martedì, Ottobre 27, 2020
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“La biblioteca di Parigi” di Janet Skeslien Charles edito da Garzanti in tutte le librerie e o-line dal 4 Giugno 2020. Estratto

Sinossi

«Il libro più desiderato degli ultimi anni.»
The Guardian

«Un inno d’amore a Parigi, al potere dei libri e alla forza dell’amicizia.»
The Booklist

«Il romanzo voluto da tutti gli editori internazionali. Una lettera d’amore che ci ricorda che dobbiamo proteggere e amare ciò che abbiamo.»
The Bookseller

«Conteso in tutto il mondo, venduto in oltre venti paesi dopo aste agguerrite. Il libro che si preannuncia essere il caso editoriale dell’anno.»
Publishers Weekly

Nessuno può far tacere i libri.

Parigi, 1940. I libri sono la luce. Odile non riesce a distogliere lo sguardo dalle parole che campeggiano sulla facciata della biblioteca e che racchiudono tutto quello in cui crede. Finalmente ha realizzato il suo sogno. Finalmente ha trovato lavoro in uno dei luoghi più antichi e prestigiosi del mondo. In quelle sale hanno camminato Edith Wharton ed Ernest Hemingway. Vi è custodita la letteratura mondiale.
Quel motto, però, le suscita anche preoccupazione. Perché una nuova guerra è scoppiata. Perché l’invasione nazista non è più un timore, ma una certezza. Odile sa che nei momenti difficili i templi della cultura sono i primi a essere in pericolo: è lì che i nemici credono che si annidi la ribellione, la disobbedienza, la resistenza. Nei libri ci sono parole e concetti proibiti. E devono essere distrutti. Odile non può permettere che questo accada. Deve salvare quelle pagine, in modo che possano nutrire la mente di chi verrà dopo di lei, come già hanno fatto con la sua.
E non solo. La biblioteca è il primo luogo in cui gli ebrei della città provano a nascondersi: cacciati dalle loro case, tra i libri si sentono al sicuro, e Odile vuole difenderli a ogni costo. Anche se questo significa macchiarsi di una colpa che le stritola il cuore. Una colpa che solo lei conosce.
Un segreto che, dopo molto tempo, consegna nelle mani della giovane Lily, perché possa capire il peso delle sue scelte e non dimentichi mai il potere dei libri: luce nelle tenebre, spiraglio di speranza nelle avversità.

La biblioteca di Parigi è, per la stampa di tutto il mondo, il romanzo più atteso dell’anno. Il libro più venduto alla Fiera di Francoforte esce in oltre venti paesi in occasione del centenario della fondazione della Biblioteca americana di Parigi. Una storia unica in cui tre ingredienti si mescolano alla perfezione: la resistenza durante l’occupazione nazista, il fascino intramontabile di Parigi e la magia dei libri che devono essere sempre salvati e protetti da ogni male.

Estratto

Ai miei genitori

1. 
ODILE

Parigi, febbraio 1939

I numeri mi fluttuavano nella testa come stelle. 823. I numeri erano la chiave per una nuova vita. 822. Costellazioni di speranza. 841. In camera mia a notte fonda, la mattina mentre andavo a comprare i croissant, mi si formavano davanti agli occhi, una serie dopo l’altra: 810, 840, 890. Rappresentavano la libertà, il futuro. Insieme ai numeri, avevo studiato la storia delle biblioteche, a partire dagli inizi del Cinquecento. Mentre in Inghilterra Enrico VIII era impegnato a decapitare mogli, il nostro re Francesco modernizzava la sua biblioteca, aprendola agli studiosi. La sua collezione reale avrebbe costituito il nucleo della Bibliothèque Nationale. Ora, alla scrivania nella mia stanza, mi preparavo per il colloquio di lavoro all’American Library, ripassando un’ultima volta gli appunti: fondata nel 1920, era stata la prima in tutta Parigi a concedere l’accesso del pubblico agli scaffali, con utenti da più di trenta paesi, un quarto dei quali provenienti da ogni angolo della Francia. Mi aggrappai a quei dati e a quelle cifre, sperando che mi facessero sembrare qualificata agli occhi della direttrice.

Mi avviai a piedi dall’appartamento della mia famiglia nella fuligginosa rue de Rome, di fronte alla stazione di Saint-Lazare, dove le locomotive tossivano pennacchi di fumo. Il vento mi sferzava i capelli, perciò infilai le ciocche sotto il basco con il pompon. In lontananza vedevo la cupola color ebano della chiesa di Saint-Augustin. Religione, 200. Antico Testamento, 221. E il Nuovo Testamento? Aspettai, ma il numero non mi veniva. Ero così nervosa che faticavo a ricordare anche le nozioni più semplici. Presi il quaderno dalla borsa. Ah, sì, 225. Lo sapevo.

La materia che preferivo alla scuola di biblioteconomia era la classificazione decimale di Dewey. Ideata nel 1873 dal bibliotecario statunitense Melvil Dewey, suddivideva i libri in dieci classi in modo da organizzare la loro disposizione sugli scaffali delle biblioteche per aree tematiche. C’era un numero per tutto, così da permettere a ogni lettore di reperire qualsiasi libro in qualsiasi biblioteca. Per esempio, la mamma si vantava del suo 648 (governo della casa). Papà non lo avrebbe ammesso, ma a lui piaceva molto il 785 (musica da camera). Mio fratello gemello era più un tipo da 636.8, mentre io preferivo il 636.7 (gatti e cani, rispettivamente).

Arrivai sul grand boulevard dove, nello spazio di un isolato, la città si scrollava di dosso il mantello da classe operaia e indossava una pelliccia di visone. L’odore grezzo del carbone si dissolveva per lasciare spazio al gelsomino melato di Joy, il profumo emanato dalle donne che si beavano davanti alle vetrine con abiti di Nina Ricci e guanti di pelle verde di Kislav. Più avanti, aggirai il gruppetto di musicisti fuori dal negozio che vendeva spartiti spiegazzati, passai davanti al palazzo barocco con il portone azzurro e svoltai l’angolo per immettermi in una viuzza laterale. Conoscevo il tragitto a memoria.

Amavo Parigi e i suoi misteri. Come le copertine dei libri, alcune di pelle, altre di tessuto, ogni portone parigino dava accesso a un mondo inaspettato. Un cortile poteva nascondere un groviglio di biciclette o una portinaia grassa armata di scopa. Nel caso dell’American Library, il massiccio portone di legno si apriva su un giardino segreto. Delimitato da petunie da un lato e dal prato dall’altro, il vialetto di ciottoli bianchi conduceva al palazzo di mattoni e pietra. Varcai la soglia, sotto la bandiera francese e quella americana che svolazzavano fianco a fianco, e appesi la giacca all’attaccapanni traballante. Inspirando l’odore più buono del mondo – un mélange del profumo muscoso di libri vecchi e pagine fruscianti di quotidiani – mi sentii come se fossi arrivata a casa.

In anticipo di qualche minuto per il colloquio, oltrepassai il bancone dei prestiti, dove il bibliotecario sempre affabile prestava ascolto agli abbonati («Dove posso trovare una bistecca decente a Parigi?» chiese un nuovo arrivato in stivali da cowboy; «Perché dovrei pagare la multa se non ho nemmeno finito il libro?» domandò la litigiosa madame Simon) e sprofondai nella tranquillità dell’intima sala di lettura.

A un tavolo vicino alle portefinestre, la professoressa Cohen leggeva il giornale, con una vivace piuma di pavone infilata nello chignon; il signor Pryce-Jones rifletteva sul «Time» mentre tirava boccate dalla pipa. In un altro momento avrei salutato ma, nervosa per il colloquio imminente, cercai rifugio nella mia sezione preferita degli scaffali. Amavo essere circondata dalle storie, alcune vecchie come il mondo, altre pubblicate appena il mese prima.

Pensai di prendere in prestito un romanzo per mio fratello. Sempre più spesso, ormai, a tutte le ore della notte, venivo svegliata dal ticchettio della macchina con cui scriveva i suoi pamphlet. Quando non spingevano perché la Francia accogliesse i profughi fuggiti dalla Spagna per via della guerra civile, gli articoli di Rémy sostenevano che Hitler avrebbe occupato l’intera Europa con la stessa facilità con cui si era preso un pezzo di Cecoslovacchia. L’unica cosa che gli facesse dimenticare per un po’ le sue preoccupazioni – ovvero le preoccupazioni per gli altri – era un buon libro.

Feci scorrere le dita lungo i dorsi. Poi scelsi un volume e lo aprii su un brano a caso. Non giudicavo mai un libro dall’incipit, che assomigliava al primo e ultimo ragazzo con cui ero uscita una volta: entrambi sorridevamo in modo troppo esagerato. No, lo aprii nel mezzo, in un punto in cui l’autore non avrebbe cercato di impressionarmi. «In vita sono ombre e sono luci», lessi. «Voi siete una delle luci, la luce di tutte le luci.» Oui. Merci, signor Stoker. È quello che direi a Rémy, se potessi.

Adesso ero in ritardo. Mi affrettai verso il bancone dei prestiti, firmai l’apposita scheda e infilai Dracula in borsa. La direttrice stava aspettando. Come sempre, aveva i capelli castani raccolti in uno chignon alto, una penna d’argento pronta in mano.

Tutti conoscevano almeno di nome la signorina Reeder. Scriveva articoli per i giornali e incantava alla radio, invitando chiunque alla biblioteca: studenti, insegnanti, soldati, forestieri e francesi. Era sicura che lì ci fosse posto per tutti.

«Sono Odile Souchet. Scusi il ritardo. Ero in anticipo, poi ho aperto un libro…»

«Leggere è pericoloso», disse la signorina Reeder con un sorriso complice. «Andiamo nel mio ufficio.»

La seguii nella sala di lettura, dove gli utenti in completi eleganti abbassarono il giornale per guardare meglio la famosa direttrice, poi su per la scala a chiocciola e lungo un corridoio nell’area sacra con «accesso riservato al personale», fino al suo ufficio, che profumava di caffè. Alla parete era appesa una grande fotografia di una città vista dall’alto, con gli isolati simili a una scacchiera, così diversa dalle vie serpeggianti di Parigi.

Cogliendo il mio interesse, disse: «È Washington DC. Lavoravo alla Library of Congress». Mi fece cenno di accomodarmi e si sedette alla scrivania coperta di fogli: alcuni cercavano di sgusciare fuori dal vassoio portadocumenti, altri erano tenuti fermi da una punzonatrice. In un angolo c’era un telefono nero lucido. Su una sedia accanto alla signorina Reeder erano ammucchiati dei libri. Adocchiai due romanzi di Isak Dinesen e Edith Wharton. Un segnalibro – un nastro colorato, in realtà – spuntava da entrambi, invitando la direttrice a tornare.

Che tipo di lettrice? Diversamente da me, non avrebbe mai lasciato i libri aperti a faccia in giù per mancanza di un marque-page. Non li avrebbe mai impilati sotto il letto. Ne avrebbe letti quattro o cinque alla volta. Un libro infilato in borsa per i tragitti in autobus da una parte all’altra della città. Uno su cui le aveva chiesto un parere un caro amico. Un altro di cui nessuno avrebbe mai saputo niente, un piacere segreto per una domenica pomeriggio piovosa…

«Chi è il suo autore preferito?» chiese la signorina Reeder.

Chi è il suo autore preferito? Una domanda impossibile. Come si poteva sceglierne solo uno? In verità, per evitare di decidere, io e mia zia Caro avevamo creato delle categorie: autori morti, autori viventi, stranieri, francesi eccetera. Ripensai ai libri che avevo toccato appena un momento prima nella sala di lettura, libri che avevano toccato me. Ammiravo il pensiero di Ralph Waldo Emerson – “Mentre leggo e scrivo non sono in solitudine, anche se non c’è nessuno con me” – e di Jane Austen. Benché l’autrice scrivesse nel XIX secolo, la situazione di molte donne contemporanee rimaneva identica: il loro futuro dipendeva da chi sposavano. Tre mesi prima, quando avevo informato i miei genitori che non mi serviva un marito, papà aveva fatto un verso di disapprovazione; dopo di che, aveva preso l’abitudine di portare a pranzo un sottoposto diverso ogni domenica. Come il tacchino che la mamma legava e cospargeva di prezzemolo, papà presentava ciascuno di loro su un vassoio: «Marc non è mai stato assente un giorno dal lavoro, nemmeno quando aveva l’influenza!».

«Lei legge, vero?»

Papà si lamentava spesso del fatto che la mia bocca fosse più rapida della mia mente. In un lampo di frustrazione, risposi alla prima domanda della signorina Reeder.

«Il mio autore morto preferito è Dostoevskij, perché mi piace il suo personaggio Raskol’nikov. Non è l’unico che abbia voglia di dare un colpo in testa a qualcuno.»

Silenzio.

Perché non avevo dato una risposta normale… per esempio, Zora Neale Hurston, la mia scrittrice vivente preferita?

«È stato un onore conoscerla.» Mi avviai alla porta, sapendo che il colloquio era finito.

Mentre allungavo le dita verso il pomello di porcellana, sentii la signorina Reeder che diceva: «Abbandonatevi alla vita, senza ragionare; non preoccupatevi; vi porterà certamente sulla riva e vi rimetterà in piedi».

La mia citazione preferita da Delitto e castigo. 891.73. Mi voltai…

L’ autrice

Janet Skeslien Charles divide il suo tempo tra il Montana, dove è nata, e Parigi. Ha lavorato come responsabile degli eventi culturali della Biblioteca americana di Parigi.

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