La rubrica “Due chiacchiere con lo scrittore” ospita oggi Emanuela Fontana, autrice di Le bambine di Roma, il nuovo romanzo pubblicato da Mondadori. Dopo il successo de La correttrice, la scrittrice torna a conquistare i lettori con una storia avvincente che intreccia amicizia, potere e grandi eventi storici nella Roma di Augusto. Attraverso le vicende di Giulia, figlia dell’imperatore, e Selene, figlia di Cleopatra e Marco Antonio, Emanuela Fontana ci regala un racconto intenso e coinvolgente, capace di restituire voce e profondità a due figure femminili straordinarie. Con lei parleremo della genesi del romanzo, del lavoro di ricerca storica e dei temi che animano questa affascinante saga.
Ciao Emanuela, benvenuta a “Due chiacchiere con lo scrittore”. È un piacere ospitarti nella rubrica per parlare del tuo nuovo romanzo, Le bambine di Roma, una storia intensa che intreccia amicizia, potere, sentimenti e grande Storia nella Roma di Augusto.
Come è nata l’idea di raccontare la storia di Giulia e Selene?
Grazie mille per quest’intervista! L’idea è nata prima da Giulia, figlia di Ottaviano Augusto, dopo un viaggio nell’isola di Ventotene e la visita alle rovine della villa dove Giulia ha vissuto in esilio per alcuni anni. Studiando la sua vita e la storia di quel periodo, mi sono resa conto che quella donna esiliata dal padre, allontanata da Roma, era cresciuta, pur da figlia unica, in una casa affollata di bambini. E che tra quei bambini ce n’erano due che arrivavano da lontano: i figli gemelli di Antonio e Cleopatra, Cleopatra Selene e Alexandros Helios, portati a Roma da Ottaviano come bottino di guerra dopo la sconfitta dell’Egitto e la morte di Cleopatra e Antonio. Tornando a concentrarmi su questa storia a distanza di anni, improvvisamente quella bambina “straniera”, forse anche per il contesto storico che stiamo vivendo, ha assunto per me un luce diversa: nell’ arrivo di Selene a Roma, ho visto l’incontro tra due mondi, tra due bambine opposte, le figlie dei più grandi nemici della storia, di Occidente e Oriente.
Giulia e Selene sono molto diverse tra loro. Quale aspetto del loro rapporto ti ha appassionato maggiormente durante la scrittura?
Forse il fatto che Giulia senta su di sé le colpe del padre, Ottaviano, nei confronti di Selene, e che tenti in ogni modo di risarcirla. Di fatto lui è l’uomo che ha portato alla morte i genitori di Selene. Cleopatra si è uccisa – come ipotizzavano già duemila anni fa – proprio per non sfilare durante il trionfo di Ottaviano per le vie di Roma. Antonio perché pensava che Cleopatra fosse già morta prima che lei si togliesse la vita, e perché era un uomo disperato, che aveva perso tutto. Mi ha appassionato questo tipo di legame, perché capita che i bambini si carichino su di sé le colpe dei padri, e che si comportino in maniera opposta al genitore per farsi perdonare di ciò che non hanno commesso. Giulia tenta di difendere Selene in tutti i modi che conosce.
Nel romanzo la grande Storia si intreccia continuamente con le vicende personali. Quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro questa narrazione?
La ricerca più importante è stata la lettura delle fonti classiche e i sopralluoghi. Ho letto anche molti saggi, perché le lacune sull’antichità sono naturalmente enormi, ed è fondamentale vedere come gli storici ricostruiscono le tessere mancanti. Ma la fonte primaria sono gli storici classici: in questo caso Cassio Dione, Svetonio, Plutarco, in minima parte Velleio Patercolo, purtroppo nessuno dei quali è vissuto esattamente durante il principato di Augusto. Per la scrittura, le idee, le scene di vita, invece, l’ispirazione mi veniva data da Orazio, Virgilio, Ovidio, Properzio. Sono andata anche un po’ avanti e indietro nella letteratura latina per inquadrare altri aspetti, dalla visione del mondo alla vita quotidiana: Cicerone, soprattutto le lettere, Catullo, Plinio il Vecchio, Seneca e molti altri. Non ho fatto niente di speciale, ho ripercorso il programma del liceo classico, ma con gli occhi di adulta tutto è stato ancora più entusiasmante. Ho riletto anche Ovidio, ma l’Ovidio giovane. Sto avviando in questi giorni una lettura più profonda delle sue opere per il prossimo libro, la seconda parte di questa storia.
La Roma che racconti è quella dell’età dell’oro augustea, ma dietro lo splendore emergono tensioni e intrighi. Che cosa ti interessava mettere in luce di questo periodo storico?
Mi interessava la costruzione del consenso e mettere in luce le ambiguità di quel periodo. Ottaviano Augusto è un personaggio ambiguo, del resto il potere lo è spesso. Di Augusto volevo cercare la grandezza e le zone d’ombra. Lo trovo un personaggio modernissimo, un genio della politica. Clemente ma capace di spietatezze, però con un autocontrollo, se possiamo usare questo termine moderno – i latini direbbero una “misura” – degli eccessi esemplare, forse animato da una sincera volontà di migliorarsi, un uomo che ha avuto la fortuna di vivere e lavorare con due collaboratori formidabili: Agrippa e Mecenate. Tutto questo mi piaceva osservarlo dal punto di vista dei bambini, dell’interno della sua casa, la domus del Palatino. Credo che per avvicinarsi alla verità sia necessario sempre cambiare l’angolo di osservazione, perché se l’angolo rimane uno solo non si ha una verità, ma una “dittatura” della storia, una storia imposta da un’ unica visione.
L’amicizia femminile è il cuore del romanzo. Quanto ritieni che questo tema sia universale e attuale?
Credo che la forza da contrapporre alle guerre in questi anni sia proprio l’amicizia. Non per forza femminile, ma certamente due bambine, nella Roma antica, erano l’anello più debole della società. Tante volte comunque anche ora, magari da alcuni sguardi in metropolitana tra ragazze che vengono da mondi diversi, ho l’impressione che l’intesa tra donne sia come un incantesimo. La pace non è solo una parola slogan, ma va vissuta nel quotidiano con le persone vicine, e anche con chi ha opinioni discordanti rispetto alle nostre e che capitano sulla nostra strada. Per questo mi piaceva illuminare l’amicizia tra due creature fragili di quei mondi, le figlie femmine dei grandi nemici della storia, che si trovarono straordinariamente a vivere nella stessa casa.
Nel libro trovano spazio anche amori impossibili, matrimoni politici e relazioni familiari complesse. Quale di questi aspetti ti ha emozionato maggiormente raccontare?
A parte il legame tra Giulia e Selene, i veri sole e luna di questa storia, un personaggio che ho sempre nel cuore è Iullo, l’unico figlio sopravvissuto a Roma di Marco Antonio. È un personaggio storico importante, che avrà un ruolo lunghissimo nella vita di Giulia. Mi emoziona molto la tenerezza e l’attrazione che lo lega a lei. Credo che anche per gli storici Iullo sia un mistero. Io ho cercato di costruirne il carattere in contrapposizione al padre, Antonio, che era un passionale, un esagerato, un uomo che divorava la vita.
Dopo il successo de La correttrice, come hai vissuto la sfida di affrontare una narrazione così ampia e corale?
Il mio sogno di bambina era vivere a Roma, quindi per me in fondo è stato come tornare alla mia infanzia e a quel desiderio, poi agli anni del mio amato liceo classico. A quei tempi mi ricordo che leggevo il latino con estrema facilità, quasi come se quella lingua la conoscessi da sempre. Ora ho perso un po’ quell’attitudine così limpida, torno alle traduzioni con pazienza più che con talento, ma cercare l’eco di quella che per me era una vera grande passione di ragazzina è stata un’avventura che mi ha fatta sentire molto giovane.
C’è un messaggio particolare che speri arrivi ai lettori attraverso Le bambine di Roma?
La mano tesa verso chi viene da credenze diverse, la capacità di mettersi sempre nei panni di chi abbiamo di fronte, di capire e conoscere le ragioni profonde dei conflitti ascoltando le voci di entrambe le parti. Mantenere sempre uno sguardo puro e improntato non al conflitto, ma all’accordo nella diversità.
Grazie, Emanuela, per aver condiviso con noi il dietro le quinte di Le bambine di Roma e per averci accompagnato tra le strade, i palazzi e i segreti della Roma augustea.
E grazie per il tempo prezioso che hai dedicato a noi lettori
Jenny

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