Con Fortunata, il suo romanzo d’esordio pubblicato da Garzanti, Roberta Cosimo ci porta nel Salento degli anni Venti, dentro una famiglia e una società in cui per una donna scegliere il proprio destino non era affatto semplice.
Ispirato a una storia vera, il romanzo racconta la crescita di Fortunata, una bambina che attraverso i libri, la curiosità e piccoli gesti di ribellione comincia a capire che la vita può essere anche qualcosa da scrivere con le proprie mani.
Ho intervistato Roberta Cosimo per parlare della nascita di questa storia, dei personaggi che la abitano e del significato di libertà che accompagna il percorso di Fortunata.
Roberta, “Fortunata” è il suo romanzo d’esordio ed è ispirato a una storia vera. Quando ha incontrato per la prima volta la storia di Fortunata e che cosa l’ha spinta a trasformarla in un romanzo?
La storia narrata in questo libro mi accompagna da sempre perché si ispira alla vita dei miei nonni. Come accadde a mia nonna, anche Fortunata alla nascita viene affidata alle cure di una zia, nota in paese per essere una sarta eccellente. La sua vita sembra destinata a scorrere tranquilla, seguendo un percorso già tracciato. Ma l’amore per un ragazzo e, poco dopo, lo scoppio della guerra cambiano per sempre il corso del suo destino.
Ho custodito questa storia per anni, come un ricordo prezioso. Poi, a un certo punto, ho avvertito il desiderio di condividerla perché sentivo che meritava di essere raccontata. Sognavo che ispirasse ed emozionasse anche altri, oltre a me.
Fortunata nasce nel Salento degli anni Venti, in un mondo in cui alle donne era spesso riservato un destino già stabilito. Quanto è stato importante ricostruire usanze, mentalità e tradizioni di quel periodo per raccontare la sua storia?
La restituzione della realtà locale e la fedeltà agli usi e ai costumi del tempo, sono state fondamentali per inquadrare la storia della protagonista. Volevo che il lettore ritrovasse tra le pagine del romanzo ambientazioni e personaggi autentici. Si avverte subito un forte legame con le tradizioni ma al contempo si percepisce il desiderio di superare certi limiti imposti alle libertà personali, soprattutto da parte delle donne, costrette a ricoprire ruoli già stabiliti. È proprio la volontà di opporsi a questa mentalità che rende questa storia così straordinaria.
Il nome Fortunata sembra quasi contenere una promessa: una bambina destinata a cercare la propria felicità e la propria strada. Che cosa rappresenta per lei questo nome?
“Fortunata” è un nome beneaugurante, che porta in sé la speranza di una vita migliore. È anche il titolo del romanzo perché racchiude tutta l’essenza del libro.
Nelle vicende narrate si nasconde la domanda più importante: bisogna confidare nella fortuna come forza esterna, sperando che arrivi come dea bendata a cambiare la nostra vita, e dunque come qualcosa che agisce a prescindere da noi, o bisogna saperla costruire giorno dopo giorno con quello che abbiamo a disposizione, cercando di reagire agli imprevisti e agli accidenti, rivoltando ciò che ci accade a nostro favore? Fortunata sembra già una predestinata ma in realtà nella sua vita non mancheranno ostacoli e difficoltà. La sua dote più grande è riuscire a non abbattersi mai e cercare il positivo anche dove sembra non ci sia. È questa la sua vera fortuna.
La protagonista cresce imparando l’arte del ricamo e della sartoria, ma scopre anche un’altra forma di “ricamo”: quello della propria storia attraverso i libri. Che ruolo ha avuto la lettura nella sua crescita?
Direi che la lettura è un elemento fondamentale nella vita di Fortunata. È la chiave di volta che le permette di aprirsi a prospettive nuove e inaspettate. Da ragazzina è affascinata dalle storie che la maestra Rosetta legge in classe. In seguito, nei libri troverà una prospettiva di vita nuova, la consapevolezza che oltre il proprio mondo e la propria condizione, ci sono infinite possibilità di essere ciò che si desidera. Basta allargare lo sguardo, dono che i libri fanno a chiunque ami leggere.
Nella realtà mia nonna ha sempre amato leggere e negli anni in cui studiavo, sedeva accanto a me e mi ascoltava ripetere, senza mai lasciare ago e filo. Ogni tanto interveniva con qualche domanda. Una volta le chiesi cosa avrebbe voluto fare se avesse potuto studiare. Mi rispose che le sarebbe piaciuto diventare un’avvocata e secondo me, visto il carattere tenace, sarebbe stata anche brava.
Nel romanzo Fortunata compie piccole rivolte, apparentemente semplici ma molto significative, come soffiare in un fischietto di terracotta, un gesto allora riservato agli uomini. Perché ha scelto di raccontare la sua ribellione proprio attraverso questi piccoli gesti quotidiani?
Considerati gli anni in cui si svolge la storia, le possibilità di ribellarsi alle piccole come alle grandi ingiustizie erano davvero limitate. Fischiare, fumare, parlare con un uomo per strada erano tutti gesti considerati inopportuni per una donna. Compierli, per una ragazza costretta a vivere in un ambiente in cui il giudizio degli altri pesava come un macigno, era una rivoluzione piccola ma fondamentale. Sono stati anche quei gesti minimi, quasi insignificanti, sommati alle rivolte più eclatanti che le donne hanno condotto nel corso della loro storia, a consentire di avanzare passo dopo passo verso una maggiore emancipazione e verso il raggiungimento della libertà individuale.
La famiglia è uno dei temi centrali di Fortunata, insieme all’eredità delle tradizioni. Secondo lei, quanto siamo condizionati dalle storie e dalle scelte di chi ci ha preceduto?
Sicuramente siamo molto condizionati dalle scelte di chi è venuto prima di noi. Alcune vicende familiari hanno indirizzato in maniera inesorabile il destino di chi è venuto dopo. Ognuno però deve saper trovare la propria strada, pur senza rinnegare l’eredità che ha ricevuto dai propri avi. La bravura sta nel mantenere saldo il legame con il proprio passato, imparando al tempo stesso ad allontanarsene gradualmente per scoprire chi si è davvero. Fortunata è figlia di due madri, molto diverse tra loro. Le scelte di entrambe condizionano la sua vita fin dal primo istante. Eppure non si adegua al suo destino, non si uniforma a nessuna delle due. Anche a costo di sbagliare, cerca la sua strada e la percorre fino alla fine.
Fortunata comprende, anche grazie ai romanzi che legge, che il destino non è necessariamente già scritto. È questo il messaggio che più di ogni altro desiderava lasciare al lettore?
Mentre scrivevo, mi era molto chiaro che il messaggio era duplice: in primis, che nessun destino è già scritto perché la vita è un susseguirsi di scelte e percorsi che devono rimanere assolutamente liberi.
E in seguito, che tutto ciò che viviamo indipendentemente dalla nostra volontà, ciò che accade perché la vita è fatta anche di imprevisti e di svolte inaspettate, può essere affrontato con coraggio e determinazione e trasformato in qualcosa di positivo. Non è quel che viviamo ma come lo viviamo a cambiare la prospettiva.
È difficile. Io spesso dubito di esserne in grado, ma la storia di Fortunata, e di riflesso la storia di mia nonna, mi ha insegnato che è questa la giusta prospettiva per non essere schiacciati e rischiare di soccombere. Sono necessari un pizzico di leggerezza e una buona dose di ironia.
Scrivere una storia ispirata a una vicenda realmente accaduta significa anche confrontarsi con persone, emozioni e avvenimenti che hanno avuto una dimensione concreta. Quanto è stato difficile trovare il giusto equilibrio tra realtà e invenzione narrativa?
Devo confessare che non è stato semplice. A volte temevo di essere troppo di parte, troppo coinvolta emotivamente. Allora provavo a staccare il pensiero dalla vicenda familiare, da quei luoghi e da quei contesti che conosco così bene. Nel tempo mi sono confrontata con ogni singolo personaggio, ho mischiato le carte e inserito in ciascuno alcuni tratti differenti rispetto ai personaggi reali. La stessa Fortunata è ispirata a mia nonna ma ha in sé altre donne della mia famiglia e altre sfumature. Inoltre le vicende sono comunque romanzate, non tutto quel che è narrato nel romanzo è accaduto davvero nella vita reale. La finzione narrativa mi ha permesso di tirare fuori l’essenza della storia.
Nel romanzo il filo, il tessuto, il lenzuolo da ricamare diventano immagini della vita e della libertà. C’è un simbolo o un’immagine di Fortunata a cui lei è particolarmente legata?
Amo l’immagine di Fortunata che ricama il suo corredo alla finestra e vede davanti a sé il ragazzo che vorrebbe sposare. La finestra è lo spazio che le permette di guardare oltre i confini della sartoria e della casa, confini che la zia ha tracciato per lei e dentro i quali vuole trattenerla. In quell’immagine c’è tutto. Il passato, il presente e il futuro. È l’immagine da cui sono partita per iniziare a scrivere il romanzo e che ha permesso anche a me di spingermi oltre.
Una citazione del suo romanzo…
“Volere fortemente qualcosa forse implicava spingersi oltre e scoprire dove può condurre il coraggio di osare”.
Grazie, Roberta, per essere stata ospite di librichepassione.it e per averci accompagnato alla scoperta di Fortunata, della sua storia e del suo desiderio di scegliere il proprio futuro.
Un caro saluto e un grande in bocca al lupo per questo importante esordio.

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Jenny
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