Anteprima: “la ragazza della montagna” di Veronica Del Vecchio

Disponibile dal 10 Febbraio 2023

1942, Val di Sur. Tra i boschi sterminati ai piedi del monte Spino si nasconde una compagnia circense. Sono uomini e donne legati dalla paura: neppure gli abitanti del paese vicino devono sapere che sono lì, se scoperti rischierebbero l’arresto. E così, quando le urla di una ragazza sconosciuta che scende precipitosamente dalla montagna diventano impossibili da ignorare, il gruppo si ritrova davanti a un bivio: accoglierla e mettere a rischio la sicurezza di tutti o abbandonarla al suo destino? Vince la linea dell’accoglienza, ma dopo il suo arrivo le cose non saranno più le stesse: tra litigi, vecchie ferite e nuovi legami, col trascorrere del tempo la tensione si fa sempre più alta. Il prosieguo della guerra mette a dura prova tutti e quando un manipolo di soldati tedeschi scoprirà il loro nascondiglio, evitare una scelta drammatica non sarà più possibile. Un romanzo ispirato a vicende reali accadute durante la Seconda Guerra Mondiale tra le valli bresciane, dove la pace non sembrava potesse più tornare.

Ad Andrea

«Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore
per averci dato anche oggi la forza di
fare il più bello spettacolo del mondo.
Tu che proteggi uomini, animali e baracconi,
tu che rendi i leoni docili come gli uomini,
e gli uomini coraggiosi come i leoni,
tu che ogni sera presti agli acrobati le
ali degli angeli, fa che
sulla nostra mensa non venga mai a mancare
pane ed applausi. Noi ti chiediamo
protezione, ma se non ne fossimo degni,
se qualche disgrazia dovesse accaderci,
fa’ che avvenga dopo lo spettacolo,
e in ogni caso, ricordati di salvare
prima le bestie e i bambini.
Tu che permetti ai nani e ai giganti di
essere ugualmente felici, tu che sei
la vera, l’unica rete dei nostri pericolosi
esercizi, fa’ che in nessun momento della
nostra vita venga a mancarci una tenda,
una pista e un riflettore.»
Preghiera del clown di Totò

Settembre 1942, da qualche parte in Val di Sur, Italia

Arrivò dalla montagna.

Piangeva e inciampava. Inciampava e gridava.

A dare l’allarme fu Tonino, lo ricordo bene. Mi disse: «Guarda! C’è una signora che danza là sopra. La vedi anche tu? E sta anche cantando. Senti?».

La pura e immaginifica ingenuità dei bambini.

Io stavo giusto per dirgli che in realtà non stava ballando, né tanto meno cantando e che, per di più, forse una signora non era. Ma Tonino non mi diede neppure la possibilità di replicare che già era corso via e, scivolando sotto il tendone, ben attento a non urtare i picchetti, era andato a dare l’annuncio dell’arrivo di un forestiero.

Lo seguii.

«Mamma, mamma!».

«Un attimo solo, Tonì».

«Mamma, c’è…».

«Tonì, t’ho detto che non è il momento. Non vedi?! Sto finendo di cucire il costume per to soru Lina, per il suo numero equestre».

Con la schiena piegata e i capelli raccolti sulla nuca, Anna era immersa tra le stoffe. Due spilli tra le labbra e il filo che scivolava veloce nella cruna. Né io né Tonino replicammo che quello di nostra madre era in realtà un gesto inutile: di spettacoli non ve n’erano in programma e, probabilmente, non ce ne sarebbero stati per gli anni a venire.

«Vincè, portalo fuori».

«Mà, in realtà…», cercai di dirle.

«Portalo fuori, ho detto». Il suo sguardo mi inchiodò. Era uno di quegli ordini cui era impossibile scampare. Solo Tonino pareva sempre risultarne immune.

«Ma c’è una donna che balla qui fuori!», insisté lui. Le sue mani si aggrapparono al braccio in movimento. L’ago sbagliò traiettoria, disegnò una curva e trovò la carne sotto il tessuto.

«Mi ti cascassiru i mani», imprecò Anna. Subito avvicinò il dito medio alla bocca per succhiare il sangue che iniziava a fuoriuscire. Una piccola goccia scura dai contorni perfetti.

Non era mai stata un’abile sarta mia madre. Nun putiru fari n’occhiu a ’na pupa, le diceva sempre nostro padre, per farle intendere che non era in grado di realizzare niente di buono. Ma con il tempo le cose erano cambiate. O meglio, la situazione e le necessità alla fine l’avevano resa tale. Quasi maestra sopraffina. In anni in cui non era più possibile trovare del filo o dei bottoni degni di essere chiamati tali neppure al mercato nero, acume e ingegno erano parole d’ordine e non restava altro da fare che accettare l’impossibilità di avere nuovi costumi e darsi da fare affinché quelli già esistenti potessero durare in eterno.

Anna allontanò il dito e tornò a osservare il corpetto. Era quello dorato. Il tulle veleggiava sul taglio della vita.

«Te lo ricordi, Vincè?». Le sue labbra si piegarono in una debole curva, il dito ferito sfiorò il cotone lasciando impressa una minuscola macchia vermiglia. Non sembrò neppure accorgersene.

Annuii. Lo ricordavo. L’avevamo comprato a Maletto dopo una giornata passata insieme a girare tra i banchi di stoffe, a contrattare, indecisi su quale tessuto scegliere, su quale fibra sarebbe stata la più adatta per il debutto del nuovo numero di Lina in scena.

Mi mancava Maletto. L’afa estiva da affrontare seduti sul terzo gradino di pietra, con le spalle poggiate alla porta di legno. Il sapore del pistacchio a invadere la bocca riarsa; brulla, come il paesaggio intorno. La camicia impregnata di sudore; l’Etna, a muntagna fremente. E il mare, sempre così distante.

«Mà, ti prego, vieni fuori a vedere». Tonino approfittò dell’assenza che aveva colto entrambi e di nuovo cercò la gonna a cui aggrapparsi. I folti capelli scompigliati premuti sulla fronte dal sole settembrino, la sua mano sudata a cercare le nostre.

«Anna, dovresti venire. È urgente». Era la voce roca di Boris, adesso, il vecchio clown. La sua figura ricurva si stagliava in controluce nell’apertura del tendone. Si grattò la barba bianca e rimase in attesa di un cenno di nostra madre.

Questa volta Anna non fece resistenza. Il sorriso sparì lasciando posto a quella sua espressione corrucciata che sempre la accompagnava.

Si alzò con fatica dallo sgabello, posò il corpetto sul provvisorio tavolo di legno, afferrò lo scialle, infilò gli zoccoli e ci fece strada fuori dal tendone.

Eravamo gli ultimi arrivati. Tutti gli altri, richiamati dalle grida insolite, erano già accorsi per vedere cosa stava succedendo.

Eravamo tutti lì.

E c’era una donna.

Che piangeva e inciampava, e inciampava e gridava.

Scendeva dal pendio dirigendosi verso di noi e proprio a noi gridava parole che però non potevamo comprendere.

Rimanemmo fermi, increduli, domandandoci chi fosse quella figura che incespicando correva nella nostra direzione. Non si vedevano più tante persone passare da quelle parti, in realtà, non si vedeva più nessuno da un pezzo, e per di più in quelle condizioni.

Fu Boris a prendere l’iniziativa. Era il più riflessivo tra di noi, il più saggio, colui a cui ti rivolgevi se eri in cerca di un consiglio o di una spalla in cui approdare.

Imboccò la salita e a passi lenti si diresse verso la donna che nel frattempo si era fermata.

Erano quasi due figurine nere in lontananza.

Ci era impossibile udire il loro scambio di parole, che poi scambio non era, piuttosto un grido, un tentativo. Una richiesta disperata che oltrepassava incomprensibili parole di conforto. Erano irraggiungibili l’uno all’altro.

Immagino che Boris ce l’abbia messa tutta, non era uno che demordeva al primo colpo, ma la donna non pareva intenderlo. Continuava a indicare un punto alle sue spalle e da quel punto cercava progressivamente di allontanarsi, un passo alla volta.

Gridava e piangeva parole che però noi non potevamo comprendere.

Non perché non fossero udibili, non era quello, ormai erano anche quasi arrivati vicino a noi. Ma per il semplice, e altresì complicato fatto, che non era la nostra lingua quella che usciva dalla sua bocca.

Ero assai dispiaciuto di non poter essere d’aiuto. E neppure gli altri, nonostante tra di noi vi fossero persone di nazionalità diverse. Italiani, spagnoli e francesi. Ma nessuna di queste nostre lingue pareva corrispondere a quella della donna.

«Plishá», gridava, indicando la cima del monte che ci sovrastava.

Boris era sconsolato, non capiva e scuoteva la testa. Io restai in disparte, come facevo sempre, ma gli altri, tutti, le si fecero intorno e così non riuscii neppure a vederla da vicino. «Plishá».

Da quella parte – sembrava voler dire – là, in cima, o oltre la montagna.

Piangeva e indicava, indicava e pronunciava: Plishá.

Cosa cercava di dirci?

Giosuè allora si fece avanti e iniziò a risalire il pendio.

«Vado a vedere», ci disse.

Ma non vide né trovo nulla in cima al monte, e neppure oltre.

Tornò indietro scuotendo la testa come Boris aveva fatto poco prima di lui e alzò le spalle.

Forse quello che lei vedeva oltre il monte non esisteva nella nostra lingua? E allora non soltanto non poteva essere visto, ma neppure udito, percepito, capito.

Non poteva essere raccontato.

Smise di singhiozzare a un certo punto, mentre tra di noi serpeggiavano sussurranti domande e risposte. Chi era? Da dove veniva? Non era italiana, quello era certo. Ma che importava a noi? Tribù di nomadi artisti. Risultato di una commistione delle più disparate nazionalità. Non era per un sentimento di nazionalismo che facevamo rimbalzare quella domanda da una bocca all’altra. Inoltre ci guardavamo bene dall’avvicinarci a teorie nazionaliste, in quel periodo poi, ne avremmo volentieri fatto a meno.

No. Era solo curiosità. E impotenza di fronte all’ignoto. Desiderio di scoperta di un avvenimento che era giunto a rompere la nostra già precaria, ma agognata, e duramente conquistata, quotidianità. Incapacità di comprendere.

Tonino si spostò un po’ di lato, permettendomi così di scorgerla da lontano.

Non era una donna, o almeno non ancora.

Era una ragazza.

Stava seduta in terra, con i piedi nel fango e le ginocchia al mento, e continuava a ripetere quella parola morbida e guizzante.

Era bella; gli occhi guardavano ancora la cima del monte. D’una bellezza così fragile.

Juan, il giocoliere, provò a parlarle in spagnolo. Ma lei scosse la testa.

François, il funambolo, le si rivolse in francese. Ma lei non rispose.

Allora provarono di nuovo in italiano e nei più diversi dialetti che ognuno conosceva. Sfoderarono gli idiomi che ci distinguevano, ci identificavano ma che al tempo stesso ci rendevano parte di una sola, insolita, babilonica comunità.

Nonostante questo, non vi era nulla da fare.

Nun c’è nenti i fari,avrebbe detto Anna, se soltanto non fosse stata così sconvolta dalla nuova venuta che se ne rimase in silenzio per tutto il tempo.

Gli altri li vedevo agitati e preoccupati, persi nei loro pensieri alla ricerca di una soluzione che permettesse di aprire un canale, per quanto sottile, di comunicazione.

«Datele una coperta», ordinò Anna riprendendosi dal suo isolamento, ma senza distogliere lo sguardo dalla cima del monte.

«Ma da dove può arrivare?», domandò Boris, che ancora scuoteva la testa e la guardava con compassione.

«Starà scappando», suppose Giosuè, poco abile illusionista, ma acuto pensatore.

«Sì, ma da chi?», ribatté Lina, che teneva per mano Tonino.

«E se la inseguivano dei soldati?», la buttò lì Juan.

Un fremito ci attraversò.

«N’est pas possible», François cercò di mitigare l’agitazione. Ma nessuno, neppure lui, pareva credere realmente a ciò che diceva.

«Potrebbe esserlo invece, chi ti dice che non la stessero inseguendo?», insisté Juan con la

testardaggine che lo caratterizzava.

Seguì un silenzio carico di preoccupazione.

Mi avvicinai e scansai Tonino.

La ragazza tremava. Il vestito era strappato in più punti, il viso era sporco di nero. Tra i capelli spuntavano fili di paglia.

«Dovremmo portarla nel carrozzone e darle qualcosa da mangiare», proposi vedendola in quello stato. Ma, come sempre, nessuno parve sentirmi.

«Secondo voi quanti anni ha?», continuò Lina, ignorandomi. Gli altri la seguirono.

«Perché è sola?»

«Cosa stava dicendo prima?»

«Pensate venga dal paese?»

Veronica Del Vecchio è nata a Como nel 1996. Diplomata alla Scuola Teatro Arsenale di Milano, è co-fondatrice della compagnia Auriga Teatro. La ragazza della montagna è il suo primo romanzo, vincitore della sezione narrativa inedita del Premio Europa in Versi 2020.

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Author: Jenny Citino
Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.