Prossimamente in libreria “Servo e serva” di Ivy Compton Burnett

Prossimamente in libreria “Servo e serva” di Ivy Compton Burnett

Disponibile in tutte le librerie e sugli store on-line dal 26 Agosto

Dopo Il gioiello della corona, in arrivo il secondo volume di The Raj Quartet, capolavoro del Novecento definito il Guerra e pace anglo-indiano. L’opera più celebre di Paul Scott, autore vincitore del Man Booker Prize, paragonato a Tolstoj e Proust, in una nuova, brillante traduzione. Amori, segreti, rivolte e complotti sullo sfondo di un affresco storico di grande impatto che mostra in maniera dirompente il razzismo, l’ingiustizia sociale ma anche la forte crisi politica e identitaria di due paesi dai destini intrecciati: India e Inghilterra, gioiello e corona, stretti nel soffocante abbraccio imperiale.

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«Fa fumo, quel camino?», disse Horace Lamb.

«Così sembrerebbe, mio caro ragazzo».

«Non ho chiesto cosa sembra. Ho chiesto se fa fumo».

«Non sempre le apparenze conducono alla verità», disse suo cugino. «Ma in questo caso non abbiamo altre vie per arrivarci».

Horace s’inoltrò nella stanza senza prestare attenzione a quel che aveva intorno.

«Buongiorno», disse con un tono preoccupato che cambiò non appena il suo sguardo riprese la giusta direzione. «Si direbbe che il camino faccia fumo».

«Questo deve essere il momento in cui il fumo si accumula all’interno. Difficile dire come andrà».

«Davvero non capisci quel che dico?».

«Ma sì, ma sì, mio caro ragazzo. Un po’ di fumo lo fa, non si può negare».

Horace si ficcò le mani in tasca e dalle labbra gli uscì un suono distratto. Era un uomo di mezza età, di statura e corporatura media, con gote magre solcate da qualche ruga, occhi di un azzurro limpido e freddo, lineamenti regolari disposti irregolarmente e l’abitudine di guardare di lato come per distrazione. Era un modo per punire il prossimo, colpevole di dargli sui nervi e meritevole di castigo.

«Bullivant, mi dica: quel camino fa fumo?».

«Be’, signore, non direi proprio che faccia fumo», disse il maggiordomo indietreggiando di un passo per meglio osservare il fenomeno. «Piuttosto una conseguenza del forte vento. Uno spasmo in risposta alle sue sferzate».

«Si formerà una patina di fuliggine in tutta la stanza?».

«Forse appena un velo, signore. Nulla di cui preoccuparsi», disse Bullivant evitando lo sguardo di Horace mentre esprimeva la sua opinione.

Bullivant era più imponente di entrambi i suoi padroni e aveva tutta l’aria di essere un personaggio ingombrante sotto molteplici punti di vista. Aveva le guance pendule, le palpebre pesanti che parevano seguire la direzione delle guance, mani grandi e forti dai movimenti agili e precisi, un naso non meno importante di tutto ciò che lo circondava e un mento e un collo con profonde pieghe ma senza nessuna linea a differenziarli. Gli occhi color nocciola, piccoli e penetranti, erano fissi sul suo aiutante, e aveva un’aria di rassegnata, quasi ironica disapprovazione che suggeriva la tendenza ad attirare lo sguardo del padrone.

A Mortimer Lamb Bullivant piaceva; George, il suo sottoposto, non lo sopportava e ne aveva timore; Horace invece lo temeva e basta, almeno quando non era in preda a uno dei suoi accessi nervosi, perché allora non temeva niente e nessuno.

George era un ragazzo goffo, troppo alto, sempre vestito in una maniera che suggeriva praticità, come i bambini; trascinava i piedi, sobbalzava ed evitava gli sguardi altrui, ma riusciva ad avere un aspetto piacevole, per quanto un po’ patetico. Sotto l’occhio vigile di Bullivant, compiva ogni movimento due volte, come a voler dare una doppia prova del suo zelo; quello continuò a guardarlo finché non girò i tacchi e si ritirò in cucina per sbrigare qualche commissione.

Bullivant assunse un atteggiamento più rilassato e si voltò verso Horace con un vago sorriso, maestro com’era nell’arte di accennare un movimento facciale senza eseguirlo.

«Il vero lavoro è far fare le cose agli altri, signore. Non certo farle in prima persona. Non ho mai creduto che l’esecuzione materiale di un compito fosse la parte più difficile».

«E allora perché non se ne occupa direttamente lei?», gli disse Mortimer con una certa avventatezza.

Bullivant posò gli occhi su di lui e Horace guardò subito altrove.

«Mi chiedo solo perché si dovrebbe scegliere la parte più difficile», proseguì Mortimer in tono più umile.

«Be’, signore, è nostro dovere pensare al futuro, a quando non ci saremo più», replicò Bullivant, includendo per vendetta anche Mortimer in quella prospettiva. Fece un passo indietro nell’istante in cui un fiotto di fumo proruppe dal camino.

«Io non ci penso proprio. Non mi sogno nemmeno di farla una cosa del genere».

«Non si dovrebbe pensare che il mondo finirà con noi solo perché finisce per noi, signore».

«Bullivant, non penserà che io voglia che sia a lei a occuparsi di certe cose».

«Forse bisognerebbe pulire la canna fumaria», disse Horace senza fingere di essere pronto a cambiare la propria linea di pensiero.

«No, signore. Non prima di primavera», disse Bullivant vagamente offeso.

«Servirebbe a qualcosa accendere il fuoco prima?», chiese Mortimer senza guardare il cugino.

«Be’, signore, per una mattina come questa ve ne saranno a dozzine in cui la canna fumaria tira come…». Bullivant s’interruppe prima di concludere la similitudine e fece di nuovo un passo indietro.

«Deve esserci qualcosa che ostruisce il condotto», disse Horace.

«Be’, signore, se è così non è certo per mancanza di cure», disse Bullivant alludendo all’ultima visita dello spazzacamino e osservando impassibile un’altra folata di fumo levarsi dal focolare. «George, va’ a dire alla signora Selden di ritardare la colazione. Abbiamo altre faccende da sbrigare prima».

George riferì il messaggio e fu presto di ritorno. Bullivant cominciò a impartirgli ordini a gesti, come se pronunciare a voce alta delle istruzioni fosse al di sotto delle sue mansioni e al di sopra delle capacità d’intendere di George. Questi, dopo alcuni istanti di disperata attenzione, sparì e tornò con un bastone, che infilò lesto nella canna fumaria.

«Non è troppo caldo?», disse Horace.

«No, signore», replicò George con la semplicità di chi riferisce un dato di fatto.

«Per essere un fuoco, gli mancano molte delle sue caratteristiche naturali», osservò Mortimer.

Horace teneva gli occhi fissi su quel che accadeva nel camino e non fece caso a quell’osservazione. George continuò ad agitare il bastone nel condotto senza che nulla accadesse, presto si ricoprì di sudore anche senza l’aiuto del fuoco e infine rivolse un’occhiata a Bullivant. Questi gli prese di mano il bastone, diede un solo strattone e subito un uccello morto cadde sul focolare. George lo guardò come se avesse assistito a una stregoneria e Bullivant gli restituì il bastone senza una parola né un’occhiata, ma con un gesto severo a ricordargli di pulirlo dalla fuliggine.

«Dunque la colpa non era del camino», disse Horace, come sollevato nel constatare che la sua casa non aveva pecche.

«Si tratta di una taccola», precisò Mortimer. «Un grosso uccello nero. Ce l’ha messa lei, Bullivant?».

Il maggiordomo indicò l’uccello a George con un’occhiata torva, e quando il ragazzo ebbe portato via la carcassa, si voltò verso Mortimer con aria solenne.

«Signore, la presenza di quell’uccello mi era talmente estranea che quando ho preso in mano la situazione ero assai scettico sulla possibilità di ottenere un qualche risultato. Ma non volevo lasciare nulla di intentato».

«La signora è in ritardo», disse Horace. «Ma preferisce che non la aspettiamo».

«Posso confermarlo, signore», disse Bullivant. «Mi ha dato istruzioni precise al riguardo».

Raggiunse la porta e poi ritornò con l’aria di chi ha la situazione in pugno. Quando George ricomparve coi piatti da portata, glieli tolse di mano e li sistemò sul buffet correggendo l’angolazione delle posate perché la gente abituata a essere servita si confonde facilmente…

Ivy Compton Burnett, Scrittrice britannica.
Autrice di venti romanzi, il suo iter di formazione culturale comprese studi privati in un primo momento, per comprendere successivamente la frequentazione dell’Holloway College, a Londra.
Pubblicò il suo romanzo di esordio, Dolores, nel 1911, ma  a questa prima prova fece seguito un lungo periodo di studi, soprattutto indirizzati alla letteratura greca.
Nel 1925 l’autrice diede alle stampe la sua seconda opera, Pastors and Masters, romanzo ambientato in una scuola privata.
Il successo arriverà qualche anno dopo con Brothers and Sisters (“Fratelli e sorelle“, 1930), nel quale risultano ancor meglio delineati tecniche e atmosfere che diverranno poi tipiche dell’autrice.
La provincia, le prevaricazioni proprie delle dinamiche famigliari, l’incesto.
Ma questi temi, e quella cornice, sono sempre trattati con sensibilità e piglio tragicomica.
Nel 1955 è insignita del James Tait Black Memorial Prize per il suo romanzo Mother and Son.
Nel 1967 è eletta Dama di Commenda dell’Impero Britannico. Tra le sue pubblicazioni in Italia: Servo e serva (Fazi, 2021).

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