
“Figlie selvagge”
Autrice: Cinzia Giorgio
Casa Editrice: Rizzoli
data di pubblicazione: 17 giugno 2025
pagine: 349
TRAMA
Benevento, 1630. Corre, Bianca, attraversa il bosco col fiato in gola per tornare a casa. Conosce a menadito il sentiero, eppure avverte una presenza tra gli alberi: qualcuno la sta seguendo, ne fiuta nell’aria il sentore sgradevole. Non deve cedere alla paura, si dice, anche se proprio lì vicino sono state aggredite delle ragazze, e del vero colpevole non c’è traccia. Anzi, in città serpeggia la convinzione che siano state le janare, donne che – come lei, sua madre e sua sorella Maria – vivono ai margini di Benevento, conoscono i segreti delle piante e li usano per curare i malati. Per il protomedico della città, Pietro Piperno, le janare sono creature del diavolo: streghe, insomma, contro cui invoca l’intervento della Chiesa. La sua ossessione per loro si nutre del desiderio, non corrisposto, che prova per Maria. Così, quando lei sparisce, Bianca si troverà da sola a cercare la verità sul mistero della sua scomparsa. Anche lei è in pericolo ma è determinata a inseguire un destino di libertà e d’amore con un’unica e potente arma a disposizione: la sorellanza. In un romanzo che avvince e affascina, Cinzia Giorgio scava nella leggenda delle streghe di Benevento, restituendo alle janare del Sannio la voce che è stata loro negata dalla storia: quella di donne sapienti, e per questo perseguitate, che hanno celebrato la vita.
RECENSIONE

Si sentiva protetta dal chiarore discreto della luna e, a mano a mano che procedeva, avvertiva il vigore delle radici della vita che la legavano a quel luogo. Il richiamo vitale della Madre Terra le infondeva una pace nel cuore che le permetteva di affrontare ogni giorno il dolore degli altri, per farlo suo e scacciarlo. Aveva insegnato alle sue figlie a ballare sotto la luna, attorno all’albero sacro per unirsi alla madre di tutte le madri, la Natura, e agli spiriti invisibili che le osservavano e le guidavano.
Benevento, 1630: la città teme le janare, le addita come streghe, invoca la Chiesa per condannarle. Ma nel cuore del bosco, una giovane donna corre non dalla magia, bensì da un pericolo più terreno. È da questa fuga che prende avvio Figlie selvagge (Rizzoli), il nuovo romanzo di Cinzia Giorgio.
Le janare — donne che conoscono le erbe, che curano, che vivono ai margini — diventano il bersaglio dell’ossessione inquisitoria di Pietro Piperno, protomedico della città, più mosso dal desiderio e dall’ossessione personale che dalla ragione. La storia prende corpo nel momento in cui Maria, la sorella di Bianca, svanisce nel nulla: un’assenza che diventa ferita e insieme scintilla, chiamando Bianca a un viaggio pericoloso e necessario.

” Ora che aveva cominciato a lavorare e ad avere a che fare con la gente, si rendeva conto che il mondo in cui viveva con sua madre e sua sorella non solo non poteva essere spiegato, ma nemmeno doveva esserlo. Ne andava della loro stessa incolumità.”
Il romanzo mescola con sapienza il ritmo del thriller storico con la densità emotiva del racconto femminile. L’autrice non si limita a rievocare un’epoca oscura: restituisce voce a quelle donne mute nella cronaca ufficiale, ribaltando lo sguardo che per secoli le ha marchiate come streghe. Le janare, nelle sue pagine, sono custodi di un sapere antico, simbolo di resistenza e sorellanza.
La scrittura è tesa e avvolgente, capace di alternare atmosfere cupe e liriche aperture, tra il respiro del bosco e la crudezza delle persecuzioni. Bianca emerge come figura intensa e coraggiosa, fragile e potente al tempo stesso: una protagonista che non cerca soltanto una sorella perduta, ma un destino nuovo per sé e per le altre.
” … io sono solo la figlia della terra, una contadina, come tutte le donne della mia famiglia. Ho seppellito il mio cuore accanto a quello di mia sorella, tempo fa. E ora voglio che nessun’altra donna patisca quello che ha sofferto la mia stessa carne. Ecco chi sono ed ecco perchè voglio passare la vita a curare le ferite del corpo non potendo curare quelle dell’anima.”
Figlie selvagge è un libro che cattura perché intreccia leggenda e storia, ma soprattutto perché parla al presente: della paura del diverso, del potere esercitato attraverso la paura, della forza di chi resiste unendo le proprie voci.
Quello che più colpisce in Figlie selvagge è il ribaltamento dello sguardo: le janare non sono più ombre malefiche, ma donne reali, fragili e sapienti, perseguitate perché libere. La lettura lascia addosso una doppia sensazione: inquietudine per la violenza e la paura che la storia racconta, ma anche forza, perché la sorellanza diventa un atto di resistenza capace di attraversare i secoli. Alla fine, resta un profumo di erbe selvatiche e una domanda che continua a vibrare: chi ha paura della libertà delle donne?

“I suoi riti per ringraziare la madre delle madri ormai non erano che un vago ricordo e ne percepiva la necessità come un osso risanato che di tanto in tanto ritorna a dolere. Voleva andare a casa sua: non ce la faceva più. Le sembrava di aver dormito per anni e di essersi svegliata solo in quel momento. Lontana da Benevento e da sua madre, con la consapevolezza di essere stata vilmente strappata alle persone e a ciò che di più caro aveva. Sentiva nascere in lei una forza, repressa dalla necessità di sopravvivere. Una forza che si generava dal desiderio di tornare nella sua terra.”
Perché leggere “Figlie selvagge”?
Per scoprire una storia dimenticata, le janare di Benevento non sono solo leggenda: erano donne reali, custodi di saperi antichi, perseguitate perché libere e diverse.
Per vivere un thriller storico avvincente, tra misteri, sparizioni e paure collettive, la trama tiene il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.
Per la forza delle protagoniste, Bianca e Maria incarnano il coraggio, la fragilità e la potenza della sorellanza, un legame che diventa arma contro l’oppressione.
Per riflettere sul presente, dietro la caccia alle streghe del Seicento si intravedono paure e meccanismi che parlano ancora al nostro tempo: il bisogno di controllare chi non si piega.
Per lasciarsi avvolgere da una scrittura intensa, Cinzia Giorgio alterna atmosfere cupe e liriche, ricostruendo un mondo che affascina e inquieta al tempo stesso.
