
foto presa dal web
È nata a Genova, ma vive da molti anni in Garfagnana dove lavora come coach di scrittura. Dopo aver pubblicato romanzi di genere con piccoli editori, ha esordito in ambito letterario con La segnatrice (2022), amatissimo da critica e pubblico. Un successo confermato dai volumi della fortunata saga della famiglia Mazzeo Mare avvelenato (2024) e Spuma di mare (2026), tutti usciti per Giunti.
Dopo Mare avvelenato, Elena Magnani torna con Spuma di mare, un romanzo intenso e profondamente umano che attraversa gli anni più difficili del Novecento italiano. Tra la Roma del 1912, la guerra, la Spagnola e i segreti di una famiglia ferita ma tenace, la protagonista Mimma affronta il dolore, la colpa e il desiderio di libertà in un mondo che non è ancora pronto a riconoscere il diritto di una donna a scegliere il proprio destino. Una saga familiare ricca di emozioni, memoria e redenzione.
Ciao Elena, benvenuta a “Due chiacchiere con lo scrittore” e grazie per aver accettato il mio invito. Parliamo del tuo ultimo romanzo “Spuma di mare”
Ciao Jenny, grazie a te per l’invito.
Dopo Mare avvelenato, quando ha sentito che la storia dei Mazzeo non era ancora conclusa?
In realtà, per me quella storia aveva già trovato il suo compimento. Mare avvelenato è nato come un romanzo autoconclusivo, con una sua direzione precisa e un suo finale. Quando l’ho terminato ero già immersa in un altro progetto che uscirà il prossimo anno.
Poi è accaduto qualcosa: i lettori e le lettrici hanno iniziato a chiedere con insistenza di restare dentro quella storia, di continuare a vivere accanto a Tomaso, Petra e Mimma, come se quel legame non si fosse interrotto con l’ultima pagina. Era una richiesta affettiva, non semplice curiosità.
Quella richiesta ha trovato una corrispondenza anche in me, perché quei personaggi continuavano a esistere, a muoversi nella mia fantasia. Tornare a loro è stato un gesto di gratitudine, ma anche la scelta consapevole di accompagnarli ancora, entrando in una fase delle loro vite più esposta, dove le conseguenze delle scelte diventano inevitabili e più difficili da sostenere.
Come nasce il titolo Spuma di mare? Che significato simbolico racchiude?
Il titolo nasce da una poesia di Marina Ivanovna Cvetaeva, Spuma di mare, da cui è tratto anche l’esergo del romanzo: “Chi è fatto di pietra, chi è fatto d’argilla, io invece sono fatta d’argento e brillo”. È stata un’intuizione della mia editor, Nicoletta Verna, mentre cercavamo un titolo che mantenesse un legame con il mare, già così presente nel primo romanzo.
Quella poesia contiene un’immagine che sento molto vicina alla materia narrativa del romanzo, perché la spuma è ciò che affiora, ciò che emerge da un movimento più profondo, qualcosa che non ha una forma stabile, ma che esiste proprio nel suo continuo trasformarsi.
Nel romanzo questo richiama anche Mimma, il suo modo di stare nel mondo, il suo essere in divenire, non ancora definita, non ancora ancorata a una forma precisa. È una tensione che la attraversa, che la espone, ma che allo stesso tempo la rende viva, capace di cambiare.
Il mare resta una presenza, ma in questo seguito assume una qualità diversa, meno evidente, più interiore, un richiamo costante che accompagna i personaggi anche quando non è direttamente visibile.
Il romanzo attraversa anni storicamente complessi: guerra, epidemia, trasformazioni sociali. Quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro la scrittura?
Il lavoro di ricerca è stato lungo e piacevole. La Storia non è mai un confine da non superare, non mette paletti alla mia creatività, mi aiuta a prendere una direzione, a creare le scene del romanzo. Cerco di entrare nella dimensione umana di quel tempo, capire che emozioni provavano le persone mentre stavano vivendo quel determinato periodo.
Il mio scopo è comprendere come quegli eventi venivano vissuti dalle persone, quali paure generavano, quali scelte imponevano, come cambiavano i rapporti, le priorità e il modo di percepire il futuro. È lì che la Storia smette di essere qualcosa di esterno e diventa una forza interna alla narrazione.
Quando questo accade, l’equilibrio tra dimensione privata e grande evento si costruisce da sé, senza bisogno di essere forzato.
Spuma di mare parla molto di identità e redenzione. Crede che si possa davvero rinascere dopo il dolore?
Il dolore resta. Entra a far parte della struttura della persona, modifica lo sguardo, lascia tracce nel tempo. Quello che può cambiare è il modo in cui si sceglie di stare dentro quel dolore.
La sofferenza è qualcosa che può essere trasformato, perché nasce anche dal rapporto che instauriamo con ciò che è accaduto. La sofferenza è una scelta. Credo che la rinascita sia possibile nel momento in cui si smette di restare definiti da quell’esperienza e si accetta di riaprirsi alla vita.
È un passaggio che richiede coraggio, perché implica anche il darsi il permesso di essere di nuovo felici, e questo, per molti, è uno degli ostacoli più difficili da superare.
La famiglia Mazzeo vive drammi profondi ma continua a restare unita. Cosa rappresenta per lei la famiglia: rifugio o ferita?
La famiglia è entrambe le cose, e spesso nello stesso tempo. Quella in cui nasciamo può essere il luogo delle prime ferite, quelle che ci accompagnano più a lungo, perché si formano quando non abbiamo ancora gli strumenti per difenderci o per comprenderle.
Ma esiste anche la famiglia che si costruisce nel tempo, fatta di scelte, di incontri, di riconoscimenti reciproci. È uno spazio che creiamo, e proprio per questo può diventare un rifugio, un luogo in cui trovare una appartenenza più consapevole. La famiglia di sangue è più ferita, quella scelta è più rifugio.
Nel romanzo questo doppio movimento è presente. I personaggi sono costretti a ridefinire i propri legami, a capire cosa tenere, cosa lasciare, a chi restare accanto.
C’è una scena che per lei è stata particolarmente difficile da scrivere?
Mi ero data una direzione precisa: non raccontare la Grande Guerra attraverso le trincee, perché sentivo che quella prospettiva era già stata esplorata da molti. Volevo trovare un punto di vista diverso, più vicino alla dimensione umana, e ho scelto di lavorare sul reparto sanitario.
È stata una parte complessa, perché richiedeva una grande attenzione, sia dal punto di vista storico che emotivo. Non volevo cadere in soluzioni prevedibili, scontate.
L’ho riscritta più volte, lavorandoci con pazienza, cercando un modo che tenesse insieme verità e rispetto, fino a quando ho sentito che quella parte aveva trovato la sua forma.
Qual è la domanda che nessuno le ha ancora fatto su questo romanzo e a cui invece vorrebbe rispondere?
Mi piacerebbe che mi venisse chiesto cosa fa sì che Tomaso sia così tanto amato.
Credo che la sua forza stia nella capacità di esserci, in modo discreto ma costante, senza imporsi, senza occupare spazio più del necessario. È un personaggio attraversato da contraddizioni, segnato anche da un’idea di sé che lo limita, eppure conserva una qualità rara: quella di saper stare accanto agli altri senza giudicare. Di vederli davvero.
È una presenza che non cerca di cambiare gli altri, ma di comprendere e accettare, e forse è proprio questo che lo rende così amato, perché è qualcosa che tutti, in fondo, cerchiamo.
Spero che il vero Tomaso, il capraio di cui mi raccontavano i miei nonni, sia stato davvero così. Una luce per gli altri, nonostante portasse sulle spalle una terribile maledizione.
“Spuma di mare è una storia di donne e uomini travolti dalla Storia, ma soprattutto è un romanzo sulla possibilità di rinascere anche quando tutto sembra perduto. Grazie Elena per averci accompagnato dentro questa saga familiare intensa e profondamente emozionante.”

