RECENSIONE

La disciplina possiede di meraviglioso anche un aspetto meno ridondante: diventa soccorso quando si teme che l’idee scarseggiano e che occorra aggrapparsi qualcosa di solido che gli altri non possono o non riescono a offrire.
Ci sono autori che, libro dopo libro, finiscono per diventare quasi delle presenze familiari. Paolo Crepet, per me e per mio marito, è certamente uno di questi. Negli anni abbiamo letto praticamente tutti i suoi libri e seguito anche alcune sue conferenze, ben prima che le sue riflessioni diventassero spezzoni virali, brevi video e citazioni condivise continuamente su YouTube, Instagram o TikTok.
Lo apprezziamo da molto tempo, quindi, non perché sia diventato improvvisamente popolare sui social, ma perché da anni ritroviamo nelle sue parole domande, provocazioni e analisi capaci di costringerci a riflettere sul ruolo dei genitori, sull’educazione, sulla scuola, sui giovani e sui cambiamenti della società.
Proprio questa conoscenza abbastanza approfondita del suo pensiero ci porta però anche a leggerlo con maggiore attenzione e, quando necessario, con spirito critico. Apprezzare un autore, del resto, non significa essere sempre d’accordo con lui, ma conoscerne abbastanza bene le idee da riconoscerne i punti di forza, le ripetizioni e, talvolta, anche le contraddizioni.
Da molti anni Crepet osserva la società italiana denunciando l’impoverimento emotivo, la perdita dell’autorevolezza, l’eccessiva protezione dei figli e una dipendenza dalla tecnologia che rischia di trasformarsi in rinuncia al pensiero autonomo. Chi lo segue da tempo riconosce immediatamente il suo tono, le sue battaglie e alcune delle sue provocazioni più ricorrenti.
Se si potesse guardare dall’alto le nostre vite, come fossimo improvvisamente gabbiani o viaggiatori su una mongolfiera, si vedrebbero tante tracce e orizzonti, a volte voli transoceanici, altri assai più brevi eppure ognuno di essi direbbe delle nostre impercettibili, intime necessità migratorie ed delle inquietudine e intemperanze o di qualche resa imprevista”
In Riprendersi l’anima, pubblicato da HarperCollins, ritroviamo quindi molti dei temi che hanno caratterizzato la sua attività di psichiatra, sociologo e divulgatore. Questa volta, tuttavia, ho avuto l’impressione che qualcosa fosse cambiato.
Crepet non si limita a osservare gli altri, a interpretare il presente o a indicare le contraddizioni della società contemporanea. In molte pagine sceglie di entrare personalmente nel racconto, condividendo ricordi, incontri, vicende familiari e passaggi importanti della propria formazione. È come se avesse deciso di ridurre, almeno in parte, la distanza tra il personaggio pubblico e il lettore, lasciando emergere non soltanto lo studioso e l’osservatore, ma anche l’uomo.
Ed è proprio questa maggiore apertura a rendere Riprendersi l’anima particolarmente interessante per chi, come noi, conosce e segue Paolo Crepet da molti anni. Le sue idee non sono del tutto nuove, ma questa volta sembrano provenire da un luogo più intimo e personale. Non leggiamo soltanto ciò che Crepet pensa della società, delle famiglie e dei giovani: abbiamo anche la sensazione di comprendere un po’ meglio quali esperienze, quali persone e quali ricordi abbiano contribuito a formare il suo sguardo sul mondo.
Riprendersi l’anima non segue la struttura lineare di un saggio accademico. È composto da riflessioni, episodi, ricordi, incontri e storie apparentemente distanti tra loro, ma unite dalla ricerca di ciò che rende una vita autenticamente umana. Crepet passa dalla dimensione privata a quella collettiva, dal ricordo personale all’osservazione sociale, cercando continuamente un significato universale dietro esperienze molto concrete.
L’autore parla dei suoi maestri, delle persone incontrate lungo il cammino, delle proprie origini e di alcuni rapporti che hanno contribuito alla sua formazione. Compaiono figure come il maestro elementare Gino Faggian e Franco Basaglia, ricordato anche attraverso i viaggi e le conversazioni vissute insieme. Accanto ai personaggi noti trovano spazio persone comuni, giovani pieni di speranze, individui feriti e vite che, per ragioni diverse, hanno saputo opporsi alla rassegnazione.
“A volte mi capita di pensare di assomigliare a una lumaca non per la lentezza, ma per la caparbietà con cui ho portato con me, su di me, le vite degli altri.cinque vanno bene la seconda non mi piace dove cazzo avevo segnato”
Non siamo davanti a un’autobiografia in senso tradizionale. Crepet non ricostruisce ordinatamente la propria esistenza, né sembra interessato a consegnare al lettore un racconto completo di sé. Apre piuttosto alcune porte, lascia intravedere esperienze personali e familiari e le utilizza per interrogarsi sul significato della felicità, della libertà, della paura e del desiderio.
Per chi ha già letto altri suoi libri, questa maggiore disponibilità a raccontarsi rappresenta una piacevole novità. L’autore appare meno distante e, in alcuni momenti, anche più vulnerabile. Dietro lo psichiatra abituato ad analizzare i comportamenti altrui emerge maggiormente l’uomo, con la sua memoria, le sue riconoscenze e le inevitabili ferite che accompagnano ogni percorso umano.

Che cosa significa riprendersi l’anima?
Il titolo potrebbe far pensare a un’opera spirituale o religiosa, ma l’anima di cui parla Crepet è soprattutto la parte più autentica e vitale dell’essere umano. È la capacità di emozionarsi, di avere desideri, di coltivare passioni e di opporsi a tutto ciò che tende a uniformarci.
Riprendersi l’anima significa allora recuperare il diritto di essere differenti, imperfetti e perfino contraddittori. Significa non lasciare che siano gli algoritmi, il mercato, le aspettative sociali o la paura del giudizio a decidere chi dobbiamo diventare.
La domanda sulla felicità attraversa tutto il libro. Crepet arriva a definirla «l’unica domanda che ha un senso compiuto». Non propone, però, una ricetta per essere felici. Invita piuttosto a domandarsi se la vita che conduciamo ci appartenga davvero o se sia diventata la ripetizione di modelli imposti da altri.
La sua critica si concentra soprattutto sull’omologazione. Viviamo in un’epoca che sembra celebrare l’individualità, ma che in realtà ci spinge continuamente a desiderare le stesse cose, frequentare gli stessi luoghi, utilizzare gli stessi strumenti e mostrare agli altri un’immagine accuratamente costruita. Persino la ribellione rischia di trasformarsi in una moda già prevista e confezionata.
In questo scenario, l’anima non viene perduta improvvisamente. Si spegne poco alla volta, attraverso una serie di rinunce apparentemente innocue: smettere di stupirsi, evitare ogni rischio, non esprimere un’opinione per paura di essere giudicati, rinunciare a un sogno perché sembra poco conveniente.
Tra le immagini più efficaci del libro c’è la contrapposizione tra il caldo, il freddo e il “tiepido”. La vita contiene inevitabilmente luce e ombra, gioia e dolore, entusiasmo e delusione. Cercare di eliminare ogni sofferenza può sembrare ragionevole, ma rischia di privarci anche delle emozioni più intense.
Il “tiepido” diventa così il simbolo di una società che preferisce la sicurezza all’avventura, l’approvazione alla libertà e il comfort alla passione. È una condizione che non provoca un dolore evidente, ma anestetizza lentamente. Si continua a vivere, lavorare e consumare, ma si perde il fuoco interiore che consente di desiderare qualcosa con convinzione.
Crepet torna quindi su una delle sue battaglie più note: la necessità di restituire ai giovani il diritto di affrontare ostacoli, responsabilità e fallimenti. Un’esistenza completamente protetta non è necessariamente un’esistenza felice. Senza la possibilità di sbagliare, scegliere e ricominciare, diventa difficile costruire una personalità autonoma.
Anche gli adulti, però, sono chiamati in causa. Il libro critica quei genitori che cercano di rimanere eternamente giovani, faticano ad assumersi il peso dell’autorevolezza o intervengono per eliminare qualsiasi difficoltà dal cammino dei figli. La disciplina, nel pensiero di Crepet, non coincide con la punizione o con l’imposizione cieca: rappresenta la capacità di impegnarsi, accettare un limite e lavorare per raggiungere un obiettivo.
Non poteva mancare una riflessione sul rapporto con la tecnologia. Crepet non sembra voler demonizzare ogni innovazione, ma mette in guardia dal rischio di consegnare agli strumenti digitali una parte sempre più ampia della nostra libertà.
Siamo costantemente collegati e, nello stesso tempo, sempre più soli. Possiamo comunicare in qualsiasi momento, ma questa disponibilità permanente non garantisce la profondità delle relazioni. Anzi, spesso rende più difficile sopportare il silenzio, l’attesa e la distanza, elementi indispensabili per comprendere il valore di un incontro autentico.
La tecnocrazia diventa pericolosa quando non si limita ad aiutarci, ma comincia a sostituirsi alla nostra capacità di decidere. L’algoritmo conosce le nostre abitudini, anticipa i desideri e seleziona ciò che dovremmo leggere, guardare o acquistare. Il rischio non consiste soltanto nella perdita della riservatezza: è la progressiva rinuncia alla curiosità e alla libertà di scegliere qualcosa di imprevisto.
Riprendersi l’anima significa, quindi, anche difendere il diritto di cambiare idea, commettere errori, dimenticare ed essere dimenticati. Significa impedire che un comportamento o una frase rimangano eternamente fissati nella memoria digitale, trasformandosi in una condanna senza possibilità di evoluzione.
L’aspetto che ho apprezzato maggiormente è la sensazione che Crepet abbia deciso di ridurre la distanza con chi legge. Il suo tono rimane deciso, talvolta severo e provocatorio. Non rinuncia alle sue convinzioni e non cerca di piacere a tutti. Eppure, quando racconta le persone che hanno attraversato la sua vita, lascia emergere gratitudine, affetto e una commozione più evidente rispetto al passato.
Questa apertura personale rende più credibili anche alcune delle sue riflessioni. Le idee non sembrano provenire soltanto dall’esperienza professionale dello psichiatra o dall’osservazione del sociologo, ma da una vita realmente attraversata da incontri, separazioni, speranze e delusioni.
Il libro contiene anche numerose storie esemplari: dal giovane che trova il coraggio di chiedere un’intervista a Jorge Luis Borges alle vicende di persone capaci di trasformare una difficoltà in un’occasione di crescita. Sono racconti che servono a ricordarci che il coraggio non coincide con l’assenza di timore. Come scrive Crepet, «ciò che fa veramente paura è fingere di non aver paura».
Accettare la paura significa riconoscerla senza permetterle di decidere ogni nostra azione. Allo stesso modo, accettare la fragilità non significa arrendersi, ma comprendere che proprio dalla consapevolezza dei propri limiti può nascere una forza più autentica.
Chi conosce bene Paolo Crepet ritroverà in queste pagine molte riflessioni già affrontate nei libri, nelle conferenze e nelle interviste degli ultimi anni. La critica alla tecnologia, all’iperprotezione dei figli, alla perdita dell’autorevolezza e all’omologazione non rappresenta una novità assoluta nel suo pensiero.
Anche la struttura frammentaria può non piacere a tutti. Il passaggio frequente da un ricordo a una considerazione sociale, da una storia individuale a un tema collettivo, rende la lettura vivace, ma talvolta lascia l’impressione di un percorso più emotivo che sistematico. Alcune riflessioni vengono lanciate con grande efficacia senza essere sempre sviluppate fino in fondo.
Riprendersi l’anima è probabilmente uno dei libri più personali di Paolo Crepet. Chi conosce già il suo pensiero ritroverà i temi che gli sono cari: l’educazione, la libertà, il coraggio, la dignità, la creatività e la critica a una società sempre più uniforme e tecnologicamente controllata.
La novità più significativa risiede però nella presenza dell’autore dentro le proprie riflessioni. Crepet non rimane soltanto l’osservatore che analizza il mondo contemporaneo. Attraverso ricordi familiari, maestri, amicizie e incontri, consente al lettore di conoscere qualcosa in più dell’uomo che si trova dietro il personaggio pubblico. È un libro che non offre soluzioni semplici e non promette serenità immediata. Invita piuttosto a recuperare quella parte di noi che abbiamo sacrificato per adattarci, essere approvati o sentirci al sicuro.
Riprendersi l’anima, in fondo, significa tornare a desiderare senza vergogna, accettare il rischio di fallire e difendere la propria unicità. Significa scegliere una vita che possa essere talvolta difficile, fredda o perfino dolorosa, ma mai completamente tiepida.
Ringrazio la Casa Editrice per l’opportunità di lettura
Scheda del libro

“Riprendersi l’ anima”
Autore: Paolo Crepet
Casa Editrice: Harper Collins
data di pubblicazione: 14 aprile 2026
pagine: 335
genere: Saggio
TRAMA DEL LIBRO
Chiedersi se siamo felici, se lo siamo stati o se speriamo di poterlo essere, può sembrare un esercizio provvisorio e perfino ingenuo, ma alla fine è l’unica domanda che ha un senso compiuto.
Ci sono libri che sfuggono alle rigide classificazioni di critici ed editori, e, parlando al cuore dei lettori, li accompagnano nel percorso spesso difficile e a volte esaltante della vita quotidiana. Sono libri capaci di indagare l’enigma della mente e l’abisso del cuore, rivelando l’unicità irriducibile di ogni essere umano e, al tempo stesso, le costanti che abitano in noi.
È il caso delle Confessioni di Sant’Agostino, dei Saggi di Montaigne, dei Pensieri di Pascal, dello Zibaldone di Leopardi.
E forse è il caso di Riprendersi l’anima di Paolo Crepet. Frugando nel proprio animo e nella propria memoria come in un bazar, per trovare sempre l’universale nascosto dietro ogni particolare, Crepet scrive il suo libro più importante, un antidoto contro l’omologazione, contro i rischi della tecnocrazia e della violenza sotterranea ed esplicita che percorre i nostri tempi.
Davanti alla tentazione di cedere a chi vuole annientarci, con la guerra, con il controllo, con la tentazione di rinunciare al fuoco che arde in noi, Crepet ricorda a sé stesso, e a chi decide di intraprendere questo viaggio con lui, per cosa vale la pena vivere. Ci ricorda che l’ombra e la luce, la musica e il silenzio, la quiete e il desiderio sono tutti momenti essenziali della nostra vita. Ci fa vedere come siano necessari il caldo e il freddo e quanto il tiepido, invece, sia un pericolo, un’anestesia che ottunde i nostri sensi e le nostre emozioni.
Alternando sapientemente riflessioni profonde, ricordi personali e storie meravigliose – come quella del corniciaio che non riusciva a lavorare a Guernica di Picasso, o di Mike, motociclista il cui amore ha saputo guarire una bambina – Crepet mette in scena il meraviglioso teatro delle emozioni umane e ci mostra con una chiarezza partecipe e commossa come respingere l’apatia, lo sconforto, la tentazione di cedere a chi ci vuole spenti. E, soprattutto, come riprenderci l’anima.

