Dimmi che rimani, romanzo d’esordio di Roberta Di Lorenzo, ci porta nella vita di Matilde, una ragazza di sedici anni che ha sempre cercato di essere la figlia perfetta e la studentessa modello, fino a sentirsi sempre più lontana da quella che gli altri si aspettano da lei.
Nella sua vita arriva Cecilia, la sua insegnante di italiano, una donna apparentemente lontana dall’idea di insegnante che Matilde si era costruita. Eppure sarà proprio Cecilia a riuscire a vederla davvero, attraverso le parole, la poesia e un ascolto sincero.
Un romanzo che affronta temi delicati come le aspettative, la fragilità, il rapporto tra adulti e ragazzi e quel bisogno, così umano, di essere riconosciuti e amati per ciò che siamo.
Oggi ho il piacere di fare “Due chiacchiere con lo scrittore” con Roberta Di Lorenzo, per parlare della nascita di questo romanzo, dei suoi personaggi e del significato di quelle parole che danno il titolo alla storia.
Benvenuta su Librichepassione, Roberta, e grazie per aver accettato il mio invito. È un piacere averla qui.

Roberta, Dimmi che rimani è il suo romanzo d’esordio e racconta l’incontro tra Matilde e Cecilia, due persone apparentemente molto diverse, ma accomunate da ferite e fragilità. Da dove nasce questa storia e quando ha capito che era arrivato il momento di raccontarla?
“Dimmi che rimani” nasce sicuramente dalla scuola, che è una parte molto importante della mia vita. Insegno da anni e ogni giorno entro in classe e incontro ragazzi e ragazze che stanno attraversando un’età bellissima, ma anche molto complicata. E negli anni ho imparato una cosa: quello che vediamo di loro è soltanto una piccola parte.
Dietro un voto, un’assenza, un silenzio, una risposta brusca, a volte c’è un mondo che non conosciamo. Credo che Matilde sia nata anche da tutte le volte in cui mi sono chiesta che cosa ci fosse dietro quel silenzio.
Cecilia, invece, ha sicuramente qualcosa del mio modo di vivere l’insegnamento. Non perché io sia lei, anzi, ma perché condivido con lei l’idea che insegnare non significhi soltanto spiegare una poesia o interrogare. Significa incontrare delle persone.
A un certo punto Matilde e Cecilia hanno cominciato a esistere nella mia testa e non mi hanno più lasciata. E allora ho capito che dovevo provare a raccontare la loro storia.
Matilde è una ragazza che ha sempre cercato di essere la figlia perfetta e la studentessa modello, fino a sentirsi sempre più lontana da ciò che gli altri si aspettano da lei. Quanto possono pesare sui ragazzi e sulle ragazze le aspettative degli adulti e il bisogno di essere sempre “abbastanza”?
Credo possano pesare moltissimo. Lo vedo anche a scuola. Ci sono ragazzi e ragazze bravissimi che vivono un’insufficienza come se dicesse qualcosa su di loro, non semplicemente sulla loro preparazione in quel momento.
Ed è una cosa che mi fa riflettere molto anche come insegnante, perché noi adulti a volte, magari senza rendercene conto, facciamo sentire ai ragazzi che devono continuamente dimostrare qualcosa. Devi essere bravo, devi riuscire, devi sapere già che cosa farai nella vita.
Matilde porta tutto questo all’estremo. Cerca di essere talmente tanto ciò che gli altri si aspettano da lei che finisce per perdere il contatto con ciò che vuole lei.
Una cosa che cerco di dire anche ai miei studenti e alle mie studentesse è che un voto racconta una prova, non racconta una persona. Sembra una distinzione banale, ma a sedici o diciassette anni non lo è affatto.
Cecilia, invece, fa qualcosa di molto semplice ma allo stesso tempo profondissimo: vede Matilde. Nel romanzo leggiamo che alcune persone, prima di essere salvate, hanno bisogno di essere viste. Quanto è importante, secondo lei, imparare davvero a vedere chi abbiamo davanti?
Questa domanda tocca probabilmente il punto del romanzo a cui sono più legata.
Da insegnante mi chiedo spesso se riesco davvero a vedere i ragazzi e le ragazze che ho davanti. Perché in una classe hai tante persone, programmi da finire, verifiche, interrogazioni, scadenze. È facilissimo vedere lo studente e perdere di vista la persona.
E invece a volte basta pochissimo. Ti accorgi che qualcuno che parlava sempre improvvisamente non parla più. Che una ragazza che andava bene comincia a consegnare in bianco. Che dietro un “non ho studiato” forse c’è qualcosa che non sai.
Cecilia non salva Matilde e ci tenevo moltissimo che fosse così. Non volevo scrivere la storia dell’insegnante speciale che arriva e risolve la vita della sua studentessa. Sarebbe stato poco vero, plausibile, reale.
Cecilia sbaglia, ha paura, qualche volta non capisce. Però fa una cosa: si accorge di Matilde. E soprattutto non fa finta di non essersene accorta.
Forse è questo che possiamo fare gli uni per gli altri: non sempre salvare, quasi mai risolvere, ma esserci. Dire a qualcuno, anche senza pronunciarlo: ti ho visto.
La poesia ha un ruolo importante nel rapporto tra Cecilia e Matilde. Leopardi, Saffo, Patrizia Cavalli e Alda Merini diventano quasi delle compagne di viaggio. Che cosa può ancora fare la poesia per arrivare là dove, a volte, le parole quotidiane non riescono ad arrivare?
La poesia è entrata nel romanzo in maniera molto naturale, perché fa parte anche della mia vita e del mio lavoro.
Una delle cose che amo di più dell’insegnamento succede quando entro in classe con una poesia che magari ha centinaia o migliaia di anni e penso: “Chissà se oggi riusciremo a incontrarci qui dentro”.
All’inizio magari vedo qualche faccia poco convinta. Poi leggiamo, ci fermiamo su un verso. E ogni tanto succede quella cosa bellissima: qualcuno alza gli occhi e capisci che quelle parole sono arrivate.
È incredibile pensare che Saffo, Leopardi o una poetessa contemporanea possano mettere in parole qualcosa che un ragazzo o una ragazza sente oggi.
Per questo nel romanzo la poesia diventa il linguaggio attraverso cui Cecilia e Matilde riescono ad avvicinarsi. Ci sono cose che facciamo fatica a dire direttamente. Poi apriamo un libro e troviamo una frase che sembra essere stata scritta esattamente per noi.
È uno dei motivi per cui continuo ad amare così tanto la letteratura: qualcuno che non ci ha mai conosciuti riesce, attraverso le parole, a farci sentire meno soli.
Anche Cecilia porta con sé una ferita del passato e questo rende il suo personaggio particolarmente umano. Quanto è importante, secondo lei, mostrare che anche gli adulti possono essere fragili e avere bisogno di qualcuno che li veda?
Per me era indispensabile. Anche perché, crescendo, ho capito che diventare adulti non significa affatto avere finalmente tutte le risposte.
Quando sei ragazzo guardi gli adulti e pensi che sappiano cosa stanno facendo. Poi diventi “grande” e scopri che continui ad avere paure, dubbi, ferite. Impari forse a conviverci meglio, ma non scompaiono, anzi.
Volevo che Cecilia fosse così: un’insegnante che può essere un punto di riferimento per Matilde e, nello stesso tempo, una donna che porta dentro di sé qualcosa che non ha ancora completamente risolto.
E mi piace molto che, andando avanti nella storia, il rapporto tra loro diventi reciproco. Cecilia vede Matilde, ma anche Matilde, a modo suo, vede Cecilia.
Forse è una delle cose in cui credo di più: gli incontri veri ci cambiano sempre in entrambe le direzioni. Anche quando siamo convinti di essere noi quelli che stanno dando qualcosa.
Il titolo Dimmi che rimani racchiude una richiesta semplice ma potentissima. Se dovesse spiegare ai lettori che cosa significa per lei quella parola, “rimani”, quale sarebbe la sua risposta?
Questa parola per me contiene tutto il romanzo, ma contiene anche qualcosa di molto umano.
Credo che tutti e tutte abbiamo avuto, almeno una volta, paura che qualcuno se ne andasse proprio nel momento in cui ci stavamo mostrando davvero.
Perché finché mostriamo la parte migliore di noi è relativamente facile sentirci accettati. È quando qualcuno vede anche le nostre fragilità, gli errori, le paure, le cose che vorremmo nascondere, che nasce la domanda più difficile: “Adesso che sai tutto questo di me, ci sei ancora?”
Per me “rimani” non significa “Promettimi che non te ne andrai mai”. Sarebbe una promessa che nessuno può fare.
Significa qualcosa di più piccolo e forse proprio per questo più vero: non voltarti dall’altra parte adesso: resta qui con me in questo momento.
Credo che “Dimmi che rimani, alla fine”, sia soprattutto questo: il desiderio di sapere che possiamo essere visti davvero senza che questo significhi necessariamente essere abbandonati.
La sua citazione preferita tratta dal libro…
«Io non devo scordare che il cielo fu in me.»
Sono molto legata a questo verso di Antonia Pozzi. Forse perché ci sono momenti in cui tutti facciamo fatica a ricordare la parte luminosa di noi stessi.
Quando succede, possiamo convincerci che quella parte non ci sia più. Invece mi piace pensare che non sia perduta; in qualche modo il cielo che abbiamo avuto dentro può continuare ad appartenerci.
E qualche volta abbiamo bisogno di qualcuno che sia vicino a noi abbastanza a lungo da aiutarci a ricordarlo.
Roberta, grazie per aver condiviso con noi la nascita di Dimmi che rimani e per averci permesso di conoscere più da vicino Matilde, Cecilia e il loro incontro.
Il suo romanzo ci invita a riflettere sull’importanza di ascoltare davvero chi abbiamo davanti e su quanto possa essere prezioso, soprattutto nei momenti più difficili, trovare qualcuno disposto a restare.
Grazie per essere stata ospite di Librichepassione e per il tempo che ha dedicato a questa intervista.
Le auguro tutto il meglio per il suo esordio e spero che Dimmi che rimani possa arrivare al cuore di tanti lettori.
Jenny
Conosci l’ autrice

foto presa dal web
Roberta Di Lorenzo nasce in Friuli, terra di poesia e di confini. Terminata la facoltà di Giurisprudenza, scopre quasi per caso l’insegnamento: le viene chiesto di dare lezioni a un ragazzo “difficile” e capisce che è lì che vuole restare. Così, dopo una laurea in Italianistica, oggi è docente di lettere in un Istituto Professionale. Oltre alla scrittura ama la danza aerea, lo yoga, la stand-up comedy e i podcast crime. Da sempre il suo motto è: «La verità è che sei già abbastanza». Dimmi che rimani è il suo romanzo d’esordio.

