
foto presa dal web
BIOGRAFIA
Antonella Ossorio è autrice di libri di narrativa per ragazzi e per adulti. Per Einaudi ha pubblicato La mammana (Premio Società Lucchese dei Lettori 2015). Presso Neri Pozza sono apparsi nel 2018 La cura dell’acqua salata e nel 2023 I bambini del maestrale.
IL LIBRO

“«Non ho mai ucciso né donne, né bambini, né uomini giusti. Sono innocente».
Così parla Alexe Popova, la donna che all’inizio del Novecento ha sconvolto la Russia zarista: trecento uomini uccisi, trecento donne liberate. Assassina o giustiziera? Criminale spietata o vittima che si è fatta vendicatrice?
Nel suo nuovo romanzo, Antonella Ossorio scava nel mistero della “sterminatrice di uomini” di Samara, restituendo voce a una figura controversa, simbolo della ribellione contro un mondo dominato dalla violenza maschile.

Benvenuta Antonella a “Due chiacchiere con lo scrittore” e grazie per essere con noi. Iniziamo da una domanda che incuriosisce molti lettori: perché hai scelto di raccontare proprio la storia di Alexe Popova?
E’ un vero piacere, Jenny! Come racconto nella breve nota in coda al romanzo, mi accadde di “incontrare” Alexe mentre navigavo in rete, in cerca d’altro: un pizzico di fretta in più e la scintilla non sarebbe scoccata. Per fortuna, prima ancora della sua incredibile parabola umana, a tenermi avvinta allo schermo del computer provvide l’intensità dello sguardo della piccola donna vestita di nero. Di lei si è sempre saputo poco o nulla. Addirittura, quello col quale divenne tristemente nota forse non era il suo vero nome. Ma è un fatto accertato che, a dispetto di ogni logica, Madame Popova nutrì fino all’ultimo respiro la convinzione d’essere innocente. Fu, appunto, da un ragionamento estemporaneo su quanto talvolta possa rivelarsi labile il confine tra bene e male che nacque il mio desiderio di narrare questa vicenda.
Hai scelto di dare voce a Nadezda, una delle donne che entra in contatto con Popova. Come mai questa scelta narrativa?
Il personaggio di Nadezda è frutto della volontà di dare identità e anima alla “discepola” di Popova, che in seguito diventerà la sua accusatrice, genericamente definita una donna dalle scarne cronache giunte fino a noi. A lei ho voluto affidare il ruolo di voce narrante per tentare di trasmettere ai lettori in modo efficace la sofferenza prodotta dalla sua tragica situazione familiare. Trovo che la narrazione in prima persona risulti particolarmente adatta a storie come questa, che trattano di sentimenti e stati d’animo dal forte impatto emotivo. Nadezda è il riflesso speculare di Popova e, al contempo, il suo contraltare. Inoltre, mi sono servita di lei per veicolare la mia personale visione delle problematiche trattate nel romanzo.
Il contesto storico è molto forte e ben ricostruito. Com’è stato lavorare sulla Russia tra Ottocento e Novecento?
In realtà, è stato meno complicato di quanto avessi previsto. Ancora più che dalla documentazione su luoghi e contesto storico, comunque irrinunciabile, per ricostruire l’atmosfera di quei luoghi a me sconosciuti e di quei tempi remoti mi sono affidata a un ripasso dei classici della letteratura russa. Ma mi è stato d’aiuto anche il ricordo di alcuni mitici sceneggiati televisivi RAI visti da bambina: Anna Karenina, Fratelli Karamazov e così via. Come d’abitudine, ho inoltre cercato di inserire nel tessuto del romanzo dettagli della vita quotidiana ed elementi della cultura popolare in grado di rendere in modo attendibile e vivace il “sapore” degli ultimi anni della Russia imperiale. Per fare solo qualche esempio, la tradizione dei lapti, le fiabe trasmesse oralmente, e alcune figure del foklore russo come il folletto domestico detto domovoj.
Uno dei temi centrali è la violenza sulle donne. Cosa volevi raccontare attraverso questa storia?
Oltre alla labilità del confine tra bene e male, alla quale ho già accennato, mi è accaduto ancora una volta di utilizzare una storia accaduta nel passato come chiave di lettura per il presente. Nella sostanza, in merito al terribile fenomeno della violenza sulle donne rispetto a oltre un secolo fa le cose purtroppo non sono poi tanto cambiate. Si tratta, più che altro, di un’amara presa d’atto.
Se dovessi descrivere Popova in tre parole?
Tormentata, tenace, implacabile.
E una frase che racchiude l’essenza del romanzo?
“Il male non giustifica altro male”.
Grazie Antonella, per questa bellissima conversazione e per averci portato nel cuore tormentato di una storia difficile ma necessaria.
Grazie a te, Jenny. Un saluto ai tuoi lettori!
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