Oggi a “Due chiacchiere con lo scrittore” ospite Cinzia Giorgio, autrice di Figlie selvagge (Rizzoli), un romanzo che ci porta nella Benevento del 1630, tra leggende, superstizioni e voci di donne che la storia ha tentato di mettere a tacere. Con la sua scrittura avvolgente, l’autrice restituisce dignità alle janare, figure spesso demonizzate, trasformandole in protagoniste di una vicenda che intreccia mistero, coraggio e sorellanza.
Ho fatto due chiacchiere con lei per scoprire il cuore del libro e le ispirazioni che l’hanno guidata.
L’ Autrice

foto presa dal web
Cinzia Giorgio è dottore di ricerca in Letterature comparate, con specializzazione in Women’s studies e in Storia dell’arte. Scrive recensioni, saggi e romanzi; organizza i salotti letterari dell’Associazione di studi umanistici Leussô di Roma e insegna Storia delle donne all’Uni.Spe.D. Ha anche un sito internet: www.cinziagiorgio.com. In YouFeel ha pubblicato la miniserie “Le ragazze di Jane Austen”: “Prime catastrofiche impressioni”, “Cosa farebbe Jane?”, “Il bello della diretta” e “L’amore è una formula matematica”.

Il libro
Figlie selvagge di Cinzia Giorgio (Rizzoli) ci porta a Benevento nel 1630, tra superstizioni e leggende. Bianca, giovane janara, lotta contro paure, pregiudizi e la scomparsa della sorella Maria. Un romanzo intenso che restituisce voce e dignità alle donne perseguitate come streghe, ma custodi di libertà e sorellanza.

Ciao Cinzia, benvenuta nella mia rubrica “Due chiacchiere con lo scrittore”. È un piacere averti con noi per parlare del tuo nuovo romanzo Figlie selvagge, un libro che ci porta nella Benevento del 1630, tra leggende, paura e sorellanza
Partiamo dall’ambientazione. Perché hai scelto proprio Benevento e il Seicento come scenario del tuo romanzo? Cosa ti ha affascinato di più di questo contesto storico così ricco di leggende?
Io amo la zona del Sannio, la sua storia, le sue tradizioni. Sono nata nell’antica Venusia, oggi Venosa, in Lucania. Benevento non è lontana benché si trovi in un’altra regione. Hanno tante similitudini: a Benevento era adorata la dea Iside, da noi Venere, tanto per cominciare. Le fiabe, i riti, le nenie, i rituali sono simili e sono pressoché gli stessi che ho respirato, ascoltato e amato da bambina. Quindi scegliere Benevento per ambientare la mia storia è stato un atto d’amore. Per quanto riguarda il periodo storico: ho scelto il Regno di Napoli del Seicento per poter parlare della caccia alle streghe e di Maria la Rossa, una donna coraggiosa e bellissima che popola le fiabe della Campania e non solo.
Le janare sono da sempre figure misteriose e temute. Nel tuo romanzo, invece, diventano protagoniste e custodi di un sapere antico. Come hai lavorato per restituire loro voce e dignità?
Mi sono documentata e ho studiato a fondo queste figure negli archivi di Benevento. Le janare erano donne cattive, dispettose, perfide. Le guaritrici del mio romanzo venivano chiamate così per denigrarle. Perché la parola janara vuol dire, appunto, strega. Quasi ogni regione in Italia ha un suo appellativo speciale per descrivere le donne non conformi. Nel Sannio si chiamavano janare e spesso venivano confuse con le guaritrici, ovvero le mediche: donne del popolo, temute per le loro capacità di curare con le erbe e di vivere ai confini dei centri abitati o tra le mura dei conventi. Le “Figlie selvagge” di cui parlo erano donne libere e vicine alla natura. Ho voluto raccontare il mondo in cui vivevano. La storia ufficiale, come ancora oggi capita, ha fatto loro un torto.
Bianca è una giovane donna che incarna paura e coraggio insieme. Cosa ti ha ispirata nella creazione del suo personaggio? C’è un tratto di te o di donne che conosci in lei?
Bianca è una sintesi delle tantissime donne coraggiose che popolano l’Italia e non solo. Non ha paura di nulla, perché conosce il dolore e sa come affrontarlo. Una ragazzina, all’inizio del romanzo, a cui la vita concede poco, ma che sa prendere quello che di buono c’è nelle persone e soprattutto nella natura, che vede e ama come una madre.
Uno dei temi più forti del romanzo è la sorellanza. Quanto è stato importante per te mettere al centro il legame tra donne come strumento di resistenza e libertà?
È fondamentale. È vero, in Figlie Selvagge parlo soprattutto di sorellanza, perché è vera, documentata: le donne che aiutavano e si aiutavano erano una realtà. Questa scoperta mi ha dato una soddisfazione immensa. La vera forza delle donne è l’unione. Dobbiamo crederci.
Il protomedico Pietro Piperno è un personaggio complesso, diviso tra desiderio e ossessione. Come hai costruito questa figura maschile che rappresenta, in un certo senso, il potere patriarcale dell’epoca?
Pietro Piperno è un personaggio reale, un protomedico, ovvero un responsabile sanitario, autore di diversi trattati, che aveva un’ossessione: pulire la fama nera di Benevento come città delle streghe e del maligno. E in questo si rivela il simbolo del patriarcato più becero: come “lavare” la città se non attaccando le donne libere, che esercitavano forse meglio di lui la professione medica? E come farlo se non usando l’arma della superstizione? Costruire il personaggio è stato difficile, perché entrare nella sua mentalità attraverso i suoi scritti e le sue azioni mi è costato fatica. I suoi pregiudizi, le sue ambizioni, le sue ossessioni erano così violente da lasciarmi ogni volta senza energie.
La tua citazione preferita contenuta nel libro?
La dice Bianca a Diana Gambacorta, signora di Limatola: «Non voglio diventare quello che mi hanno fatto».
Leggendo Figlie selvagge non si ha la sensazione di stare solo nel passato. Quale messaggio hai voluto lanciare al lettore di oggi raccontando questa storia di persecuzioni e libertà negate?
Ti ringrazio tanto per questa domanda. Io vorrei far passare il messaggio di Bianca, cioè di non diventare mai quello che ci fanno o quello che continuano a farci, di lottare sempre per essere uniche, libere e indipendenti.
Una curiosità personale: qual è stata la scena più difficile da scrivere e quella che invece ti ha regalato più emozione?
Sono riunite entrambe nella stessa sequenza narrativa: l’inseguimento di Bianca alla fine della prima parte. Perché il vero protagonista è il bosco, che rappresenta la natura: una madre che protegge chi la ama, ma è tremenda con chi non la rispetta.
Ringraziamo di cuore Cinzia per aver condiviso con noi il dietro le quinte di Figlie selvagge. Il suo romanzo non è soltanto un viaggio nel Seicento, ma un invito a riflettere sul presente, sul coraggio e sulla libertà delle donne. Un libro che emoziona, inquieta e lascia un segno.

