sabato, Ottobre 24, 2020
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Segnalazione: “La seconda vita di Missy Carmichael di Beth Morrey edito da Garzanti disponibile in tutte le librerie e on-line. Estratto

Trama

«Il miglior debutto dell’anno, scardina qualsiasi luogo comune. La voce della protagonista è unica e la ricorderete per molto tempo.»
The Guardian

«Sta per arrivare la nuova Eleanor Oliphant.»
The Bookseller

«Un esordio toccante in cui l’autrice, con grande maestria, ci ricorda l’importanza della gentilezza e la forza dell’altruismo.»
The Sunday Times

«Erano anni che non si vedevano così tanti editori pronti ad aggiudicarsi un esordio straordinario come questo. Un caso davvero unico.»
The Daily Telegraph

«Un romanzo da gustare pagina dopo pagina. Non rimarrete delusi.»
Literary Journal

La mia casa è grande. Troppo grande. Ma io non sento la solitudine. La mia vita mi piace così. Uguale, giorno dopo giorno. Non ho bisogno degli altri. La maggior parte di loro, comunque, non si accorge di me. E io non faccio nulla perché questo accada. Eppure una mattina al parco qualcuno si è avvicinato. Due donne mi hanno vista persa nei miei pensieri e mi hanno offerto un caffè. Niente di che. Un piccolo gesto. Qualcosa che nessuno faceva per me da tanto tempo. Una gentilezza dopo la quale nulla è stato come prima. La mia seconda vita ha avuto inizio. La mia casa non è più così grande, se intorno al tavolo della cucina siamo in tanti. Com’era una volta. Le mie passeggiate sono diventate più lunghe, se fatte con qualcuno accanto. Ho aperto uno spiraglio nel guscio in cui mi ero rifugiata. Ma all’inizio l’ho richiuso subito, per paura che qualcuno potesse conoscere i segreti che non ho mai confessato a nessuno. Sono sempre stata brava a nasconderli. A poco a poco, però, ho scoperto la magia del fidarsi e del lasciar andare. Anche gli sbagli. Anche il dolore. Perché le persone sono pronte non solo a giudicare, ma anche a starti vicino. Basta permetterglielo.

Una protagonista come non ne avete mai conosciute. Un esordio con un successo planetario come non avveniva da anni. Una storia pronta a cambiarvi la vita come non è mai accaduto finora. Dopo aver scalato le classifiche a pochi giorni dall’uscita, dopo aver riempito di recensioni entusiastiche le pagine culturali dei principali giornali del mondo, dopo aver fatto innamorare i lettori, anche i più esigenti, dopo essere state scelte per la trasposizione cinematografica, finalmente arrivano in Italia Beth Morrey e la sua Missy Carmichael. Preparatevi a conoscerla, sarà con voi per sempre, sul vostro comodino e nel vostro cuore.

Estratto

A mamma, papà e Ben, il mio primo oikos

«Ogni cuore canta una canzone incompleta,
finché un altro cuore non gli sussurra in risposta.»
FRASE ATTRIBUITA A PLATONE

PRIMA PARTE

«Gettate sempre il vostro amo;
nello stagno in cui meno ve lo aspettate…»
OVIDIO

1.

Faceva un freddo pungente, il giorno in cui dovevano stordire i pesci. Così pungente che stavo quasi per non andare a guardare. Sdraiata a letto, quella mattina, fissavo il muro sin dalle ore piccole e non mi ero mai sentita tanto vecchia o tanto apatica. Perché allora, alla fine, mi girai sul fianco e infilai i piedi rattrappiti nelle pantofole nuove in pelle di pecora? Una vaga curiosità, forse… bisogna pure aggrapparsi alle ultime vestigia di una mente indagatrice e impedirle di scivolare via.

Ancora in vestaglia, sciabattai in cucina mentre preparavo il tè e scorrevo la posta elettronica per vedere se c’erano e-mail di Alistair. Be’, mio figlio era impegnato, indubbiamente, con le sue ricerche sul campo. Le pantofole che mi aveva comprato per Natale erano confortevoli nel gelo mattutino. C’era un messaggio di mia figlia Melanie, ma era solo per informarmi di un documentario che secondo lei poteva piacermi. Spesso confondeva i gusti di suo padre con i miei. Mangiai un toast secco e rimuginai sull’ultima conversazione avuta con lei e, per un istante, avvertii il prurito della vergogna alla nuca. Mi parve più semplice ignorarla e così, leggendo i giornali online, scoprii che David Bowie era morto.

Alla mia età, leggere i necrologi è un rischio generazionale, con i coetanei che cadono uno dopo l’altro, e ogni annuncio è una camera vuota nella mia piccola rivoltella. Per un po’ avevo cercato di chiudere un occhio, come se ignorando la morte potessi in qualche modo sbarazzarmene, ma alcuni continuavano a morire mentre altri continuavano a scriverne, e qualche spiritello capriccioso mi obbligava a tenermi al corrente. La morte di Bowie mi sconvolse più di tante altre, anche se in realtà non avevo mai ascoltato davvero la sua musica. Però ricordavo la sua presentazione del breve cartone animato di The Snowman, anche se quando per Natale l’avevo guardato con mio nipote quella presentazione era stata sostituita da qualcos’altro. Perciò ricordavo soltanto Bowie che stringeva una sciarpa con un’aria cupa e, per qualche ragione, questa immagine mi turbava. Il letto disfatto esercitava il suo richiamo, ma poi sentii come al solito la voce di Leo nella mia testa: “Su col morale, signora Carmichael! Avanti a testa alta!”.

Così risalii in camera mia per infilarmi il paio di collant più spessi che avevo e una gonna di lana, facendo una smorfia alla vista delle disgustose vene blu, dopodiché ridiscesi le scale scricchiolanti e presi il cappotto. Mentre armeggiavo con i bottoni, mi sedetti un istante per riprendere fiato, pensando al cartello che avevo visto al parco la settimana precedente.

La mia crisi post-natalizia era stata particolarmente brutta: il caldo bagliore delle festività sgonfiato dalla partenza di Alistair, e quindi anche di Arthur, il mio splendido nipote che cominciava già ad assumere la cantilena ascendente dell’accento australiano. Ed era ancora difficile andare al parco senza ripensare a Leo. Era un convinto sostenitore delle passeggiate igieniche, gli piaceva sminuire quelli che si davano tante arie facendo jogging e rimproverare bonariamente i ciclisti. Ogni punto di riferimento produceva un’eco desolata, da cui ero però attratta di continuo: la grigia signora che vagava oziosamente dietro la porta. C’era una quercia a cui facevamo tappa tutte le volte: a Leo piaceva il suo vecchio tronco bitorzoluto e diceva che era la versione Quercus della sua persona, sempre più grinzosa man mano che invecchiava. Quel giorno avrei indubbiamente passato ore a perdermi in fantasticherie, ma fui distratta da un bambino che sembrava il mio Arthur. Un ragazzino della sua età strattonava irrequieto la madre, mentre lei leggeva un avviso attaccato alle inferriate che circondano ogni laghetto. Mi avvicinai e finsi di leggere.

«Mammaaaaa!» Aveva riccioli biondo rame e briciole di biscotto agli angoli della bocca che implorava una pulita. I bambini sono così belli! Luminosi e senza difetti, come una castagna appena uscita dal guscio. È un peccato che crescano e diventino adulti orribili. Se solo potessimo conservare quel cablaggio, brulicante di possibilità, con cui accolgono ogni cosa a braccia aperte.

«Santo cielo, Otis, lasciami in pace», disse la madre, con un forte accento irlandese, spingendolo via. Aveva capelli rossi tinti e la detestai all’istante. Poi lanciò un’occhiata in tralice alla vecchia megera che sbirciava suo figlio (a me, cioè), mentre io ricominciavo a fingere di studiare l’avviso.

«A che cosa pensi, Oat?»

Oat? Che gente, Dio santo. Che tempi.

«Colpiscono i pesci con una scarica elettrica! Vuoi guardare?»

I sorveglianti del parco dovevano trasferire i pesci da un laghetto all’altro e per farlo dovevano stordirli. Pesca elettrica. Non avevo mai sentito o visto una cosa del genere e non mi sembrava particolarmente interessante, ma se avessi potuto vedere ancora «Oat», forse il nodo che mi sentivo in gola da quando Ali e Arthur erano saliti sull’aereo si sarebbe allentato un po’. Dopotutto, non avevo nulla da fare…

Da quel pomeriggio di una settimana prima avevo cambiato idea una mezza dozzina di volte, soffermandomi sulla mia decisione come fanno solo gli annoiati a morte o gli insicuri. Alla fine, avevo deciso di andarci, così avrei avuto qualcosa da raccontare ad Alistair. La mia vita era diventata così circoscritta che cominciavo a preoccuparmi che mi considerasse banale, e leggevo i giornali – compresi i necrologi – solo per sapere di che cosa parlava quando citava la gaffe di un politico o mi chiedeva quali nuovi spettacoli fossero in cartellone nel West End. Dal momento che Ali era rimasto impressionato quando ero andata alla mostra di Turner, era valsa la pena prendere tre autobus sotto la pioggia.

Assistere all’elettroshock delle carpe non era esattamente quest’esperienza mondana, ma era pur sempre meglio di niente. Perciò eccomi lì con addosso il mio migliore cappotto invernale, a redigere mentalmente l’e-mail che avrei scritto al mio ritorno. Forse mi sarei imbattuta nel piccolo Otis, avrei dato da mangiare alle anatre insieme a lui e poi mi sarei messa in coda con sua madre per prendere un caffè e… a questo punto smarrii la strada e stavo quasi per tornare indietro, ma col freddo le gambe mi si erano irrigidite e la panchina accanto ai laghetti era il rifugio più vicino.

Un gruppetto si era radunato per osservare. Qualcuno distribuiva croissant e, quando me ne offrirono uno, lo presi, non perché avessi fame ma perché ero grata che mi avessero notato. Lo portai alle labbra, ricordando quella volta a Parigi in cui io e Leo avevamo mangiato pain au chocolat sulle rive della Senna e poi eravamo andati in una libreria dove lui era scomparso su per una scala traballante mentre io coccolavo un gatto acciambellato su un divano malconcio, togliendomi dai denti le scaglie di sfoglia e facendo attenzione a quale mano usavo per fare che cosa. Seppero di cioccolato e di gatto per il resto della giornata, perché non trovammo un posto dove lavarle. I miei occhi si riempirono di lacrime: io e Leo non saremmo più andati a Parigi, anche se non era un ricordo particolarmente gradevole, perché la città mi era parsa sporca e ostile; non c’erano spazi verdi e, sebbene Leo parlasse correntemente francese, loro arricciavano le labbra perché suonava sempre e solo inglese e non era mai gonfio come i loro croissant.

Barcollai e mi accasciai sulla panchina, battendo le palpebre e cercando di recuperare dall’affanno, finché una calda voce aristocratica disse: «Oh, tesoro, non fare quell’espressione inorridita: non sono di Greggs o chissà dove. Li ho fatti io». Una donna di mezz’età con occhi simili a bacche era china su di me e mi sorrideva agitando un tovagliolo, perciò feci mostra di mangiucchiare il croissant e mormorai un grazie, maledicendomi per essere una vecchia megera distratta. Quindi procedette tra la folla, distribuendo le sue paste e le sue amenità, dopodiché tutti balzarono in avanti, così mi sforzai di rialzarmi in piedi per vedere due uomini che, con addosso stivaloni di gomma e giacche sgargianti, navigavano nello stagno su una barca dall’aspetto bizzarro.

A circa un metro dalla prua era appeso un aggeggio circolare dal quale piccole sbarre penzolavano nell’acqua, come una serie di enormi campanelle a vento. Accanto a me un tizio spiegava il procedimento alla donna seduta al suo fianco. L’attrezzo funzionava in combinazione con un conduttore sullo scafo, generando un campo elettrico nell’acqua attraversata dalla barca, con una leva a bordo che controllava la corrente. Gli uomini praticavano ampi cerchi per tutto il lago: uno manovrava e azionava la leva elettrica mentre l’altro s’inginocchiava reggendo una rete. Per un po’ non accadde nulla, ma poi una luccicante boa grigia emerse allegramente in superficie: il primo pesce stordito. «Ooooh», dissero gli spettatori, battendo educatamente le mani. Dopodiché i pesci cominciarono a spuntare dappertutto, scintillanti e flaccidi, in attesa di essere tirati su. Ogni volta che il secondo uomo ne raccoglieva uno, la folla di spettatori lo acclamava brindando con il vin brulé nei bicchieri di carta.

Ma quanto più l’operazione continuava, tanto più diventava inquietante. Lo sciabordio ritmico quando guizzavano fuori dall’acqua, il lento sibilo della rete, il tonfo finale con cui sbattevano nel recipiente. SplashwooshplofSplashwooshplof. E infine… flap. Lo stordimento durava quel tanto che bastava a caricare i pesci sulla barca. Le enormi carpe dall’aspetto preistorico, coperte di fango com’erano, venivano issate a bordo e cominciavano subito a contorcersi e a dibattersi. SplashwooshplofsplashwooshplofFlapflapflap.

Un attimo prima stai nuotando sereno, senza una preoccupazione al mondo, e quello dopo appare un pungolo enorme che ti lascia di stucco, poi tutto cambia e annaspi per lo spavento. E non c’è alcun trionfo nel sopravvivere, perché ti limiti a nuotare in tondo in un nuovo lago e boccheggi invano. Io preferirei che qualcuno ponesse fine alle mie sofferenze. Cenere alla cenere. Di nuovo il fiatone. Splashwooshplof. Potrei guardare da un’altra parte e passerebbe. “Non pensare, non pensare.” Plofplofplof. Strinsi l’inferriata, cercando di ignorare i rami incombenti sopra di me, ma la pelle, avvampando, mi prudeva ai bordi e mi sentii cadere tra mani che si tendevano e urla lontane mentre l’oscurità mi inghiottiva…

2.

Qualcosa di ruvido come una paglietta mi sfregava la guancia, risalendomi per il viso. Con un gemito, girai la testa.

«Si sta riprendendo, fatevi indietro!»

La paglietta ritornò, ruvida e calda, seguita da un alito caldo e acre. Sentii il mio naso arricciarsi quando il fetore m’invase le narici.

«Lasciatela respirare! Nancy, allontanati da lì!»

Allungando debolmente la mano, incappai in un ciuffo di peli. Poi sentii la paglietta sul palmo. Una lingua. La spinsi via e gemetti ancora.

Dovevo essere un po’ provata perché, quando finalmente rinvenni, ero sdraiata sulla panchina e la donna con gli occhi come bacche e le paste mi appoggiava un tovagliolo bagnato sulla fronte, mentre gli spettatori sbirciavano da sopra le sue spalle. Riemergendo faticosamente in superficie, sudaticcia e assente, sentivo ancora il legame con il mondo sotterraneo in cui ero stata e tornai a chiudere gli occhi, sperando che se ne andassero tutti.

«Accidenti, te la sei vista brutta, tesoro», disse la donna, che mi stringeva il polso. «Non ho idea di come funzioni questa stupidaggine delle pulsazioni», proseguì, scuotendomi la mano con delicatezza. «Qual è il valore giusto, poi? Settanta, ottanta? Non lo so. No, non alzarti subito.»

«Oh no, sto bene, davvero.» Buttai giù le gambe dalla panchina. «Mi spiace per l’incomodo. Non so che cosa mi sia capitato.» L’oscurità stava svanendo, sostituita dal sudore altrettanto freddo dell’imbarazzo. Avevo la guancia e la mano ricoperta di una specie di sostanza appiccicaticcia e avvertivo l’impulso di andare a sciacquarmi.

«Sarà il tempo, dolcezza. Fa un po’ freddino, non è vero? Restiamo sedute un momento e guardiamo gli alberi. Non sono belli? Vuoi un altro croissant? Suvvia, recupera le forze. A proposito, io sono Sylvie. E loro due sono Nancy e Decca.»

Ancora sbalordita, mi accorsi che indicava due cagnolini color tortora che le saltellavano attorno ai piedi. Quando si sedette accanto a me sulla panchina, loro balzarono ognuno a un fianco e io dovetti spostarmi per fargli spazio, pulendomi il dorso della mano sulla gonna. Restammo sedute a mangiare croissant, alzando lo sguardo verso gli alberi, che erano piuttosto belli nel loro modo cupo, spogli e aguzzi sullo sfondo del cielo perlaceo, con la flebile luce del sole che protendeva i suoi artigli attraverso le nuvole e chiazzava la superficie del lago. La folla si era dispersa, anche se gli uomini continuavano a muoversi in cerchio tirando su gli ultimi pesci.

«A quanto pare c’è qualcosa di tossico nell’acqua», commentò Sylvie, ammiccando verso il lago. «Spero che superino quest’esperienza. Chi è Leo, a proposito? Tuo figlio? Vuoi che qualcuno lo vada a chiamare?»

Leo.

Non c’era niente che volessi di più. Che qualcuno andasse a chiamarlo e me lo riportasse. Sarebbe venuto da me, mi avrebbe afferrato la mano dicendo: “Missy! Che cos’hai combinato, stupida vecchietta?”. E saremmo tornati a casa insieme per accendere il fuoco e scacciare il freddo. Mi asciugai le lacrime agli occhi, gocce tiepide sulle dita bianche.

«Mi spiace», disse Sylvie, dandomi piccole pacche sulla mano gelida e stringendola forte. «Non avrei dovuto chiedertelo. Hai pronunciato il suo nome e ho pensato che forse… In ogni caso, restiamo sedute qui un po’, d’accordo? Non c’è fretta.»

Così restammo sedute, per lo più in silenzio, ma di tanto in tanto Sylvie m’indicava una pianta, un uccello o un cane degni di nota, e io riuscivo a rispondere adeguatamente senza preoccuparmi di annoiarla o di dire la cosa sbagliata. Quindi finii il mio croissant e spazzai via le briciole, pronta ad alzarmi e a salutare questa donna semplice e senza pretese che era la prima sconosciuta a parlarmi da settimane. Meglio terminare la conversazione fintanto che lo volevo io e non perché lo avesse fatto lei.

«Moltissime grazie», dissi, tendendo goffamente la mano ancora appiccicaticcia. «Molto gentile, ma devo andare…»

«Cazzo, ce lo siamo perse.»

Ci voltammo entrambe e vedemmo la madre dai capelli rossi di Otis che trascinava il figlio imbronciato per il sentiero tra i laghetti. Il bambino indossava una mantella e aveva agganciato uno scudo sul manubrio del suo monopattino. I capelli color ruggine sparavano in tutte le direzioni: avrei voluto lisciarglieli e poi arruffarli di nuovo.

«Vedi, ti avevo detto che sarebbero morti senza di noi», sbuffò lei, caricandosi sulle spalle un’enorme borsa stracolma e chinandosi per accarezzare i cani.

«Angela, tesoro», disse Sylvie. «In ritardo come sempre. Ti va un caffè? Stavo giusto per chiedere a… ehm…?» Si girò verso di me con aria di attesa.

«Millicent», mormorai, quasi incapace di credere alla mia fortuna. Sarebbe stato giusto dirle di sì? Certamente mi meritavo una piccola ricompensa, ma forse non era bene che mi mostrassi troppo impaziente.

«A Millicent… di aggregarsi a noi.»

Angela sospirò e sollevò di nuovo la borsa. «Allora andiamo. Però volevo vedere qualche pesce che ci restava secco. E anche Otis, ma non è riuscito a trovare il suo costume da Uomo Ragno, lo stupido.»

«Millicent, ti andrebbe di venire a prendere un caffè con noi? O un tè? Non voglio tiranneggiarti sulla scelta della bevanda!» Sylvie corrugò lo sguardo con aria accattivante, prese Angela a braccetto e tese la mano a Otis.

Sembravano davvero un’allegra combriccola. Ovviamente non volevano che un vecchio arnese come me arrancasse dietro di loro rallentandole, così dissi che avevo un appuntamento – il che in un certo senso era vero – e le guardai incamminarsi lungo il viale, dirette al caffè. Il cielo si schiarì un altro po’ quando mi rimisi in moto, rallegrata dalla mia passeggiata. Se non altro me l’avevano chiesto. Lo raccontai a Leo, esagerando i dettagli per farlo sembrare più drammatico. Ma naturalmente non importava in che modo lo raccontassi, visto che non c’era nessuno ad ascoltare; perciò, dopo aver lasciato un mazzo di fiori e aver rassettato un po’, feci ritorno alla mia casa vuota.

Di nuovo in cucina, sentivo il tic tac dell’orologio, senza nessun altro suono che lo sovrastasse, mentre nel soggiorno la poltrona di Leo era vuota e io non avevo nuovi amici: non avrei più rivisto Sylvie, Angela o Otis, e adesso avrei dovuto evitare il parco, perché non pensassero che cercavo d’incontrarli per caso.

L’ Autrice

Beth Morrey ha dovuto attendere molti anni prima di sedersi a una scrivania e iniziare la stesura del suo romanzo d’esordio. Ma durante le sue passeggiate al parco, curiosando in giro, cullava dentro di sé l’idea che si sarebbe poi trasformata in La seconda vita di Missy Carmichael. Dopo averlo terminato, il passo più difficile è stato mandarlo alle agenzie letterarie inglesi e attendere una risposta. Ma Beth non ha dovuto aspettare molto, perché bastano poche pagine per innamorarsi della sua protagonista e fare proprio il pensiero alla base del libro: un gesto di gentilezza può cambiare la vita. Così, una delle agenzie letterarie più importanti al mondo decide di rappresentarla.

Ottobre 2019 Alla fiera di Francoforte si parla solo della Seconda vita di Missy Carmichael. In ogni parte del mondo si accendono aste agguerrite per acquisirne i diritti. In Italia è Garzanti ad aggiudicarseli.

Dicembre 2019 La stampa internazionale non ha mai recensito nulla di simile: è un libro che scardina qualsiasi luogo comune e la voce della protagonista è semplicemente unica.

Febbraio 2020 Il libro esce in Inghilterra e domina le classifiche.

Aprile 2020 Lo stesso accade anche negli Stati Uniti.

Maggio 2020 I lettori affollano i social con commenti entusiastici. Missy Carmichael è un’amica di cui non possono più fare a meno. Grazie a lei hanno riscoperto il valore della solidarietà.

Estate 2020 Anche il cinema si accorge di questa storia. Presto ne sarà tratto un film. Intanto il romanzo viene pubblicato in molti altri paesi.

Agosto 2020 Finalmente il romanzo approda nelle librerie italiane

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