Ciao Pamela, benvenuta a “Due chiacchiere con lo scrittore” di librichepassione.it. È un piacere averti qui per parlare del tuo romanzo “La ragazza della Stipel”, una storia familiare ambientata in un’Italia che, tra sacrifici e speranze, si prepara a cambiare volto.
Al centro del romanzo troviamo Dianella, una bambina che sogna Milano ancora prima di conoscerla. Per lei la città rappresenta un mondo nuovo: le grandi scuole, le pasticcerie, le vetrine del centro, il tram della domenica insieme alla mamma. Crescendo, quel sogno diventa realtà e Milano si trasforma nel luogo del suo riscatto.
La vittoria di un concorso di computometria e dattilografia alla Stipel rappresenta per Dianella molto più di un nuovo lavoro: è la possibilità di lasciarsi alle spalle una vita fatta di privazioni e di conquistare, passo dopo passo, la propria indipendenza.
Attraverso la sua storia racconti anche un’Italia che sta vivendo il boom economico, una Milano operosa e piena di promesse, ma soprattutto le vite di persone comuni che, con sacrificio e coraggio, hanno contribuito a costruire il futuro.
Grazie per essere qui con noi. Iniziamo questa chiacchierata.
Dianella sogna Milano ancora prima di arrivarci. Che cosa rappresentava quella città per lei e quanto è importante, nel romanzo, il desiderio di costruire una vita diversa da quella che aveva conosciuto?
All’inizio Dianella non conosce Milano: se l’è costruita nella testa attraverso i racconti, le cartoline, le fotografie sui giornali. Quando scopre che la famiglia si trasferirà, immagina i tram, i palazzi, le vetrine, quasi fosse una città fantastica. Nel romanzo c’è una frase che dice: «Ogni bambino si costruisce una città interiore prima di incontrarne una vera», e credo che per Dianella sia proprio così.
Ma Milano non è soltanto il sogno di Dianella. È prima ancora il progetto di sua madre, Gianna. È lei a convincere Vittorio a lasciare Lodi Vecchio, perché vuole scuole migliori per la figlia, maggiori possibilità di lavoro e un orizzonte più ampio di quello che ha conosciuto lei. Quindi il desiderio di una vita diversa attraversa più generazioni.
Naturalmente la Milano reale sarà anche fatica, case popolari, lavoro, sacrifici. Però offre qualcosa che prima sembrava irraggiungibile: la possibilità di scegliere. Ed è forse questa la vera promessa che la città rappresenta nel romanzo.
La storia di Dianella affonda le sue radici nei sacrifici della sua famiglia e negli anni difficili del dopoguerra. Quanto della memoria familiare e dei racconti delle generazioni precedenti è entrato nella scrittura del romanzo?
Moltissimo. Il romanzo nasce proprio dalla memoria familiare, in particolare dai racconti di mia madre e di mia nonna. Per anni ho ascoltato episodi che da bambina consideravo semplicemente “storie di famiglia”; solo crescendo ho capito quanto raccontassero anche un’epoca.
Per questo mi interessava partire prima di Dianella. La sua storia non sarebbe comprensibile senza Gianna e Vittorio: senza la povertà, la guerra, la malattia, il lavoro durissimo, le rinunce che hanno preceduto le opportunità della generazione successiva. Gianna, per esempio, ha frequentato pochissima scuola, ha lavorato giovanissima, ha conosciuto la tubercolosi e il sanatorio, ma proprio per questo attribuisce allo studio e all’indipendenza della figlia un valore enorme. Anche il legame tra madre e figlia nasce dentro queste difficoltà ed è uno dei fili più forti del romanzo.
Naturalmente, nel momento in cui quei ricordi sono diventati un romanzo, ho dovuto trasformarli narrativamente: scegliere, collegare, ricostruire atmosfere e dialoghi, immaginare ciò che nessun racconto familiare poteva restituirmi. Però il nucleo della storia viene da lì, ed è probabilmente anche la ragione per cui per me questo libro ha un significato così particolare.
La Stipel rappresenta per Dianella un vero punto di svolta. Cosa significava, per una giovane donna di quegli anni, riuscire a conquistare un posto di lavoro attraverso un concorso e iniziare a costruire una propria indipendenza?
Nel libro Gianna lo dice con una frase molto semplice: «È un futuro, Dianella. Capisci? Un futuro vero». Credo racchiuda bene ciò che significava allora un posto alla Stipel.
Dianella frequenta la scuola Ferraris, studia comptometria, dattilografia e stenografia e poi viene selezionata per il colloquio alla Stipel. Quando arriva la lettera di assunzione a tempo indeterminato, per lei e per sua madre è una conquista enorme. Non significa soltanto avere uno stipendio: significa entrare in un mondo nuovo, avere colleghe, responsabilità, competenze, una vita che non coincida esclusivamente con quella domestica.
E infatti più avanti, quando Dianella rischia di perdere quell’autonomia, si capisce ancora meglio quanto il lavoro fosse diventato parte della sua identità. Alla Stipel non trova soltanto sicurezza economica: trova la sensazione di contribuire a qualcosa che appartiene anche a lei. Il tema dell’indipendenza femminile, quindi, nel romanzo non è teorico: passa attraverso uno stipendio, un ufficio, un concorso superato, perfino attraverso la possibilità concreta di non dipendere completamente dalle decisioni di qualcun altro.
Nel romanzo incontriamo una Milano che sta cambiando rapidamente, quella del boom economico, fatta di lavoro, nuove possibilità e speranze. Qual è la Milano che hai voluto raccontare e cosa pensi sia rimasto oggi di quello spirito?
Ho cercato di raccontare Milano dal basso, attraverso la vita quotidiana. Non tanto la città monumentale, quanto quella dei cortili delle case popolari, dei tram, del mercato di piazza Insubria, delle domeniche trascorse a guardare le vetrine, della Rinascente vissuta quasi come un luogo delle meraviglie, degli uffici nei quali sempre più ragazze cominciano a lavorare.
Quando la famiglia arriva a Milano, il cambiamento si misura anche nelle cose più semplici: l’acqua corrente, il bagno in casa, una scuola più grande, il tram per andare in centro. Sono dettagli che oggi sembrano minimi, ma che allora raccontavano concretamente un miglioramento delle condizioni di vita. Nel romanzo Milano entra lentamente “sottopelle” alla famiglia Ferrari e finisce per cambiarne abitudini, aspettative e perfino il modo di immaginare il futuro.
Credo che qualcosa di quello spirito sia rimasto: Milano continua a essere una città verso la quale molte persone si muovono pensando che lì possa accadere qualcosa. Quello che forse è cambiato è la fiducia quasi collettiva nel progresso. Negli anni del boom, pur dentro grandi difficoltà, sembrava possibile credere che la vita dei figli sarebbe stata migliore di quella dei genitori. Oggi quella certezza è molto meno scontata.
“La ragazza della Stipel” è una storia di riscatto, ma anche una storia familiare. Quanto è stato importante raccontare non soltanto Dianella, ma anche le persone, i sacrifici e le scelte che hanno contribuito a renderla la donna che diventa?
Per me era fondamentale, perché Dianella non nasce dal nulla. Molte delle possibilità che avrà sono state preparate prima di lei.
Gianna è forse il personaggio che rappresenta meglio questo passaggio generazionale. Ha avuto poche opportunità, ma legge, si informa, pensa continuamente al futuro della figlia. È lei che vuole Milano, che cerca una scuola capace di darle un mestiere, che vede nell’impiego alla Stipel una possibilità di indipendenza. In un certo senso, Dianella può allargare il proprio orizzonte perché sua madre ha trascorso la vita cercando di spostarne un po’ più avanti il confine.
Anche Vittorio contribuisce a quel percorso anche se in maniera diversa: porta con sé le ferite della guerra, lavora duramente e accetta di lasciare il paese per tentare una vita nuova. Dietro la crescita di Dianella ci sono quindi molte vite, molte rinunce, e anche molte imperfezioni.
È proprio questo che mi interessava raccontare: il riscatto raramente appartiene a una persona sola. Spesso comincia una generazione e lo raccoglie quella successiva. Nel libro c’è una frase che per me sintetizza tutto questo: «Ogni madre sogna per la figlia un orizzonte più largo del proprio».
Se dovessi scegliere una parola per descrivere Dianella e una per descrivere il tuo romanzo, quali sceglieresti?
Per Dianella sceglierei tenacia.
Non direi “forza”, perché Dianella non è sempre forte e non vorrei trasformarla in un’eroina senza contraddizioni. A volte subisce le decisioni degli altri, a volte sbaglia, a volte rinuncia a qualcosa che aveva conquistato. Ma continua a cercare il proprio spazio. La sua traiettoria non è lineare ed è proprio questo, secondo me, a renderla vera.
Per il romanzo sceglierei memoria.
Perché racconta ciò che una generazione lascia alla successiva: non soltanto beni o ricordi, ma paure, desideri, possibilità, limiti, modi di amare. Gianna lascia qualcosa a Dianella; Dianella, a sua volta, trasmetterà qualcosa ad Arianna. E in fondo anche il romanzo nasce così: dall’eredità di storie che mi sono state raccontate e dal desiderio di non lasciarle scomparire.
Una citazione del libro, anzi due!
«Ogni madre sogna per la figlia un orizzonte più largo del proprio.»
“Le città crescono come le persone: fanno rumore quando cambiano pelle”.
Ti ringrazio di cuore per aver condiviso con noi la storia di Dianella e per averci accompagnato dentro una Milano che forse appartiene al passato, ma che attraverso le pagine del tuo romanzo torna a vivere.
Ti auguro tutto il meglio per il tuo romanzo e, naturalmente, buon viaggio tra i lettori!
Un caro saluto da Jenny e da librichepassione.it.
Alla prossima intervista!
Conosci l’ autrice

PAMELA BOSI è nata a Milano. Laureata in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, è docente di lettere dal 2009. È appassionata di storia contemporanea e narrativa.
foto presa dal web
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