
Ciao Laura, benvenuta alla mia rubrica “Due chiacchiere con lo scrittore” e grazie per aver accettato questo invito.
Partiamo dal tuo romanzo “Mary Shelley. La meravigliosa creatura” (Morellini), che racconta la vita intensa e travagliata di una delle figure più affascinanti della letteratura mondiale.
Da dove nasce l’idea di raccontare Mary Shelley? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che sarebbe diventata protagonista di un tuo romanzo?
Sono rimasta affascinata da Mary Shelley molto prima di diventare una scrittrice. Già al liceo, e poi soprattutto all’università, dove veniva ancora presentata principalmente come la moglie di Percy B. Shelley. Con la mia compagna di studi, rimanemmo entusiaste di questa coppia di giovani coraggiosi che, sfidando ogni convenzione, lasciarono l’Inghilterra per viaggiare in Europa. Lei aveva appena sedici anni. Ci sembravano una sorta di proto-hippy, un modo di vivere libero e anticonformista che mi affascinava moltissimo.
Mi colpì una frase che Mary scrive in quegli anni: “La mia vita è come un romanzo”. E forse è proprio da lì che tutto è cominciato. Quel romanzo, oggi, l’ho scritto davvero e l’ho fatto in prima persona, lasciando che fosse lei a raccontarsi.
Mary Shelley è spesso ricordata soprattutto come “la madre di Frankenstein”. Qual è l’aspetto della sua personalità che ti ha colpito di più?
Mi ha colpito la sua forza ostinata, la capacità di continuare a camminare nella stessa direzione anche quando tutto sembrava crollare. Dopo la morte di Percy, annegato tra la costa ligure e quella toscana. Mary aveva solo venticinque anni, eppure, tornando in Inghilterra, ha vissuto altri venticinque anni senza mai rinunciare ai suoi obiettivi: ha scritto romanzi, ha curato e pubblicato l’opera completa delle poesie di Percy B. Shelley, che senza di lei sarebbe rimasto quasi sconosciuto, e ha cresciuto l’unico figlio che le era rimasto.
Il romanzo racconta anche un amore travolgente e tormentato con Percy Bysshe Shelley. Quanto questo rapporto ha influenzato la sua identità e la sua scrittura secondo te?
C’è un paradosso al centro della loro storia: Percy era stato allievo di William Godwin, il padre di Mary, teorico anarco‑socialista che nei suoi scritti condannava apertamente l’istituzione del matrimonio. Ma una cosa è la teoria, un’altra la vita. Godwin, così radicale sulla carta, si rivela improvvisamente conservatore quando la figlia si innamora di Shelley: si oppone con forza alla loro relazione, perché Percy è già sposato.
Mary e Percy però non si arrendono. Fuggono dall’Inghilterra e, durante il loro lungo viaggio in Europa, iniziano a identificarsi proprio con le figure di William Godwin e Mary Wollstonecraft, la madre di Mary, pioniera del femminismo moderno, morta nel darla alla luce. È come se cercassero di portare avanti un progetto ideale che i genitori di Mary non avevano avuto il tempo di compiere.
Il rapporto con Percy ha certamente segnato una fase importante della sua vita, ma non definisce il suo talento. Mary aveva già una voce propria, formata dall’eredità intellettuale di Godwin e Wollstonecraft e da una sensibilità fuori dal comune. Con Percy ha condiviso un orizzonte di idee, di letture, di libertà: un dialogo creativo che l’ha stimolata, non determinata.
Dopo la sua morte, Mary non “diventa” scrittrice: continua ad esserlo, con ancora più lucidità. Trasforma il dolore in lavoro, in pensiero critico, in una produzione letteraria autonoma e coerente. È in quella lunga seconda parte della sua vita che emerge con forza la Mary Shelley capace di sostenere se stessa, di costruire la propria identità intellettuale e di lasciare un segno duraturo nella storia della letteratura.
La scrittura per Mary diventa una forma di salvezza e resistenza. Hai trovato un parallelismo con il tuo modo di scrivere?
È una domanda interessante. Continuare a scrivere, nonostante le difficoltà che ho incontrato sia come giornalista sia come scrittrice, mi fa sentire in qualche modo una sua allieva. Anche per me la scrittura è stata spesso un modo per restare in piedi, per dare un senso alle cose, per non farmi travolgere.
E oggi c’è un’ulteriore sfida: l’intelligenza artificiale. È inevitabile chiedersi se avrà ancora senso, nei prossimi anni, scrivere romanzi. Io credo di sì. Proprio perché viviamo in un’epoca in cui tutto rischia di diventare standardizzato, la voce umana, con le sue imperfezioni, le sue ossessioni, le sue ferite, diventa ancora più necessaria. Mary lo aveva capito due secoli fa: scrivere è un modo per resistere al silenzio. E questo, per me, non cambia.
Mary Shelley vive in un’epoca in cui le donne scrittrici erano spesso marginalizzate. In che modo hai voluto sottolineare la sua forza “femminile” e la sua lotta per essere ascoltata?
Ho voluto mostrarla nella sua determinazione quotidiana, non solo nei grandi gesti. Basti pensare che la prima edizione di Frankenstein esce anonima: non perché Mary non avesse coraggio, ma perché il clima culturale non permetteva facilmente a una giovane donna di firmare un romanzo così radicale. Nella seconda edizione decide invece di mettere il suo nome in copertina: un atto di affermazione potente, soprattutto considerando il tema che aveva scelto, la sfida prometeica di uno scienziato che dà vita a una Creatura, con tutte le implicazioni etiche e la violenza che ne deriva. Un argomento che, all’epoca, non era considerato “adatto” alle donne.
Ma la sua forza emerge ancora di più nella seconda parte della vita, quando vive a Londra dopo la morte di Percy. Ha problemi economici, deve mantenere il figlio, eppure continua a scrivere romanzi, a collaborare con le riviste per guadagnarsi da vivere, e soprattutto cura e pubblica l’intera opera poetica di Shelley. Senza il suo lavoro editoriale, oggi non avremmo la percezione di Percy come uno dei grandi poeti romantici, al pari di Keats e Byron.
La sua lotta non è fatta di proclami: è fatta di resistenza, di lavoro, di ostinazione. È così che ho voluto raccontarla, come una donna che non chiede spazio, se lo prende. E lo fa con la scrittura.
Se dovessi descrivere Mary Shelley con tre parole, quali sceglieresti e perché?
Coraggiosa, perché ha sfidato convenzioni, giudizi e tragedie personali senza mai arretrare. Ha avuto il coraggio di vivere come voleva, di amare come voleva e di scrivere ciò che nessuna donna, all’epoca, avrebbe osato immaginare.
Prudente, perché dietro la sua audacia c’era sempre una lucidità rara. Sapeva osservare, riflettere, scegliere il momento giusto. Una prudenza che non è timore, ma consapevolezza.
Straordinaria semplicemente. Per la vita che ha attraversato, per la forza con cui ha resistito, per l’opera che ha lasciato. Una donna fuori dal tempo, capace ancora oggi di parlarci con una voce sorprendentemente moderna.
Grazie Laura per essere stata con noi e per averci accompagnato dentro la vita e l’anima di Mary Shelley con sensibilità e profondità. È stato un vero piacere averti ospite nella rubrica “Due chiacchiere con lo scrittore”.

