
“L’ incartatrice di arance”
Autrice: Barbara Bellomo
Casa Editrice: Garzanti
data di pubblicazione: 31 Marzo 2026
pagine: 281
TRAMA
Catania, 1906. Il mercato del pesce brulica di suoni, odori, colori. Rosetta, sedici anni, lavora tra i banchi dall’alba al tramonto. I suoi sogni restano chiusi in un cassetto che osa aprire soltanto insieme a Michele, contadino dagli occhi verdi capaci di emozionarla. È lui a raccontarle di una nuova varietà di arance che si conserva più a lungo se avvolta nella carta oleata. In cerca di un futuro diverso, Rosetta incrocia il cammino di Concetta Campione, donna forte e determinata, proprietaria di una tipografia in cui lavorano soltanto donne. Ne resta incantata. Soprattutto da una macchina in grado di stampare immagini su una velina simile a quella che avvolge gli agrumi. Rosetta è convinta che un disegno davvero accattivante possa decretare il successo, magari anche all’estero, delle arance di Michele. Nella mente cominciano a fiorirle figure dai mille colori, si immagina a incartare ogni frutto con cura. Il traguardo sembra vicino. Ma il destino, lo sa bene, è spesso un avversario imprevedibile. Una notte da dimenticare rischia di mandare in frantumi ogni progetto: il padre è costretto a fuggire negli Stati Uniti e Rosetta deve rinunciare a Michele per proteggerlo. Rimasta sola, sceglie di non cedere, di difendere le proprie idee, anche a costo di soffocare un segreto che riguarda le sue origini. Ora deve solo guardare avanti e costruire il suo domani. Perché chi ha attraversato la tempesta riconosce il momento in cui il cielo finalmente si rischiara. Barbara Bellomo consegna ai lettori un libro che intreccia la storia di Catania di inizio Novecento al frutto che più la identifica, l’arancia Tarocco, svelandoci il mistero dietro a questa tradizione. Personaggi realmente esistiti e figure di finzione si fondono in un romanzo che profuma di agrumi e ha la leggerezza dei colori del tramonto, mentre una ragazza, pagina dopo pagina, diventa donna e impara a trovare sé stessa.
RECENSIONE

” Si scica fino a terra e si sale a vedere le stelle. E’ questa la regola della nostra esistenza. A periodi bui seguono altri fortunati e luminosi. E questi vanno vissuti e goduti senza lasciare che le ombre del passato possano rovinarli.”
Nel romanzo L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo, pubblicato da Garzanti, la narrazione prende forma attorno a una materia semplice e insieme profondamente simbolica: le arance Tarocco, il lavoro manuale e la memoria che si deposita nelle cose quotidiane.
Al centro della vicenda si impone la figura di Rosetta, personaggio cardine e cuore emotivo del romanzo. Attraverso il suo sguardo e la sua esperienza, l’ autrice costruisce una storia fatta di resistenza silenziosa e di dignità concreta, in cui il gesto dell’incartare le arance diventa un rito che conserva e protegge, quasi fosse un modo per trattenere il tempo. Rosetta non è solo una protagonista, ma una presenza che incarna un’intera genealogia femminile fatta di fatica, cura e sopravvivenza in una società patriarcale.
Accanto a lei emerge la figura di Michele, che introduce una dimensione di tensione narrativa e umana più complessa. Il suo ruolo nella storia contribuisce a mettere in discussione equilibri già fragili, portando alla luce contraddizioni, desideri non detti e scelte che incidono profondamente sul destino dei personaggi. Il rapporto tra Rosetta e Michele diventa così uno dei motori emotivi del romanzo, giocato su silenzi, attrazioni trattenute e incomprensioni che si stratificano nel tempo.
Le arance Tarocco non sono un semplice sfondo: diventano un vero e proprio simbolo identitario. Il loro colore intenso, la loro stagionalità e la loro presenza concreta nei gesti quotidiani richiamano un legame forte con la terra e con una Sicilia viva, sensoriale, mai ridotta a stereotipo. Attraverso questo elemento , l’ autrice costruisce una rete di significati che riguarda la memoria, l’appartenenza e la possibilità di trasformare il lavoro in racconto.
“Si avvolgono i frutti con la carta oleata. E’ importante per evitare che la muffa di un’arancia si espanda sulle altre. In caso se ne ietta una e non tutta la cassetta.”
Catania, 1906 non è uno sfondo, ma una città che vive di suoni, odori e corpi in movimento. Il mercato del pesce, con il suo caos continuo, apre il romanzo e definisce subito la condizione di Rosetta: sedici anni, un lavoro che occupa ogni ora del giorno e un presente che non concede spazio all’immaginazione. Eppure, proprio in quel contesto duro e concreto, qualcosa in lei continua a cercare una via d’uscita.
Questa possibilità prende forma attraverso Michele. Non è solo una presenza affettiva, ma una finestra su un altro modo di pensare il futuro. È lui a raccontarle delle arance Tarocco e della loro conservazione nella carta oleata: un dettaglio semplice che nel romanzo diventa subito più ampio, perché trasforma un frutto in qualcosa che può viaggiare, durare, cambiare destino.
L’incontro con Concetta Campione e con la sua tipografia di sole donne introduce un’idea nuova: la possibilità di incidere sul reale attraverso l’immagine, la cura, la progettazione. La carta che avvolge le arance diventa allora qualcosa di più di un involucro: è un modo per dare identità a ciò che si produce, per renderlo riconoscibile, desiderabile, diverso.
” Ha l’impressione di avere trovato tra quelle donne un nido caldo e accogliente, ma ha paura a crederci.”
Ma il romanzo non segue mai una direzione lineare. Proprio quando Rosetta sembra avvicinarsi a un equilibrio tra desiderio e progetto, la sua vita si incrina. Gli eventi la costringono a rinunciare a ciò che sembrava vicino, a separarsi da Michele e a riorganizzare il proprio orizzonte emotivo e personale. Da quel momento, la sua crescita non passa più attraverso l’attesa, ma attraverso la necessità di resistere.
Anche il segreto legato alle sue origini contribuisce a definire questa trasformazione: non come colpo di scena, ma come peso silenzioso che accompagna ogni sua scelta. Rosetta non viene mai raccontata come eroina, ma come una giovane donna che impara a restare in piedi dentro ciò che perde.
La scrittura dell’autrice è attenta ai dettagli concreti: la materia del lavoro, la luce della Sicilia, la consistenza della carta, il colore delle arance Tarocco. Tutto contribuisce a costruire un mondo che non viene spiegato, ma percepito. È una narrazione che si affida spesso ai gesti più che alle dichiarazioni, lasciando che siano le azioni a parlare.

” C’ è qualcosa di affascinante nell’ombra che cede il posto al giorno, e in quella magia ci sono le mani forti dei raccoglitori che a fine giornata intonano canti antichi e scaricano le arance dal carro per riporle in magazzino.”
L’incartatrice di arance lascia una sensazione precisa: quella di una storia che non si impone, ma resta. E che invita il lettore a riconoscere, dentro le trasformazioni di Rosetta, qualcosa di profondamente umano.
Una storia che parla di amicizia, generosità d’animo e altruismo.
Il libro non è solo una storia ambientata nella Catania del 1906, ma un racconto che restituisce il peso e la bellezza delle possibilità quando nascono da condizioni difficili. Perché mette al centro una protagonista, Rosetta, che non viene mai idealizzata, ma seguita nel suo diventare adulta tra lavoro, perdita e scelte obbligate.
Si legge per il modo in cui il romanzo trasforma elementi concreti , il mercato, le arance Tarocco, la carta che le avvolge , in qualcosa che va oltre la semplice funzione: diventano idee di futuro, di identità, di costruzione di sé. E si legge anche per Michele, per ciò che rappresenta e per ciò che inevitabilmente si spezza, perché è proprio nelle fratture che la storia trova il suo ritmo più vero.
Ma soprattutto si legge perché la scrittura di Barbara Bellomo non insiste, non forza: accompagna. E lascia al lettore la sensazione che crescere, come Rosetta insegna, non significhi arrivare a un punto preciso, ma imparare a stare dentro ciò che cambia.
Ringrazio La Casa Editrice per la collaborazione

