sabato, Ottobre 31, 2020
BLOG Novità del mese

Novità di questo mese: “L’ultima testimone” di Cristina Gregorin edito da Garzanti. Estratto

Trama

«Cercate Francesca perché solo lei conosce la verità.» Sono le ultime parole di un uomo anziano che sta morendo. Una frase semplice, ma capace di stravolgere la routine che la donna si è costruita con difficoltà negli anni. Una routine in cui non c’è spazio per il passato. Ma troppe domande attendono da tempo una risposta e ora la costringono a tornare a Trieste. In quella città, quando era solo una ragazzina, ha assistito a qualcosa che ha cercato con tutte le forze di dimenticare. Qualcosa che ha a che fare con gli amici di sua nonna, i loro misteriosi contatti e un passato oscuro legato a vicende della seconda guerra mondiale: soldati di opposte fazioni, delazioni, vendette in una città sospesa tra frontiere contese e destini incerti. Uomini che hanno combattuto nella Resistenza, cercando di fermare il nemico, con qualunque nome o divisa si presentasse, e hanno insegnato a Francesca a non fidarsi di nessuno. Ma combattere fino in fondo per i propri ideali significa fare scelte che cambiano il futuro. Scelte che hanno un prezzo. Scelte che portano con sé segreti, per i quali non dovrebbero esserci testimoni. Ora tutto ricade su Francesca. Perché qualcuno l’ha chiamata a ricordare. Perché la storia più sembra lontana più è a un passo.

Estratto

A mio papà

Le situazioni e i personaggi raccontati in questo romanzo sono frutto di fantasia; luoghi ed eventi storici, invece, sono reali.

PROLOGO

In una stanza dell’ospedale di Trieste, Bruno Tommasi si avvicina alla finestra che dal colle di Cattinara si spalanca su un vuoto vertiginoso fino al mare. Nell’età del ferro, tra gli arbusti e le rocce calcaree di quel colle, una fortezza aveva segnato la nascita della futura città sotto una stella bellicosa. Oltre che di soldati, Trieste fu centro di commerci e nei lunghi periodi in cui mancavano gli uni e gli altri un borgo povero, a volte incline alla pirateria.

Il vecchio guarda il golfo e nessuno può dire a cosa pensi, ogni sentimento è nascosto tra le rughe, troppo profonde per lasciare intuire una verità.

Nonostante l’età Tommasi non è un paziente facile. Rifiuta i sedativi: di lì a poco avrà l’eternità per dormire, grugnisce perfettamente lucido, lo lascino sveglio nei suoi ultimi giorni. E quanti sono questi ultimi giorni chiede poi insistente, spinto da un’urgenza che irrita chi lo ha in cura e scombina in altri un equilibrio faticosamente raggiunto di voluta indifferenza.

«Ho novantaquattro anni», ripete, «come si può credere che qualche parola possa riportare ordine nel mondo? Non dite a un uomo della mia età cosa fare della sua coscienza. Io ho fatto la guerra, io. E non una qualsiasi, ho fatto la guerra peggiore che ci sia mai stata», aggiunge mentre l’infermiere lo riaccompagna al letto e gli inserisce nella vena l’ago rimasto appeso sul cestello dell’asta.

Fuori dalla stanza, suo nipote Mirko lo saluta attraverso il vetro.

Sorpreso di vederlo a quell’ora del mattino Bruno alza un braccio per invitarlo a entrare.

«Sei con tua zia Anita?» chiede con un solo occhio aperto.

«No, nonno, siamo soli. Puoi dirmi quello che vuoi», sussurra lui.

Bruno non coglie la solidarietà cospiratoria del nipote, fa girare l’occhio nella stanza per accertarsi che sua figlia non sia davvero lì e prende fiato. Prima di lasciare questo mondo che nessuno può mettere in ordine, tantomeno lui che non riesce nemmeno a far pulizia della sua coscienza, Bruno chiede al nipote di fare una cosa per lui.

«Avevo un amico, tanti anni fa. Era come un fratello. Si è suicidato nel 1976. Si chiamava Vasco Cekic. Lo so, qualche volta i fratelli camminano sulle orme di Caino e Abele, ma non noi. Noi eravamo diversi. Speravamo in tante cose, alcune si sono realizzate, altre non ci sono mai state. L’unica che può conoscere la verità sulla sua morte è Francesca Molin, se ancora la ricorda, era solo una bambina.»

«Chi è Francesca Molin?» chiede Mirko, ma Bruno si è incanalato in un pensiero tutto suo e sembra parlare da un altro luogo.

«Mi sono sempre sforzato di essere giusto, di stare dalla parte dei più deboli, primi tra tutti i bambini. È che qualche volta si può scivolare. Tu sei giovane, non puoi sapere. Io ho tanti anni, ho provato a fare del bene, ma come si fa a non scivolare, qualche volta, in tanti anni.»

Poi alza gli occhi e guarda il soffitto come se cercasse una zanzara. «Ti prego, Mirko, trova Francesca Molin. Per la pace di tutti.»

1

In una giornata di pioggia di tardo novembre, Francesca attraversa la strada senza accorgersi della macchina in arrivo, impegnata com’è a tenere testa al vento e all’acqua con l’ombrello. Un riflesso rosso tra le gocce che cadono fitte le fa allungare d’impulso la gamba e inarcare la schiena. Sente il calore del cofano, gli spruzzi d’acqua sull’impermeabile e sui pantaloni. Rimane immobile sulla strada davanti all’ospedale, solo lo sguardo segue la macchina che si dirige verso il parcheggio. L’acqua le batte sul collo, le cola sotto la camicia in rivoli ghiacciati che si addensano nella cintura. Lascia che le macchine la schivino e la insultino con rabbiosi colpi di clacson. Ancora disorientata, entra nell’edificio, timbra il cartellino e va all’ascensore. Quando i bottoni dei piani sono già stati pigiati, un giovane alto, impegnato in una conversazione al cellulare, si avvicina con passo sicuro e fa segno agli occupanti di tenergli aperte le porte. Entra senza ringraziare.

«Buongiorno dottoressa», dice a Francesca dopo aver chiuso la telefonata.

Lei gli sorride e con noncuranza lascia scivolare una mano sull’impermeabile inzuppato, lui segue docile il suo gesto.

«Accidenti, che infradiciata», dà atto il giovane.

«Una macchina», spiega lei, «non si è fermata mentre attraversavo sulle strisce pedonali.»

Un’infermiera brontola che non fermarsi davanti all’ospedale è da denuncia: «Sarebbe da ritirargli la patente».

«È stata una Clio rossa.» Francesca non aggiunge altro, ma il giovane medico sbianca quanto basta per provocare all’infermiera una smorfia sarcastica.

Entrata nella saletta del reparto di ostetricia, Francesca si cambia, indossa il camice e cerca un fon per asciugare i pantaloni. L’aria calda dell’apparecchio, il rumore monotono le fanno dimenticare di non essere stata investita per una questione di centimetri.

Proprio in quel momento arriva la telefonata di Anita Tommasi, un nome dalle suggestioni lontane e infelici. Dopo qualche sospiro e qualche scusa per averla disturbata a quell’ora del mattino, le racconta di suo padre, Bruno, morto il giorno prima. Con il foglio delle visite in programma sul tavolo davanti a lei e i pantaloni bagnati in mano, Francesca replica secca di non capire, di non avere tempo. La donna continua, indifferente. Suo padre, dice, si ricordava bene di lei e il suo nome era stata l’ultima parola pronunciata prima di morire.

Francesca non si lascia scalfire dalle precisazioni sulle parole di uno che ormai non può più confermare. Non vive a Trieste da molti anni, perché dovrebbe conoscere suo padre, risponde.

«Ma sono io a chiederglielo!» esclama Anita. «Se n’è andato con una preghiera, e mio padre, guardi, non pregava mai. E riguardava proprio lei, dottoressa Molin, l’unica a poter chiarire la morte di un suo amico di gioventù, un certo Vasco Cekic. Mio padre aveva novantaquattro anni, ma con il cervello ci stava ancora.»

Francesca vede l’infermiera farle cenno che l’aspettano in reparto e risponde veloce. Deve esserci un errore, se anche avesse conosciuto suo padre Bruno o l’amico Vasco, non ricorda né l’uno né l’altro. Deve andare, è sul lavoro e non può trattenersi oltre.

Anita Tommasi non ha finito.

«Mio padre Bruno e sua nonna Alba erano stati buoni amici, lo sapeva? Un’amicizia dai tempi dell’Istria, prima ancora di venire a Trieste dopo la guerra. Pensavo di fare visita a sua nonna, di chiederle di parlarmi di lui.»

«E quindi?» continua Francesca senza fare commenti sui legami tra il padre di Anita e sua nonna Alba.

«Magari a sua nonna farebbe piacere se ci fosse anche lei, dottoressa Molin. E forse potremmo capire come mai mio padre ha fatto il suo nome parlando di questo Vasco Cekic. Forse, invece del suo, nella confusione degli ultimi momenti intendeva quello di Alba.»

Nel tono di Anita non c’è nessuna perfidia mentre la spinge con le spalle al muro; nessuna minaccia e nessuna supplica. La sta solo informando di voler seguire le parole di suo padre fino in fondo, come lui ha chiesto.

Quando chiude il telefono, Francesca rimane seduta. L’infermiera la vede con il corpo inclinato da un lato e il foglio delle visite sulle ginocchia.

«Tutto bene, dottoressa?»

«Grazie, ora arrivo.» Si scuote e le porge i pantaloni ancora umidi. «Non so dove mettere questi, mi scusi.»

«Dia a me. Vuole qualcosa di caldo? Un tè?»

«No, davvero.» Appoggia le mani sul tavolo e si alza in piedi, lenta.

Durante il giro nel reparto riprende la sua abituale efficienza. Saluta la quarantenne ancora sfinita per il cesareo della sera prima con la bambina stretta in braccio che muove le labbra come se poppasse.

«Appena nata e già avida di vita», commenta Francesca.

«Dottoressa! Se non ci fosse stata lei! Non so come ringraziarla.»

«Il peso è perfetto ed è già piena di capelli. La sua pancia le ha dato tutto quello di cui aveva bisogno.»

«Peccato fosse girata dall’altra parte.»

«È andato tutto per il meglio, presto sarete a casa.»

Finite le visite, Francesca si rifugia in un ufficio vuoto e si lascia cadere sulla seggiola, i pensieri le corrono nelle vene. Su un foglio di carta comincia a scarabocchiare dei ghirigori fitti, spirali d’inchiostro nero schiacciate l’una sull’altra che convergono in un punto lontano come il fondo dell’universo dove vorrebbe scomparire.

Qualcuno bussa e apre la porta.

«Dottoressa Molin è qui? Il primario ha bisogno di lei.»

«Proprio adesso?» chiede coprendo il foglio con le mani.

«Lo sa bene che alla fine è lei quella che tiene ordine qua dentro», commenta l’infermiera con una confidenza che le viene da tanti anni di lavoro insieme, ma anche con un rimprovero perché la dottoressa non ha partecipato al concorso per diventare primario. Nonostante fosse la candidata con più competenze, si è tirata indietro.

«Va’ là», le risponde Francesca. «Digli che arrivo tra dieci minuti.»

Rimasta sola, appallottola il foglio di carta. È a credito di almeno venti giorni di ferie e nessuno si opporrà se ne prende qualcuno adesso. Dovrà perdere un paio di lezioni di yoga, il suo “albero della vita”, come lo chiama lei. Ma non può lasciare sua nonna da sola con Anita. Chissà quali ricordi può risvegliarle e Alba ha novantasei anni, a quell’età ogni emozione è una scommessa. Si alza di scatto. Nessuno tocchi Alba, l’unica persona da cui ha avuto amore e protezione senza condizioni. Si prenderà qualche giorno per sentire. Non le chiedano di più. Bastano i nomi di Bruno e Vasco che un pizzicore le sale dai piedi per graffiarle la pancia e tremarle nella gola. Quei due nomi però la obbligano a obbedire come fosse un ordine. Proprio lei che gli ordini li dispensa, dirigente, pur in seconda linea, del reparto di ostetricia.

“È che a volte si viene chiamati”, si dice Francesca, “e non si può dire di no.” Deve fare la valigia e prepararsi al viaggio di ritorno verso casa…

L’ Autrice

Cristina Gregorin è nata a Trieste ma vive a Venezia, dove per molti anni si è impegnata nella salvaguardia del patrimonio culturale collaborando con un’associazione di cittadinanza. La sua casa si estende sulle due sponde dell’Adriatico, ma qualche volta oltrepassa le Alpi fino alla Germania, dove ha conseguito un dottorato in Letteratura tedesca e ha vissuto per lunghi periodi. Di tanto in tanto le piace scappare nel Carso a potare le rose del suo giardino.

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