
foto presa dal web
Nel panorama della narrativa italiana contemporanea, Barbara Bellomo si distingue per la sua capacità di intrecciare storia, memoria e sentimento. Con “L’incartatrice di arance”, pubblicato da Garzanti, l’autrice ci conduce in una Sicilia intensa e vibrante, dove le vicende personali si intrecciano con i grandi cambiamenti sociali del Novecento. In questa intervista, Bellomo ci racconta la genesi del romanzo, le suggestioni che lo hanno ispirato e il profondo legame con una terra ricca di contrasti e umanità.
Intervista
C’è un momento preciso in cui ha capito che questa storia doveva essere raccontata?
Un’immagine, una ricerca, una voce: da dove è partita davvero L’incartatrice di arance?
Tutto è partito dalla visita alla tipografia di Concetta Campione, che infatti è diventata una delle protagoniste del romanzo. Vedere le prime prove di stampa delle veline del ‘900 e respirare l’aria della tipografia mi ha spinta a parlarne. Tanto più che avevo già in mente di scrivere di quella zona colorata e viva di Catania e di quel periodo storico. Mi divertiva vedere Verga e De Roberto, a Catania un quel periodo, passeggiare per le vie della città.
Rosetta lavora, osserva, immagina. Ma soprattutto resiste. Che tipo di forza voleva raccontare attraverso di lei?
Rosetta è una ragazzina, orfana di madre, che lavora al mercato del pesce e che affronta la vita alla giornata, guidata certo dalla sua capacità di resistere alle difficoltà della vita, ma soprattutto dall’arte di arrangiarsi, tipica di chi ha poco da perdere. Non c’era in me una voglia di raccontare la sua forza a priori, ma di creare un personaggio credibile per quell’ambiente e in quel periodo storico.
Le arance Tarocco e la carta che le avvolge sono molto più che un dettaglio. Quando un oggetto diventa simbolo, cosa cambia nella scrittura?
Le arance per me sono metafora della mia Sicilia, a tratti aspra, ma sempre generosa. E le veline, usate per difendere i frutti, ma anche colorate per attirare l’occhio, sono il frutto del lavoro e dell’ingegno dell’uomo.
Nel romanzo c’è amore, ma anche rinuncia. Scrivere una storia significa scegliere cosa salvare o cosa lasciare andare?
Nel romanzo c’è tanto amore. E non solo quello che nasce dall’infatuazione e talvolta rinunciare a qualcosa o a qualcuno è segno di amore. Così è per Rosetta, pronta a fare un passo indietro per non ferire chi le sta a cuore. Quando si scrive certamente si operano delle scelte, ma spesso queste nascono spontaneamente. Almeno per me. Lasciare andare via qualcosa non accade mai in modo forzato, sento che così deve essere per la storia che narro.
Nel libro parla di una tipografia gestita da donne: quanto è importante, per lei, raccontare reti femminili e lavoro condiviso?
Concetta Campione era davvero l’intestataria della ditta, che al suo nascere si chiamava tipografia Crunelli, con il nome del marito. Concetta assumeva preferibilmente donne per dare loro un futuro e penso che sia bello per il lettore ritrovarsi immerso in un’epoca passata nelle quale le donne avevano un ruolo attivo. Tanto più stupisce trovare una realtà del genere nella Sicilia del ‘900.
Se dovesse lasciare ai lettori un’immagine del suo romanzo, quale sceglierebbe?
L’immagine di una carta dei Tarocchi siciliani, carte da gioco che nel libro hanno un ruolo centrale. Ed è il decimo trionfo, ‘La ruota’. Rappresenta l’alternarsi della fortuna, perché come dice uno dei personaggi del libro la vita è come quella carta. “Un poco ti scica in terra, un poco ti solleva a rivedere le stelle”.
Un sentito ringraziamento all’autrice per la disponibilità, la gentilezza e il tempo che ci ha dedicato, condividendo con noi pensieri ed emozioni


