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“L’ uomo senza inverno” di Luigi La Rosa edito da Piemme da oggi 25 Febbraio 2020 in tutte le librerie e on-line. Estratto.

Sinossi

Parigi, 1863. Gustave Caillebotte è ancora un ragazzo quando, nel salotto della ricca casa di famiglia, sente parlare, con toni di ferma condanna, dell’esposizione dei pittori Refusés e in particolar modo dell’opera di un certo Édouard Manet. La visione di quel quadro, “Le déjeuner sur l’ herbe”, al quale si avvicina di nascosto e mosso da un’oscura fame, segna il nascere della passione contrastata che brucerà dentro fino a divorargli l’anima, pervadendo i giorni della sua breve esistenza. Gustave disubbidisce alle direttive paterne, animato dal desiderio di imparare a dipingere e far suoi quei tratti così inusuali, così nuovi, esperimenti di colore che sono autentici oltraggi alla tradizione e che indicano l’origine di una rivolta: il movimento che qualcuno definirà “Impressionismo”. Una simile passione, agli occhi del padre Martial, uomo severo ma non privo di curiosità, non può che essere un passatempo. Per la madre Céleste, creatura travagliata e complessa, qualcosa di inadatto a un uomo. Il conflitto tra la sensibilità intima del pittore e il ruolo che la società borghese dell’epoca impone attraverserà come un frastagliato filo rosso l’intera vita del giovane Caillebotte, nutrendo la sua arte e l’amore per i corpi maschili, oggetto di molte delle sue tele più belle. Questo dissidio tra i propri desideri segreti e le costrizioni esterne si insinua in ogni pennellata, rendendo i suoi lavori intensi e modernissimi. Ma la parabola di Gustave Caillebotte racchiude molto di più: oltre a progettare velieri fu uno dei più importanti collezionisti del suo tempo, il mecenate generoso di artisti immensi come Monet, Renoir, Degas, Morisot e parecchi altri, che devono a lui più di quanto la cultura ufficiale abbia tramandato. Ed è qui, nelle pagine di Luigi La Rosa, che vediamo scorrere la sua storia.

Estratto

A mio padre,
anche lui uomo senza inverno.

Certi uomini non conoscono inverno. Questa è la storia di uno di essi.

L’inverno, stagione dell’arte serena, il lucido inverno.
STÉPHANE MALLARMÉ

PRIMAVERA

19 maggio 1863

Maggio s’era intrufolato nel salotto dei Caillebotte con l’invadenza di un ospite indesiderato e quando Gustave vi entrò, sul volgere del pomeriggio, a colpirlo fu soprattutto la leggerezza della luce, quella morbidezza ultramarina che cesellava contorni e sparpagliava ombre tra le cose.

Nel vano della finestra la figura di sua madre era risalita da un grappolo di riflessi sottili, vividi fin sulle bande compatte dei capelli corvini.

Il riverbero, spezzato dalla silhouette ossuta di Madame Chambry – la moglie del ricco socio di suo padre – pareva trasportare altrove entrambe: lontano dalla vasta camera oblunga in cui la padrona di casa, l’ultima edizione de «Le Figaro» aperta in grembo, gli occhialetti da lettura in punta di naso, governava con nervosismo il timone della conversazione.

Argomento del giorno era la nuova esposizione dei pittori Refusés, voluta da Napoleone III, tra i quali spiccava Édouard Manet, autore del chiacchierato Le déjeuner sur l’herbe.

A quanto riportavano i giornalisti, la stessa imperatrice Eugenia non aveva mancato di manifestare il suo sdegno: la scena del coup d’éventail inflitto alla tela campeggiava sulle prime pagine e Céleste Caillebotte ne rimarcò il gesto puntando assertivamente gli ospiti e facendo balenare, nel dondolio dei lunghi pendenti di giada, il guizzo morente del crepuscolo.

«Indecente» sbuffava, spostando il volto smunto prima da una parte, poi dall’altra. Ma fu solo quando i presenti trattennero il fiato dimenandosi sulle poltrone – il marito Martial sulla bergère di fianco al caminetto; Monsieur Chambry a qualche passo da lui, il gomito destro conficcato sul bracciolo, la sinistra a sostenere il mento debordante – che la rabbia di Madame Caillebotte si levò fino a descrivere un arco e a far tintinnare tutte quante le vetrine di casa.

Calici e coppe si agitarono all’unisono.

La bonne e il maggiordomo arretrarono d’istinto.

Perfino le fronde del nespolo, al di là dei vetri, si mossero come sotto un incantesimo invisibile.

Madame piegò il mento, rivelando il triangolo di un viso piuttosto stanco. Le narici fremettero.

«Vergognoso,» ripeté «non capisco come facciano a definire arte qualcosa di così indecente!»

Un lampo viola s’intravedeva nello sguardo accusatore. Succedeva ogni volta che perdeva le staffe, quando la furia che le ingorgava il petto si trasformava in affanno sotto la veste ruvida.

«Anne» chiamò, adagiando le lenti sul secrétaire e indicando con un cenno il figlio che le stava di fronte.

«Gustave,» accordò quella «per favore, seguitemi di là.»

Lo sguardo mite della domestica mostrò la porta alle spalle degli uomini, in attesa che il ragazzo ristabilisse la giusta distanza, che indietreggiasse lasciando gli adulti liberi di conversare.

Qualcuno tossì, e il brusio cessò di colpo.

Gustave finalmente usciva.

Un attimo dopo la porta si richiudeva sullo scandalo allettante di quei discorsi materni.

«E pensare che in suo onore il comandante Lejosne ha perfino deciso di organizzare una soirée

Céleste aveva ricominciato.

Gustave premette l’orecchio contro la porta spingendo un po’, affinché si aprisse di uno spiraglio e la voce fluisse limpida.

Malgrado gli esercizi di pianoforte di suo fratello Martial al piano di sopra, le parole giungevano abbastanza nitide.

S’udì uno sfogliare di pagine frettoloso. Sua madre doveva aver allungato il giornale agli invitati.

Il bersaglio del suo livore era dunque quel Manet, l’artista di cui pure i suoi amici Paul e Cyrille da settimane facevano un gran parlare.

Solo che ora al tono risentito di Céleste si aggiungeva quello alquanto contenuto del marito.

«Io non sarei così severo, ma chère, non scordate che c’è chi lo sostiene, chi continua a tesserne le lodi.»

«Per la sua dannata eleganza,» protestò lei «per il profumo di quella barbetta da dandy e gli abiti di ottima fattura.»

«Parliamo di un giovane uomo di società.»

Céleste sospirò, dura.

«Fumo negli occhi,» replicò «buono per chi si lascia abbindolare dalle apparenze.»

Le voci si erano mischiate, ma Madame Caillebotte fu abilissima nel riacciuffare le fila del discorso.

«Non si ha proprio nessun merito quando vezzi simili vengono foraggiati dalle casse di un povero padre.»

«Questo però non ha nulla a che vedere con il talento» la corresse Martial.

Dovette esservi un movimento brusco, qualcosa che nella poca luce della porta socchiusa il figlio stentò a mettere a fuoco.

Poi, dopo alcuni istanti di silenzio, l’interrogativo che suonò solenne: «Credete davvero che l’autore di quel dipinto vergognoso abbia talento?».

«Non mi sentirei di negarlo.»

«M’indignate, sapete? Siete accecato, come se non foste in grado di comprendere. Fortuna che nostro figlio non è tra noi.»

Non perdeva occasione, Céleste Caillebotte nata Daufresne, di alludere all’educazione dei suoi tre ragazzi, e del primogenito in particolare, che sentiva come il più esposto. Era a quel modo che aveva sempre pensato a Gustave.

«Calmatevi,» rise il marito «o finirà per intendervi attraverso le mura del palazzo.»

Gustave percepì la presenza minacciosa della madre dietro la porta che si spalancava. Poi, due occhi di fiamma, che lo inchiodavano alla sua disubbidienza.

«Siete ancora qui a spiare?» sbottò Céleste, sporgendo il capo.

Il rimprovero impennò, poi si abbassò di tono. Echeggiò a lungo prima di spegnersi in fondo al corridoio deserto.

Per nulla al mondo Gustave avrebbe abbandonato il suo cantuccio. Peccato solo che la musica di Martial attutisse un poco quelle lamentele, filtrate da una sorta di preveggenza cupa e dolorosa. E ora, in camera sua, l’occhiata furibonda scoccatagli da sua madre gli divampava in corpo come febbre.

Si avvicinò allo scrittoio e fece girare la piccola chiave dorata all’interno della serratura. Il cassetto avanzò sulla guida ben oleata.

I disegni se ne stavano lì, riposti l’uno sull’altro, nella loro carta quadrettata camoscio o azzurrina.

Giovani vogatori muscolosi.

Trame d’alberi deformi e tronchi cavi.

Cerchi d’acqua sferzati dalla bufera.

Il prato della casa di Yerres in cui la famiglia si recava a trascorrere l’estate e dove di lì ad alcuni mesi si sarebbe di nuovo trasferita.

Poi, quelli che stavano nascosti sotto, e che mai avrebbe mostrato a nessuno. Un giovane uomo colto di spalle. La schiena tornita. Appuntiti rosari di vertebre e polpacci serrati nella tensione del movimento.

Ne prelevò alcuni mettendosi a fantasticare sugli oli che ne sarebbero scaturiti. Pitture perfette, autentici capolavori.

Un’ombra però li appesantiva. L’amarezza si propagava come un contagio fin su quei tratti ancora acerbi. Era come se tra i fogli ardesse la cenere di un senso di colpa inconfessabile.

Gustave si figurò l’espressione irritata dell’Imperatrice e quella del suo potente marito, il sovrano liberale, l’uomo in assoluto più discusso di Francia. Credette di avvertire uno stordimento. Il pensiero era volato di nuovo al celebre pezzo di Manet. Forse era davvero come sostenevano tutti. Quel quadro, e con esso quelli degli altri rifiutati dalla giuria del Louvre, rappresentava qualcosa di forte, di sconveniente. Eppure il resoconto che ne aveva fatto Cyrille non coincideva per niente con l’idea di Céleste. Nella sua descrizione il verde dell’erba era così intenso, l’incarnato della pelle così caldo che avresti avuto voglia di posarvi i polpastrelli.

Decise che era arrivato il momento di azzerare i giudizi e spegnere le voci discordanti. Raccolte le forze per rinsaldare il suo rischioso proposito, Gustave richiuse il cassetto con un affondo impaziente.

Poi, accostatosi alla finestra, si smarrì nella luce rossastra che sanguinava sui vetri. Domani, si ripromise. Domani sì che sarebbe stato il giorno perfetto.

Il Palais de l’Industrie, al cui interno l’Imperatore aveva istituito il suo Salon alternativo, sbucava da un fitto stormire di platani. Una coda di fiacrea stazionava sul ciglio della strada.

Raggiungerlo era stato meno difficile di quanto avesse previsto, e poi Gustave ricordava d’esserci già venuto con suo padre.

Qualche soldo all’usciere e giù, lungo un corridoio infinito, nella penombra dentro cui parecchi dei pezzi bocciati occhieggiavano da pareti altissime, tinte di scarlatto.

Bisognava far presto, schivando curiosità e sospetti. Avrebbe fatto meglio a portarsi dietro i suoi fratelli. Tra di essi avrebbe dato meno nell’occhio. Ma la verità era un’altra: la folla era a tal punto intenta a ispezionare le tele allineate su più livelli, che difficilmente qualcuno si sarebbe accorto di lui. Del resto, che ci faceva lì un ragazzino tutto solo? Era forse il figlio di uno di quei sussiegosi borghesi in cilindro e redingote? O veniva al seguito di una delle damine pacchianamente ingioiellate? Vinto dai suoi timori, Gustave indietreggiò fino ad appiattirsi contro la parete. Su di lui, una pioggia di colore: nature morte e stridenti scorci cittadini nelle tinte ferrose dell’acciaio e dell’oro.

Fu allora, in quella strepitosa abbondanza, che notò il dipinto vilipeso. Intenso, maestoso, irrorato da un soffio vitale.

Gli si aprì come un frutto percorso da un coltello, come le due metà di una matura melagrana. Gustave Caillebotte vi si avvicinò, riconoscendolo come si farebbe con un destino.

Da una così breve distanza i due uomini e la donna nuda emergevano con un’evidenza che sconcertava. Era quasi possibile cogliere i segni lasciati dal pennello sulla tela, la precisione dei dettagli, il nitore degli oggetti disseminati in terra, il guerreggiare dei chiaroscuri fin sotto gli alberi bui.

L’opera era un brutale pugno allo stomaco e chiudeva in una morsa che impediva di respirare.

Gustave sentì il bisogno di retrocedere. Serrò le palpebre per sottrarsi a un simile splendore. Dopo averle riaperte, fissò per la seconda volta quel quadro enorme, con l’impressione che tutto si fosse messo a vorticare.

Pensava all’artista, lo invidiava, per esser riuscito a realizzare qualcosa di così potente. Forse, di risposte non ne aveva trovate. Doveva solo essersi preoccupato di disegnare, di proseguire fino alla fine riempiendo la tela di colore. Le pennellate sparivano nell’onda densa che la penetrava fin nei contorni, che vi entrava come tante dita.

Uno strano rumore infranse quella contemplazione.

Una canna da passeggio che qualcuno aveva smarrito rotolava sul pavimento con il suo sinistro rantolo. Il suono mutò in sberleffo, poi in stridente provocazione.

Gustave strinse i pugni con tutta la stupita audacia dei suoi quattordici anni. Poi soffiò l’ansia nel cavo delle mani giunte.

La visuale s’era oscurata. Dinanzi a lui due giovanotti dalle tempie lucenti indicavano qualcosa sussurrandosi sconcezze.

«Lei, la sua puttana» gracchiava il più alto.

L’altro annuiva complice.

Era all’innocente fanciulla del dipinto che si riferivano. Per ritrarla correva voce che il pittore si fosse servito di Victorine Meurent, la modella che amava.

Apparve una vistosa elegantona, cui uno dei due lanciò una perfida allusione.

«Scusate,» le chiese «non avreste con voi il ventaglio?»

La sconosciuta esplose in una risata di gola. Ubbidendo all’assurda richiesta aprì la borsa per estrarne uno minuscolo, coperto di lustrini. Proprio come sua Altezza Imperiale lo levò contro la tela. Lasciò che la sua risata scivolasse sulla bocca di tutti. Ora rimbalzava contro le spesse vetrate, una risacca che tornava giù percorrendo il salone da un capo all’altro. Insieme a lei ridevano gli spilungoni ma pure il tipo bizzarro che li seguiva, e chi era appena arrivato e sostava ancora nei ranghi chiassosi dell’ingresso.

Stava ridendo il vecchio in monocolo, curvo sotto il peso degli anni, e l’uomo della strada finito lì per caso o per errore.

Giovani dai ricci impomatati e nobildonne da marito: pure loro percorsi dall’impeto di quella comicità incontenibile.

Le volte buie e profonde, i corridoi stipati, i pavimenti lucidi e coperti di tappeti, ovunque quell’unica mortificante risata.

Gustave rabbrividì. Era il solo a non ridere.

Il frastuono che gli si era chiuso intorno gorgogliò in gola e divenne spasmo nei polmoni. Ecco ciò che l’arte lasciava in corpo: un sapore di morte, uno scherzo di pessimo gusto dalle proporzioni inaudite.

Ignorando la ressa formicolante e gli insulti che cominciavano a volare nella confusione, si mosse con fatica alla ricerca dell’uscita.

La luce, un’ascia accecante che gli cadde addosso.

Fuori, nell’aria tiepida del pomeriggio, Parigi crepitava come un incendio.

a. Fiacre: vettura pubblica a cavalli, carrozza da piazza…

L’autore

Luigi La Rosa, nato a Messina nel 1974, si divide tra l’Italia e Parigi. Collaboratore di quotidiani e riviste, docente di scrittura creativa, per Rizzoli-Bur ha curato i volumi Pensieri di Natale, Pensieri erotici, L’anno che verrà e L’alfabeto dell’amore. Un suo racconto è nell’antologia Quello che c’è tra di noi – storie d’amore omosessuale, Manni Editori. È autore di Solo a Parigi e non altrove – una guida sentimentale e Quel nome è amore, usciti entrambi per ad est dell’equatore. Per Touring Club ha curato la sezione letteraria e artistica dell’ultima guida verde di Parigi.

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