Oggi per la rubrica “Due chiacchiere con lo scrittore” incontro Giulia Vittoria Francomacaro, autrice del romanzo La sorella maggiore, una storia ambientata nella Napoli del 1942, durante gli anni difficili della Seconda guerra mondiale.
Attraverso gli occhi di Lidia, una giovane ragazza costretta a crescere troppo in fretta, l’autrice ci accompagna in un viaggio tra guerra, Resistenza, legami familiari e infanzia. Quando le bombe iniziano a cadere sulla città, Lidia lascia Napoli insieme ai fratelli per raggiungere Roccasanta, un piccolo paese ai piedi della Maiella, dove la montagna sembra offrire riparo e speranza.
Ma la guerra, anche quando resta lontana, lascia il suo segno. In questo scenario fatto di paure, fughe, incontri segreti e piccoli gesti quotidiani, emergono la forza delle donne, il coraggio dei bambini e il desiderio ostinato di conservare un frammento di normalità.

Giulia, benvenuta nella mia rubrica “Due chiacchiere con lo scrittore”. Partiamo dal titolo: La sorella maggiore. Chi è Lidia e cosa rappresenta questo ruolo che si trova a ricoprire così giovane?
Grazie a te, Jenny, per l’ospitalità.
Lidia è una ragazza di poco più di vent’anni che, fin da bambina, si è presa cura dei suoi fratelli, assumendo un ruolo di responsabilità molto più grande della sua età. All’inizio del romanzo, i genitori le affidano i tre fratellini e li mandano da Napoli a cercare rifugio tra le montagne abruzzesi. È proprio in questo momento, quando il peso delle responsabilità raggiunge il suo culmine, che Lidia comincia finalmente ad ascoltare se stessa. Dentro di lei emerge con forza il bisogno di scoprire una parte più autentica della propria identità, accompagnato da un profondo desiderio di libertà. In questo senso, il titolo La sorella maggiore non indica solo il ruolo che le è stato imposto, ma anche il percorso di una giovane donna che cerca di capire chi è, oltre ai doveri che l’hanno definita per tutta la vita.
Il romanzo è ambientato nella Napoli del 1942, una città ferita dai bombardamenti. Come nasce la scelta di raccontare proprio questo periodo storico?
Il romanzo nasce da uno spunto autobiografico, che poi si sviluppa nella finzione. Mia nonna, nel 1942, partì davvero con i suoi fratellini da Napoli per trovare rifugio in Abruzzo. Era lei la sorella maggiore. Nel corso degli anni mi ha raccontato spesso quel periodo: la guerra, i bombardamenti, la paura, ma soprattutto i piccoli gesti di vita quotidiana che permettevano di andare avanti. Quando ho iniziato a scrivere, mi sono posta una domanda molto semplice: chi era mia nonna prima di essere mia nonna? Per provare a rispondere, sentivo il bisogno di restituire con autenticità il contesto storico in cui era vissuta. Solo immergendomi in quel tempo ho potuto immaginare la giovane donna che era stata, prima che la vita e la famiglia la trasformassero nella persona che ho conosciuto.
La guerra rimane spesso sullo sfondo, mentre in primo piano ci sono i bambini, le donne e la vita quotidiana. Perché hai scelto questa prospettiva narrativa?
Ho scelto di raccontare soprattutto la vita quotidiana perché è lì che la guerra entra davvero nelle esistenze delle persone. La guerra collettiva condiziona le scelte di tutti i personaggi, ma quello che mi interessava era spostare la lente della narrazione su ciò che accade dentro di loro: su come quel conflitto, poco alla volta, si insinui nelle loro vite e diventi una ricerca intima e personale. Nel romanzo, ogni personaggio è chiamato a resistere a modo proprio. C’è chi lo fa prendendosi cura degli altri, chi cercando di proteggere la propria umanità, chi inseguendo un desiderio di libertà. È in queste diverse forme di resistenza che volevo trovare il cuore della storia, più ancora che negli eventi bellici.
Nel romanzo la montagna sembra inizialmente essere un luogo protetto dalla guerra, ma anche lì arrivano paura e violenza. Cosa rappresenta davvero Roccasanta per i protagonisti?
Roccasanta è un paese inventato, costruito a partire dai tanti borghi che popolano l’Abruzzo. È un luogo circondato dalle montagne, attraversato da miti, leggende ed echi di spiritualità, e in alcuni momenti finisce quasi per diventare un personaggio del romanzo. I suoi boschi e la sua natura incontaminata offrono ai protagonisti uno sguardo sul mondo completamente diverso da quello che conoscevano. Roccasanta però non è solo un rifugio ideale. Come ogni piccola comunità, custodisce un forte senso di appartenenza e di solidarietà, ma anche il peso del giudizio e delle regole non scritte. I protagonisti sono chiamati a confrontarsi con entrambe queste dimensioni. È un luogo che accoglie, ma che allo stesso tempo mette alla prova; proprio per questo diventa lo spazio in cui ciascuno di loro è costretto a cambiare.
I bambini del romanzo affrontano una realtà drammatica, ma riescono comunque a conservare fantasia, gioco e speranza. Quanto è stato importante raccontare questa capacità dell’infanzia di resistere?
Nella prima idea del libro, i tre bambini c’erano già, ma non avevano un ruolo così centrale. Pagina dopo pagina, però, mi sono resa conto che, per raccontare il modo in cui i personaggi affrontavano la guerra, avevo bisogno di dare spazio soprattutto al loro sguardo. I fratelli, insieme a Marianna, la bambina che incontrano a Roccasanta e che diventerà parte della loro “ciurma pirata”, hanno bisogno di costruirsi uno scudo per difendersi da un mondo che improvvisamente smette di proteggerli. Così sono ricorsa a una buona dose di fantasia: non per allontanarli dalla realtà della guerra, ma per permettere loro di attraversarla senza doverla combattere. La fantasia diventa quindi una forma di resistenza, un modo per conservare uno spazio di spensieratezza.
Il rito del ceppo, con i desideri affidati al fuoco, è una scena molto suggestiva. Quanto sono importanti nel romanzo le tradizioni e il legame con le radici del territorio?
Molto. Ho sempre avuto una grande curiosità per le tradizioni popolari, per i riti di paese e per quei gesti collettivi che nel tempo hanno custodito l’identità e la memoria di intere comunità. Il rito del ceppo è nato nella mia mente molto prima dell’idea del libro. Ricordo di essere entrata in una libreria specializzata in testi religiosi e sulle tradizioni popolari e di aver acquistato un grande volume dedicato ai riti antichi. L’ho letto d’un fiato, affascinata. Quando la storia ha iniziato a prendere forma, ho sentito che anche Roccasanta dovesse essere legata a queste radici: qualcosa di magico, ma non nel senso stretto del termine. Piuttosto una dimensione fatta di credenze tramandate, di legami profondi con la natura e con la comunità. Un territorio dove convivono il sacro e il profano, la realtà quotidiana e il bisogno degli uomini di affidare speranze e desideri a qualcosa di più grande.
C’è un personaggio al quale ti senti particolarmente legata e che ti ha sorpresa durante la scrittura?
Rimaniamo nella sfera delle figure legate alla tradizione popolare. Un personaggio che sicuramente è importantissimo per la storia è Iolanda: la guaritrice, la mammana, la giovane donna del paese a cui vengono attribuite conoscenze antiche e una presenza quasi occulta. Scrivere di lei per me è stato molto complesso e spesso abbiamo anche litigato. È un personaggio sfaccettato, con un passato pesante da ricordare e un presente delicato da attraversare. Iolanda non è una ragazza di cui ci si innamora facilmente: porta con sé delle contraddizioni, delle zone d’ombra e un modo di stare al mondo che spesso mette alla prova anche chi le sta vicino. Proprio per questo è una delle figure che più mi hanno interrogata durante la scrittura. Ricordo che, alla fine del libro, durante l’ultimo giro di bozze, mi sono detta: devo cancellarla, Iolanda devo cancellarla. Poi ci ho riflettuto e ho capito che proprio tutto quello che provavo nei suoi confronti — il fastidio, la fatica, ma anche una grande tenerezza — era la ragione per cui doveva rimanere lì dov’era. La sua complessità è fondamentale non solo per gli altri protagonisti, ma per il romanzo stesso.
Qual è il messaggio che speri arrivi ai lettori attraverso la storia di Lidia e della sua famiglia?
In realtà non c’è un messaggio specifico che vorrei consegnare al lettore. Quello che mi piacerebbe rimanesse è più una sensazione. Vorrei che il romanzo lasciasse la consapevolezza che, nel corso delle nostre esistenze, possono capitare eventi che non abbiamo scelto, dolori profondi e situazioni difficili da fronteggiare. Ma, proprio come accade ai personaggi, siamo chiamati a trovare ogni volta un nuovo modo di stare al mondo, a trasformarci e, in qualche modo, a continuare.
Una citazione tratta dal tuo romanzo…
Lidia ci pensa su. Ha sempre creduto che tra bene e male ci fosse un confine netto. Ma Iolanda lo sfuma, mostrandole un mondo dove non esistono più scelte giuste o sbagliate. Solo scelte possibili.
Grazie, per il tuo tempo e la disponibilità
Grazie e te per la bella chiacchierata.

TRAMA DEL LIBRO
Napoli 1942. Le bombe alleate cadono com’ ‘a pioggia e nelle case si parla sottovoce. Lidia trattiene il respiro. Ha le mani immerse nella mollica per le polpette – se la carne è poca, si allungano con tanto pane – quando mamma raduna lei e i fratellini in cucina, lo sguardo fermo e il cuore pesante. La città non è più un posto per bambini, dice. In montagna, invece, la guerra non arriva. Così insieme a Nicola, Salvo e Nello, Lidia raggiunge Roccasanta, un pugno di case ai piedi della Maiella dove il vento soffia forte e tramanda antiche leggende. Il paese si è radunato in piazza per celebrare il rito del ceppo: ognuno esprime un desiderio e lo affida al fuoco. Anche i ragazzi si fanno avanti e per un momento sembra che la montagna possa proteggerli davvero. Poi il vento cambia. Una pioggia torrenziale spegne il falò. Qualcuno si fa il segno della croce. Tra fughe nei boschi, incontri segreti e missioni strabilianti, la vita insiste a ritrovare un fragile equilibrio. Nicola, Salvo e Nello saltellano tra i sentieri come piccoli pirati; un giuramento sussurrato li protegge dalla guerra degli adulti. Mentre Lidia – sorella e madre insieme – sulle montagne scopre l’amicizia, il coraggio, l’amore. E il sapore dolceamaro dell’infanzia perduta. La sorella maggiore è un romanzo luminoso e pieno di vita. La guerra e la Resistenza restano sullo sfondo: nei rumori lontani, nei rastrellamenti che risalgono i sentieri, nei covi dei partigiani. In primo piano ci sono i bambini, con la loro fantasia ostinata, e le donne, pronte a sacrificare tutto tranne la libertà.
