
Emma Bovary non sogna l’amore: sogna un’altra vita.
E questo cambia tutto.
Nel romanzo Madame Bovary, Flaubert smonta con precisione crudele l’idea che il desiderio sia qualcosa di nobile. In Emma, il desiderio è vorace, incoerente, spesso ridicolo. Non cerca davvero Léon o Rodolphe: cerca l’intensità, la sensazione di essere altrove.
Il problema non è la provincia. Non è il marito mediocre. Non è nemmeno la società borghese, almeno non soltanto. Il problema è lo sguardo deformato di Emma, educato dai romanzi a credere che la vita debba sempre assomigliare a una scena memorabile.
E quando non succede ,cioè sempre ,arriva la frustrazione.
Flaubert non la salva mai. Non la giustifica. Ma non la condanna apertamente. Fa qualcosa di più spietato: la mostra.
E mostrando Emma, mostra anche noi , quando confondiamo il desiderio con il diritto alla felicità spettacolare.
Emma consuma: amanti, oggetti, fantasie. Tutto deve essere più intenso, più elegante, più “degno di essere vissuto”. È una logica che oggi conosciamo bene: l’idea che una vita normale sia una vita fallita.
In questo senso, Madame Bovary non è un romanzo sull’adulterio. È un romanzo sull’insoddisfazione come stile di vita.
E forse è per questo che continua a disturbare: perché Emma non è solo un personaggio ottocentesco.
È una mentalità.

