prima volta, sa benissimo a cosa sta per andare incontro, perché in lui rivede Bruno, e con esso, tutti i ricordi legati ad un passato lontano, chiuso in un anfratto della sua mente, che d’improvviso torna a bussare alle “porte” di un presente non ancora pronto ad accoglierlo.

Francesca è inizialmente un personaggio ostico da decifrare, proprio come tutto il mistero che la lega alla famiglia di Bruno, ed è questo che la rende affascinante agli occhi del lettore.

L’autrice, ci fa subito capire che il suo ruolo è stato fondamentale nella costruzione della storia, ma viene sottolineata, più volte, anche l’ostilità che questa, mostra inizialmente nei confronti di Mirko e di tutti coloro che tentano invano di carpirle delle informazioni.

Anche se questo atteggiamento può essere visto come un distacco personale, in realtà non è altro che paura; la paura autentica che si prova nel dover riaprire un vaso di Pandora così importante, come lo può essere un passato che si è cercato in tutti i modi di lasciarsi alle spalle.

“Che importanza ha, se è tutto vero o tutto falso, quando ormai è passato, e nessuno può più capire? Di noi restano solo tracce confuse di quello che siamo stati.”

Ed è proprio questo il monito di Francesca, una donna che è stata costretta a vivere una vita che forse, non le appartiene del tutto e che ora, proprio come la città in cui vive, ne porta a stento, i segni sulla pelle.

Ed ecco, che tra varie riflessioni interiori e continui flashback, la via più semplice si apre alla vista: non si può fuggire dal passato, perché significherebbe lasciare indietro una parte di noi. Ciò che siamo stati, ha contribuito, nel bene e nel male, nella creazione di ciò che siamo oggi;

l’importante, è ricordarsi che la vita è un’infinita pagina bianca, e che siamo noi a decidere cosa scriverci.

“<<Le vie che attraversi da bambina sono quelle che attraverserai da adulta.>>
<<E se vado a vivere in un’altra città?>>
<<Cercherai le stesse strade.>>
<<E se non le trovassi?>>
<<Allora tornerai indietro.>> “

Il passato non può più tornare. Però, come disse qualcuno, da esso si può scappare o, imparare qualcosa.

Conclusioni personali:

Da amante dei romanzi storici, credo che questa storia abbia un buon potenziale di base, e che la trama sia strutturata molto bene.

Il punto forte di questa struttura, sono senz’altro le descrizioni dei luoghi; ho amato i passi nei quali viene descritta Trieste, perché l’autrice non si è limitata a delinearne le caratteristiche geografiche ed  architettoniche, ma anzi, ne ha saputo cogliere le emozioni, restituendole al lettore in modo così espressivo, che si ha la sensazione di aver passeggiato per quelle strade, pur senza averle viste mai.

Per quanto riguarda la trattazione dei personaggi, questi vengono svelati piano piano, e si presentano al lettore non tanto per la loro fisionomia, quanto piuttosto per le loro azioni, per ciò che sono stati e ciò che sono. La Gregorin, in questo modo, fa del mistero il punto focale del romanzo, permettendo a chi lo legge di entrare in sintonia con luoghi e personaggi in modo lento ma duraturo.

L’aspetto storico, che rappresenta la parte predominante della vicenda, emerge soprattutto nelle digressioni riguardanti eventi realmente accaduti: la guerra, i partigiani, il fascismo.

La realtà in cui riversa Trieste, è infatti, la stessa che abbraccia tutta la penisola in quel periodo: un’Italia martoriata da quello che è il peggiore dei mali: l’odio.

La storia in questione, è ambientata negli anni successivi al periodo storico che viene preso in considerazione e ricordato nei suoi aspetti più crudi, che vivi, pulsano ancora nelle menti di chi li ha vissuti.

“Si ricordi di che anni parliamo e quello che gli uomini si facevano l’uno l’altro. Eravamo in guerra contro dei mostri, ma i mostri erano uguali a noi; avevamo giocato a calcio con loro fino al giorno prima, avevamo frequentato le stesse scuole, le stesse chiese, le stesse osterie. Non era facile distinguere il male dal bene, nemmeno dentro di noi.”

È possibile che ci sia odio nell’umanità? Esistono limiti alla potenza di un ideale? Chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?

Forse, ci sono domande a cui neanche il passato sa dare una risposta, perché non sempre queste esistono, e a volte tutte le ricerche sono vane.

 Ma del domani vi è un’importante certezza: ed è quella che, alla fine di questo “viaggio”, solo una risposta conterà davvero, e la domanda da porsi è la stessa per tutti gli esseri umani: quei ‘mostri’ eravamo noi?

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