
Una pagina della nostra Storia rimasta a lungo nell’ombra, quella delle gelsominaie di Milazzo, diventa il cuore del nuovo romanzo di Licia Tumminello, La lunga estate dei gelsomini, edito da Nord.
Siamo nel 1945, in una Sicilia che prova a lasciarsi alle spalle la guerra. Nella piana dei gelsomini, però, per tante donne e bambine la vita continua a essere fatta di fatica, sfruttamento e diritti negati. È da questa realtà che prende forma il percorso di Grazia, una giovane donna che dovrà trovare il coraggio di far sentire la propria voce e di scegliere, finalmente, il posto che desidera per sé.
Un romanzo che tesse memoria, emancipazione e solidarietà femminile e che riporta alla luce una vicenda poco conosciuta, ma profondamente significativa.
Ho avuto il piacere di rivolgere alcune domande a Licia all’autice per conoscere meglio la nascita del romanzo, il personaggio di Grazia e la storia delle gelsominaie, in un dialogo attraverso il quale emergono fatica, coraggio e desiderio di libertà.

foto presa dal web
Buongiorno Licia, benvenuta a “Due chiacchiere con lo scrittore”! È un piacere averti qui con noi per parlare del tuo romanzo La lunga estate dei gelsomini,
Licia, tutto nasce dalla scoperta di una pagina di storia che lei stessa, pur essendo siciliana, non conosceva. Cosa ha provato quando ha scoperto la vicenda delle gelsominaie e quando ha capito che quella storia doveva diventare un romanzo?
Innanzi tutto mi ha stupito che una vicenda così importante – il primo sciopero delle donne in Sicilia! – non fosse conosciuta. Io stessa, siciliana, la ignoravo. Poi è subentrato l’entusiasmo, perché è una storia che ha a che fare con il mio fiore preferito, (in casa mia c’è sempre stata una pianta di gelsomino). E così, di getto, ho scritto un racconto che ha partecipato a due concorsi e li ha vinti entrambi. Ma continuavo a pensare alle gelsominaie: la loro storia era troppo bella per limitarla a un racconto. Da lì ho maturato l’idea di un romanzo.
La sua protagonista, Grazia, parte da una condizione di silenzio e sottomissione e, pagina dopo pagina, conquista la propria voce. Quanto è stato difficile raccontare un cambiamento così profondo senza trasformarla in un’eroina “perfetta”, ma mantenendola fragile, dubbiosa e profondamente umana?
Non è stato difficile perché sin dalla stesura del racconto ho avuto chiaro il personaggio di Grazia. Non volevo una donna combattiva, determinata, caparbia, la classica eroina insomma. La mia Grazia doveva essere una ragazza calata nel suo tempo e nel suo contesto sociale, costretta a mettere da parte i sogni di fanciulla; una ragazza alla quale avevano insegnato a ubbidire e a non ribattere. Insicura e spesso contraddittoria, Grazia ha però una sensibilità direi materna nei confronti delle creature più deboli: la nipote Vita, ma anche Santina, la figlia della sua più cara amica, e Stella, una giovane raccoglitrice ragazza madre. Ed è questa sua profonda empatia per il prossimo che la porta, dopo anni di sopportazione, complice anche la ritrovata amicizia con Francesco, a superare le incertezze e il senso di inadeguatezza e a convincere le compagne a scioperare.
Nel romanzo Grazia sogna di diventare maestra, ma quel sogno viene sacrificato perché “non serviva una femmina istruita”. Quanto pesa, nella storia, il diritto negato alle donne di studiare e di poter scegliere il proprio futuro?
Pesa tantissimo. Non dimentichiamo che, nel periodo di ambientazione del romanzo, si usciva da vent’anni di regime fascista che voleva le donne madri e custodi della casa, ne ostacolava lo studio (ad esempio le rette universitarie delle studentesse erano superiori a quelle previste per i maschi) e le escludeva da molte professioni. A tutto ciò va aggiunta la mentalità tradizionalista e patriarcale secondo la quale non serviva che la donna fosse istruita. Si capisce come in tale contesto fosse difficilissimo per una donna esprimere sé stessa, i propri desideri e le proprie aspirazioni.
Il rapporto tra Grazia e Francesco è importante perché lui le permette di guardare la sua realtà con occhi nuovi, parlandole di diritti e di lotte sindacali. Quanto può essere importante, nella crescita di una persona, incontrare qualcuno capace semplicemente di farle scoprire una possibilità diversa?
Incontrare una persona che ti “apre la mente” è un dono. A volte basta poco: la vicinanza di qualcuno che ti prende a cuore, il dialogo con chi sa trasmettere senza opprimere. Occorre però anche disponibilità all’ascolto, e oggi giorno forse è questa la condizione più difficile. Francesco è un dono imprevisto e prezioso per Grazia. Le fa ritrovare l’interesse per la lettura, le suscita l’ammirazione per le operaie che al Nord hanno combattuto per i loro diritti e, con i suoi racconti, risveglia in lei il coraggio e l’orgoglio che la porteranno a vedere una luce nuova nel suo percorso di vita.
Il gelsomino nel romanzo è allo stesso tempo bellezza e fatica, profumo e sfruttamento. Quando ha iniziato a scrivere, aveva già chiaro questo forte valore simbolico del fiore oppure è emerso durante la stesura?
Nello scrivere il romanzo non mi sono accorta del valore simbolico del gelsomino. emerso in fase di editing. Ma non ho dovuto cambiare nulla della storia; era già tutto scritto: la fragilità del fiore, la necessità che venisse raccolto da mani delicate, la fatica del raccolto notte dopo notte per una paga miserevole e senza alcun riposo. La resilienza delle pianta, tanto simile a quella delle donne che raccoglievano i fiori. E il profumo, così inebriante e ricercato da essere richiesto dalle industrie di lusso del profumo, ma per le donne fonte di notti in bianco e mal di testa.
. La storia delle gelsominaie è anche una storia di solidarietà femminile. Quanto è stato importante, per lei, raccontare non soltanto la ribellione di Grazia, ma il momento in cui tante donne comprendono che, unite, possono finalmente far sentire la propria voce?
Ci tenevo tantissimo al fatto che il riscatto delle gelsominaie non fosse frutto della lotta della singola persona ma un atto corale. Nel romanzo ho voluto che Betta e Filomena si mettessero in gioco in prima persona, per fare in modo che tutte le gelsominaie acquistassero voce e dignità. Il gruppo delle raccoglitrici può considerarsi un personaggio a tutti gli effetti, con un proprio arco di trasformazione: da grumo indistinto senza voce e senza volto, a storie di donne che reclamano il diritto a un salario equo e il rispetto della loro dignità.
Nel romanzo trovano spazio donne e bambine costrette a lavorare in condizioni durissime. C’è un personaggio, oltre a Grazia, al quale si è affezionata particolarmente o che le ha lasciato qualcosa di speciale?
Sicuramente Vita, la piccola gelsominaia che non parla per un trauma subìto in tempo di guerra. È la nipote di Grazia, che la porta con sé alla piana perché non la mandano più a scuola; è un personaggio complesso e doloroso, ma molto tenero. Attraverso Vita ho voluto dare rilievo alla piaga del lavoro minorile e nello specifico ai tanti figli, principalmente bambine, che lavoravano alla piana di Milazzo. Le madri li portavano con sé perché non avevano a chi lasciarli e anche perché un pugnetto di fiori in più, raccolti da quelle piccole mani tra i cespugli più bassi, contribuiva a riempire la cesta. Ma erano bambini sfruttati e privati dell’infanzia.
. Ha scelto di ambientare la storia nell’estate del 1945, proprio nel momento in cui I’Italia esce dalla guerra e cerca di immaginare un futuro diverso. Quanto è stato importante questo particolare momento storico per raccontare la voglia di cambiamento delle sue protagoniste?
Sicuramente la fine di vent’anni di dittatura, l’avvento della Repubblica, il voto alle donne e la prospettiva di un futuro migliore hanno determinato il rinascere di speranze e aspettative che per troppo tempo erano rimaste soffocate. Io, nella finzione narrativa, ho voluto affidare la presa di coscienza di Grazia alla figura di “mentore” di Francesco, al quale ho dato il cognome “La Rosa” proprio in omaggio al sindacalista Tindaro La Rosa, che ha aiutato le gelsominaie a organizzare il primo sciopero delle donne in Sicilia.
Una delle cose più interessanti del romanzo è il percorso con cui Grazia conquista la propria voce. Che cosa significa, per lei, oggi, “trovare la propria voce”? E pensa che sia ancora una conquista necessaria per molte donne?
Trovare la propria voce è un percorso fondamentale per il riconoscimento della propria individualità e unicità. Ai giorni nostri penso che consista nel coraggio di essere sé stesse al di là delle omologazioni e degli stereotipi moderni; qualcosa a cui soprattutto le giovani donne dovrebbero aspirare, sganciandosi dal principio dell’apparire e dalla ricerca di un’immagine che rispecchi i canoni stabiliti da altri. Trovare la propria voce, oggi, vuol dire anche farsi rispettare nelle relazioni, difendere la propria autonomia e le proprie scelte. Difendere anche quei diritti acquisiti dalle precedenti generazioni dal rischio, purtroppo attuale, che possano essere messi nuovamente in discussione.
Dopo aver accompagnato Grazia e le gelsominaie in questa lunga estate del 1945, cosa vorrebbe che rimanesse nel cuore dei lettori quando arriveranno all’ultima pagina del romanzo?
Vorrei che i miei personaggi e il mondo narrativo, fatto di notti scure e giorni luminosi, restassero nella mente e nel cuore dei lettori ancora per un poco, a far loro compagnia. E che il profumo del gelsomino rimanesse alle narici…
Ringrazio di cuore Licia Tumminello per aver accettato di condividere con noi la storia e il mondo de La lunga estate dei gelsomini, raccontandoci attraverso le sue parole la nascita del romanzo, Grazia e le donne che ne sono protagoniste.
Grazie per aver riportato alla luce una vicenda che rischiava di rimanere nell’oblio e per aver dato voce, attraverso la scrittura, a donne che hanno lottato per la propria dignità, per i propri diritti e per la possibilità di scegliere il proprio futuro.
E a voi lettori, come sempre, auguro buona lettura.
Un caro saluto e alla prossima intervista!
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