venerdì, Dicembre 4, 2020
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“Gli ultimi giorni di quiete” di Antonio Manzini edito da Sellerio editore Palermo in tutte le librerie e on-line. Estratto

Trama

Una mattina qualunque, per caso, Nora riconosce un volto in treno. È la persona che le ha distrutto la vita. Lei e il marito Pasquale sono i proprietari a Pescara di una avviata tabaccheria. E proprio in questa sei anni prima nel corso di una rapina un ladro ha ucciso il loro unico figlio Corrado. Nora non può credere che il carnefice di un ragazzo innocente – del loro ragazzo innocente! – possa essere libero dopo così poco tempo. Non può credere che la vita di suo figlio valga tanto poco. Ma è così, tra la condanna per un omicidio preterintenzionale e i benefici carcerari. Da questo momento Nora e Pasquale non riescono a continuare a vivere senza ottenere una loro giustizia riparatrice. Il marito cerca la via più breve e immediata. Nora, invece, dopo una difficile ricerca per stanare l’uomo, elabora un piano più raffinato. Paolo Dainese, però, l’omicida, si è sforzato per rifarsi una vita e, annaspando, sta riuscendo a rimettersi a galla.
Da anni Antonio Manzini aveva in mente questa storia, tratta da un fatto vero. E ha voluto scrivere non un romanzo a tesi, ma un romanzo psicologico su tre anime e su come esse reagiscono di fronte a un’alternativa morale priva di una risposta sicura. E leggendo queste pagine si resta disorientati, non solo perché l’autore ha scritto una storia diversa dalle sue trame che ci sono più famigliari, ma soprattutto perché è riuscito a raccontare, dentro gli intrecci propri di chi è maestro di storie, l’impossibilità di farsi un giudizio netto. Impossibilità di chi legge, e di chi scrive; ma anche dei personaggi che vivono la vicenda. Questi possono scegliere (e le loro scelte sono diverse) ma perché costretti a farlo, così come la vita costringe. Questa specie di cortocircuito, tra ragione e vita, è il dubbio etico che Manzini esplora in tutto il suo spazio.

Estratto

A duecentotredici chilometri orari, il Freccia Rossa incrociò l’interregionale e urlò nelle orecchie dei passeggeri. Nora si svegliò di soprassalto con il cuore in gola. Si guardò intorno spaventata. Dal finestrino fece appena in tempo a vedere gli ultimi vagoni del bolide schizzare via. La ragazza seduta di fronte a lei continuava a dormire con gli auricolari piantati nelle orecchie. Teneva la bocca socchiusa e un filo di saliva le aveva bagnato il mento. I capelli lunghi e neri le erano caduti davanti al viso tondo e paffuto. Gli altri due sedili erano vuoti. Alla sua sinistra, sui quattro posti dopo il corridoio centrale, c’era sempre la donna con la «Settimana Enigmistica». Nora guardò la borsa che teneva in grembo. Era chiusa ma la aprì lo stesso per controllare che il portafogli fosse al suo posto. 

Lo afferrò e sorrise considerando cosa avrebbero potuto pensare gli altri passeggeri mentre ne controllava il contenuto, allarmata, per sincerarsi che nessuno l’avesse derubata. Che devono pensare? Che non mi fido? Non è colpa mia. Quando era piccola a casa si dormiva con la porta aperta, poteva lasciare la bicicletta e la cartella in giro. E una volta sposata spesso neanche chiudeva la macchina. Il 12 marzo del 2010 le cose erano cambiate, da quel giorno Nora non si fidava più di nessuno.

Doveva aver dormito un po’ perché di fronte alla signora con la «Settimana Enigmistica» ora sedeva un uomo con gli occhiali da sole che prima non c’era. Con la testa poggiata sul finestrino, sembrava dormire anche lui. Chissà dov’è salito. Si sgranchì il collo voltandosi prima a destra e poi a sinistra. Devo riprendere con lo yoga, il collo bloccato fa un male cane. Guardò fuori ma non si capiva dove fossero. Il paesaggio era sempre lo stesso. Nuvole grigie, spiaggia, strada statale, case – nuvole grigie, spiaggia, strada statale, case.

Quanto ho dormito? E se ho superato la fermata? L’ansia cominciò a spandersi come una nuvola d’inchiostro nero in mezzo all’acqua cristallina. Quello che vedeva fuori dal finestrino non aiutava. Si sporse verso la donna con la «Settimana Enigmistica».

«Scusi? Mi scusi?».

Quella distolse lo sguardo dal giornaletto e abbassò gli occhiali da presbite.

«Dica».

«Mi scusi, mi sono addormentata… Dove siamo?».

La donna guardò fuori dal finestrino. «Di preciso non lo so».

«Abbiamo superato Pescara?».

«Ah no, no… manca ancora un po’, stia tranquilla. L’ultima fermata è stata Cupra Marittima. La sa la coincidenza? Cupra Marittima era l’8 orizzontale. La definizione era: Vi fanno il barbecue più lungo del mondo».

Nora la ringraziò con un sorriso e si rilassò sulla poltrona. Alzò lo sguardo. Il trolley di pelle era sempre sulla rastrelliera.

Il telefono? Riaprì la borsa e tirò fuori il cellulare dalla tasca interna per vedere se mentre s’era appisolata avesse ricevuto qualche messaggio o ci fosse traccia di una chiamata persa. Niente. Nessuno.

Meglio così.

A 64 anni telefonate o messaggi sono solo brutte notizie. Pasquale non m’ha chiamata, tutto liscio.

Il treno rallentò la velocità. «Stazione di Tortoreto Lido» la voce informò i passeggeri. La ragazza con gli auricolari aprì gli occhi come un automa che obbedisce a un ordine, scattò sull’attenti, quasi le pestò i piedi con gli scarponi neri da soldato, recuperò uno zainetto e senza un sorriso se ne andò per il corridoio preparandosi a scendere. Aveva un nome tatuato sul dorso della mano sinistra. Una cosa che le accomunava: la ragazza con gli auricolari mai si sarebbe aspettata che anche quella donna di 64 anni avesse un tatuaggio sull’avambraccio, nascosto dal maglione. Corrado, il nome di suo figlio.

Decise di riprendere la lettura del giornale che aveva lasciato abbandonato sul sedile accanto. Inforcò gli occhiali e si concentrò sulle notizie dall’estero. Il treno era ripartito. I bocchettoni dell’impianto di riscaldamento avevano smesso di sputare fuori aria calda, Nora dovette alzarsi e prendere il cappotto poggiato sul trolley. In piedi vide tutto il vagone. C’erano sì e no una ventina di persone, la maggior parte dei sedili erano vuoti. L’uomo con gli occhiali forse le aveva letto nel pensiero perché lasciò la poltrona di fronte alla signora della «Settimana Enigmistica» e prese posto su un sedile a metà vagone, in modo da stare comodo e allungare le gambe. Nora si infilò il cappotto e si sedette. Riusciva a scorgere una porzione del viso dell’uomo con gli occhiali fra le due poltrone davanti alla sua. Le lenti nere coprivano gli occhi ma sembrava si fosse riaddormentato. La testa infatti dondolava al ritmo degli scossoni del vagone. Portava un giubbotto di pelle marrone, i jeans scoloriti e un po’ sporchi. Anche le mani erano sporche e sul polso che sbucava dalla manica del giubbotto spuntavano dei tatuaggi. Sembravano le code di qualche pesce o di un rettile.

Come sono andati questi tre giorni ad Ancona da mia cugina? Non poteva dirlo. Loredana si era data da fare come sempre, aveva cucinato per lei e per Marco, il marito non aveva quasi mai chiamato i figli al telefono. Solo Aldo, il primogenito, s’era presentato a salutare la zia, imbarazzato come se avesse qualche colpa. «Che colpa hai tu, che colpa avete voi?». Da sei anni Nora lo avrebbe voluto urlare al mondo, ma Loredana, Marco e i ragazzi non lo facevano apposta. Sembrava le chiedessero scusa di essere ancora vivi. E invece lei si riempiva gli occhi di quella famiglia, come una spettatrice a teatro, li guardava l’estate al mare, a tavola, a parlare di sciocchezze, a litigare perché Aldo non aveva messo benzina alla macchina della madre o Gregorio le aveva di nuovo portato un mucchio di biancheria da lavare e stirare. Loredana non aveva avuto la forza di dirle che sarebbe diventata nonna ma Nora l’aveva capito da un discorso che sua cugina e Aldo avevano fatto quasi di nascosto in cucina. Insomma non è che una ragazza si va a fare la amniocentesi per passare un pomeriggio diverso, no? La moglie di Aldo aspettava un bambino e questo l’aveva riempita di gioia. Loredana nonna.

Ma Nora pur capendo non aveva detto niente, aspettava che qualcuno le desse la felice novella. Invece l’altro figlio, Gregorio, non s’era fatto vivo. Nora sapeva il perché. Dopo sei anni Gregorio si sentiva ancora in colpa. Eppure glielo aveva detto in tutte le lingue. «Gregorio, tu non c’entri niente! Niente, amore mio! Vieni qui e abbraccia tua zia!». E si erano bagnati le spalle a forza di piangere. Ma anche quella storia doveva finire. Non poteva essere lei a sostenere gli altri, a piangere il loro dolore. Quella che ci aveva rimesso di più, a parte suo figlio, era lei. Lei e nessun altro.

Aveva cominciato a piovere. Sui finestrini del treno le gocce d’acqua correvano verso l’alto tremando sotto la spinta della velocità dell’aria. Il mare era marrone e i cavalloni schiaffeggiavano i frangiflutti mezzi affogati a venti metri dalla riva. Ogni tanto il tetto di uno stabilimento faceva capolino fra rovi e palme rinsecchite. L’aria sembrava densa di acqua e sabbia. Poi la ferrovia si allontanò dalla costa e riapparve la statale, infine il treno si infilò in una galleria. Una luce biancastra illuminò il vagone e un odore di terra umida si sparse nell’aria. Nora alzò gli occhi dal giornale, con quella luce bianca e compatta non riusciva a leggere, le dava fastidio.

Quanto può durare questa galleria? Le notizie dagli esteri non erano così appassionanti. Il solito eterno dibattito sulla BCE, sui debiti degli Stati, sulla poca credibilità dell’Italia, i mercati internazionali che non si fidavano del Paese. Anche l’uomo con gli occhiali detestava quella luce. Si tolse i Ray-Ban e si stropicciò gli occhi.

Fu allora che Nora lo vide e sotto il sedile si aprì una voragine buia che la inghiottì. Cadde per cento, duecento metri, lo stomaco risalì fino alla gola e una mano di ferro le strizzò il cuore. Gocce di sudore sulla fronte, le tremava la mandibola, per tenerla ferma dovette stringere i denti, dilaniare con un morso l’aria come fosse un boccone di cibo. Le gambe le formicolavano e le mani accartocciarono il giornale riducendolo a pezzi.

È lui.

Stava lì, di fronte a lei, a qualche poltrona di distanza, seduto come se niente fosse, a guardare il paesaggio mentre le ruote di ferro le rintronavano le orecchie con un ritmo regolare e assordante. Percepì anche un fischio, forse i freni, magari era solo lei che lo immaginava. Non riusciva a staccare lo sguardo da quel viso: le pupille nere, i capelli ricci e bianchi alla radice, la barba di tre giorni gli macchiava le guance, le palpebre scure e sotto gli occhi due rigonfiamenti come se avesse pianto.

Sei capace di farlo? No, non credo. Non credo che tu abbia mai pianto. Le venne da abbassare lo sguardo, come se fosse lei a doversi vergognare, evitare di farsi riconoscere.

Solo quando il treno uscì dalla galleria e la luce del giorno invase di nuovo il vagone, Nora si accorse che non stava respirando chissà da quanto tempo. Prese aria mentre l’uomo si rimetteva gli occhiali e voltava lo sguardo verso il finestrino. Come aveva fatto a non riconoscerlo? Fissò il profilo. Quel viso Nora non l’avrebbe mai dimenticato…

L’ Autore

Foto presa dal web

Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, ha pubblicato i romanzi Sangue marcio e La giostra dei criceti, quest’ultimo pubblicato da Sellerio nel 2017. La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui sono seguiti La costola di Adamo (2014), Non è stagione(2015), Era di maggio (2015), Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016), 7-7-2007 (2016), Pulvis et umbra (2017), L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone (2018), Fate il vostro gioco (2018) e Rien ne va plus (2019). Nel 2015 ha pubblicato Sull’orlo del precipizio in altra collana di questa casa editrice.

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