venerdì, Dicembre 4, 2020
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“Sorella di Neve” di Maja Lunde edito da Giunti Kids junior in tutte le librerie una bellissima storia per bambini. Estratto

Trama

Un racconto di Natale in ventiquattro capitoli, commovente ed emozionante, in cui si ritrovano la magica atmosfera e l’intensità del Canto di Natale di Dickens.


La vigilia di Natale è alle porte e Christian sta per compiere undici anni. Di solito è per lui un giorno magico, il più bello dell’anno, con lo scoppiettio del fuoco nel camino, le luci dell’albero e le candele tremolanti. Ma quest’anno è diverso, Christian e la sua famiglia stanno affrontando una grande perdita e l’atmosfera del Natale sembra del tutto scomparsa. Poi, un giorno, entra nella sua vita Hedvig, una ragazza allegra e con la passione per il Natale, e Christian comincia a credere che forse non tutto è perduto. Ma qualcosa di strano accade nella casa della ragazza: chi è quel signore che si aggira intorno al giardino? E perché Hedvig sembra sempre nascondere un qualche segreto?

Estratto


Ora ti racconto di Hedvig. Di come è diventata la mia migliore amica e di come l’ho persa. E di mia sorella Juni, che non c’era già più, ma che in qualche modo è ancora con me.

La prima volta che l’ho vista, Hedvig stava col naso appiccicato alla finestra della piscina; cioè la prima cosa che ho visto è stata il naso, insieme a tutte le lentiggini che lo ricoprivano. Era fuori, da sola, e guardava dentro. La neve cadeva su di lei, si posava sul suo berretto, sui capelli rossi che spuntavano fuori e sul pesante cappotto di lana, anche quello rosso, anzi rossissimo, come l’abito di Babbo Natale.

Nuotavo da un bel po’. In quel periodo lo facevo spesso, quasi tutti giorni. Avanti e indietro, vasca dopo vasca. Più sott’acqua che in superficie, alzavo la testa ogni due bracciate, giusto il tempo di respirare, poi di nuovo sott’acqua. Mi piaceva quel ritmo: su, inspiro, bracciata, giù, espiro, bracciata. Mentre nuotavo non dovevo pensare a niente, solo al respiro, alle bracciate e all’acqua. Inoltre con il tempo ero diventato abbastanza bravo. Se lo fai tutti i giorni, infatti, man mano che nuoti diventi sempre più veloce, è inevitabile. A ogni tentativo ci mettevo qualche decimo di secondo in meno.

A dire il vero avevo cominciato a frequentare la piscina solo perché ci andava John, il mio migliore amico. Siccome a nessuno dei due piaceva il calcio, avevamo optato per il nuoto. Tra l’altro c’era anche lui il pomeriggio che spuntò Hedvig.

Era arrivato poco dopo di me. Ricordo di averlo visto tremante a bordo piscina. Guardava l’acqua come se avesse paura di tuffarsi. Lo raggiunsi a nuoto, mi tirai su e restai in piedi accanto a lui.

«Ciao» disse John.

«Ciao» risposi.

«È fredda?» domandò lui.

«Un po’» risposi. «Più o meno come al solito».

«Okay».

«Fa più freddo fuori» aggiunsi.

«Già» rispose John. «Nevica».

«Già» dissi.

«Ieri però nevicava più forte» osservò John.

«Già» dissi. «Mi sa di sì».

«Già» rispose John.

«Già» dissi.

Non aggiungemmo altro. Guardavo l’acqua che mi sgocciolava dal corpo e cadeva sulle mattonelle azzurre. Plinplinplin. Pensavo di dover dire qualcosa. John doveva sentire tanto freddo, perché incrociò le braccia sul petto, come per abbracciarsi da solo. Era piuttosto freddoloso, ma non c’era da stupirsene, dato che era magro come un fuscello. Il più basso della classe, insieme a me. Un’altra cosa che avevamo in comune.

Ora magari penserai che io e John siamo diventati amici solo perché entrambi bassi e scarsi a calcio, e che non avevamo niente da dirci. Di solito, invece, parlavamo di un sacco di cose. Prima. Di solito chiacchieravamo dalla mattina, dall’istante in cui ci incontravamo per andare insieme a scuola, fino alla sera, quando dovevamo separarci per tornare a casa a dormire. Con lui non dovevo mai pensare a cosa dire. John funzionava come una specie di interruttore che mi scatenava una pioggia di parole. Lunghe frasi che non si fermavano mai, se non per lasciargli il tempo di farne piovere almeno altrettante. E risate. Di solito io e John ridevamo tantissimo. Ridevamo a crepapelle, da rotolarci a terra tutti tremanti. “Risate a tremarelle”, le chiamava la mamma. Diceva che era il suono più bello del mondo, che sembravamo dei sacchetti di biglie colorate che si agitano facendo rumore.

Tutto questo però prima. Era dall’estate che non ridevamo più insieme. Ogni volta che lo incontravo dovevo rovistare nella mente in cerca di qualcosa da dire. Per lo più frasi brevi, spesso sul tempo. Non avevo mai parlato tanto del tempo come negli ultimi sei mesi. E dire che mi era sempre parso un argomento da adulti.

John non poteva più restare lì a prendere freddo, pensai, né io potevo restare lì a sgocciolare, così ci tuffammo.

Continuai a fare vasche, avanti e indietro, avanti e indietro. Vedevo John nuotare accanto a me, ma non riusciva a tenere il passo. Negli ultimi mesi ero diventato più veloce di lui, perché mi esercitavo molto più spesso.

Su, inspiro, bracciata, giù, espiro, bracciata.

Ma all’improvviso non riuscii più a concentrarmi, perché mi ero accorto degli addobbi natalizi nello stanzino dei bagnini. Avevano appeso luci colorate sulla finestra che dava sulla piscina.

Già, il Natale. Presto sarebbe arrivata la vigilia, il giorno più bello dell’anno…

Molti considerano il ventiquattro dicembre il giorno più bello dell’anno, ma io ho un motivo in più, perché è anche il mio compleanno. È per questo che mi chiamo Christian. 

Quell’anno facevo undici anni, un ottimo motivo per essere contento. Invece non lo ero per niente, anzi ero più che altro preoccupato di come sarebbe stato il Natale.

Immagino che tu abbia le tue idee su come dovrebbe essere il Natale. Su dove, come e con chi lo vorresti passare, sulle decorazioni da appendere all’albero, sugli odori che vorresti sentire. E probabilmente speri che sia più o meno uguale ogni anno. Anche per me era così.

Di solito a casa nostra succedeva questo: il ventitré dicembre la mamma e il papà addobbavano l’albero dopo che io e le mie sorelle eravamo andati a letto. Il mattino dopo, quando mi svegliavo, temevo sempre che non avessero finito in tempo. Aprivo la porta della mia camera più piano che potevo, camminavo in punta di piedi sulle assi del corridoio e iniziavo a scendere le scale che portavano al pianterreno. A quel punto, di solito, mi fermavo per vedere se sentivo qualcosa. Cercavo i suoni del Natale: la giostra portacandele con gli angioletti che tintinnava sulla mensola del camino, il crepitio della legna sul fuoco e la musica che ascoltava sempre la mamma, un coro di bambini che cantava Astro del ciel e Adeste fideles. Quei bambini cantavano così bene che ad ascoltarli mi venivano sempre i brividi.

Una volta accertato che i suoni del Natale fossero a posto, procedevo in punta di piedi giù per le scale. Mi avvicinavo alla porta del salotto e là mi fermavo di nuovo, stavolta per annusare. Del Natale doveva esserci anche l’odore, che a casa nostra consisteva in un misto di rami di abete, incenso, biscotti di panpepato, clementine, cannella e cioccolata calda, che tra l’altro per me è la cosa più buona del mondo. Una volta verificato che gli odori fossero quelli giusti, finalmente mi facevo coraggio e aprivo la porta.

Sulle prime restavo fermo sbattendo le palpebre, perché, con tutte quelle decorazioni, quasi non si vedeva il salotto ed era tutto talmente bello, perfetto, caldo e splendente che non riuscivo quasi a respirare. Ma poi la mamma e il papà mi abbracciavano forte e mi dicevano: «Tanti auguri di buon compleanno e buon Natale al nostro natalino» e «Vieni a fare colazione con noi, c’è la cioccolata calda». E sedute alla tavola apparecchiata, coperta di cibo fino a scoppiare, c’erano le mie sorelle sorridenti. Tutti e tre ci auguravamo buon Natale: la piccola Augusta, nata nel mese di agosto, io, Christian, quello di mezzo, nato il ventiquattro dicembre, e Juni, la più grande, nata nel mese di giugno.

… Juni, mia sorella. C’era sempre stata per la vigilia di Natale, ogni anno. Quell’anno invece il suo posto a tavola sarebbe rimasto vuoto. Perché Juni era morta. Morta e sepolta al cimitero. Perciò non era tanto strano che quel pomeriggio, mentre nuotavo avanti e indietro in piscina, mi chiedessi come sarebbe stato il Natale.

Ecco alcune Illustrazioni

L’ Autrice

MAJA LUNDE nata nel 1975, vive a Oslo con il marito e tre figli. Affermata scrittrice per ragazzi, è anche sceneggiatrice per la TV. Il suo primo romanzo per adulti, La storia delle api, è stato pubblicato in 25 paesi e ha ottenuto il Norwegian Booksellers Prize nel 2015.

Illustratrice

Lisa Aisato nata nel 1981, è una pluripremiata illustratrice, autrice e artista visiva. Nel 2019 ha vinto il Norwegian Booksellers Prize, per la prima volta dal 1947 assegnato a un libro illustrato.

“Cari lettori come potete vedere non ho inserito il link per l’acquisto del libro on-line, visto il periodo difficile che stiamo attraversando ho deciso di aiutare le librerie indipendenti.
Per questo motivo per l’acquisto del romanzo sarebbe bello recarsi in una libreria indipendente più vicina a casa vostra, oppure farselo spedire a casa.
Grazie, Jenny

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