Ciao Alessia, benvenuta alla rubrica “Due chiacchiere con lo scrittore”.
È un vero piacere poterti ospitare tra queste pagine e accompagnare i lettori alla scoperta del tuo ultimo romanzo. Ti ringrazio per la disponibilità e per aver accettato di condividere pensieri, curiosità e retroscena legati alla tua scrittura e al mondo di La Malarema.
Da dove nasce l’idea di La Malarema? È stata prima la storia di Rossella o il mondo del bisso a chiamarla?
Intanto, ciao Jenny! E grazie per questa chiacchierata.
A entrare nella mia vita per primo è stato il bisso, una fibra tessile derivante dai filamenti di Pinna nobilis, il più grande mollusco del mediterraneo. Nelle varie fasi di raccolta e lavorazione del bisso ho trovato magia, delicatezza e spunti di riflessione. Rossella è arrivata subito dopo. Nella mia mente è apparsa questa bambina senza voce, che osservava il mare terrorizzata pur essendo cresciuta tra le onde. Pareva in balia di una tempesta invisibile, alla deriva. Dato che Pinna nobilis utilizza i filamenti di bisso come àncora, mi sono chiesta se, in un certo senso, non potessero giocare lo stesso ruolo anche nella vita di Rossella, se non potessero dunque offrirle una ragione tutta nuova per tornare a sentirsi al sicuro in mare.
Poco dopo, allora, nella mia mente è arrivata anche Mimì, la donna che l’avrebbe aiutata a superare la paura tramandandole i segreti dell’antica maestria della seta del mare, senza tuttavia sapere che non sarebbero bastati e che a un certo punto Rossella si sarebbe ritrovata in un reclusorio cattolico femminile, accusata ingiustamente di immoralità. Da lì la storia ha preso vita e con essa l’urgenza di raccontarla.
Cosa ti ha affascinata della tradizione della Pinna nobilis e della seta del mare?
Come prima cosa, la capacità del bisso di brillare come l’oro se opportunamente trattato. Subito dopo, le 5 fasi di lavorazione – immersione fino al fondale e quindi raccolta, pulizia, scioglimento dei nodi, accensione della luce e filatura – per me metafore delle fasi di alcuni momenti difficili della vita. Mi sono innamorata della speciale grazia che serve per districarne i nodi senza spezzarne le fibre, delicatissime e corte; della sensazione, dopo la comparsa delle sfumature dorate, di star filando più un raggio di luce che una fibra tessile.
Quando ho scoperto che Pinna nobilis è stata dichiarata specie protetta proprio nel 1992, anno della mia nascita, e che oggi è a rischio di estinzione, ho come sentito l’impulso di “proteggerla” anche con le parole, raccontando a modo mio la bellezza e la rarità che ho scorto nel suo bisso e quanto antiche maestrie, come quella a esso connessa, possano avere un impatto terapeutico nella vita delle persone, insegnando il rispetto per l’ambiente e l’importanza di creare qualcosa con le proprie mani con gesti lenti e consapevoli.
Quanto c’è di ricerca storica e quanto di immaginazione nella costruzione del romanzo?
C’è equilibrio tra “verità storica” e immaginazione. Il romanzo, per metà, è ambientato in un reclusorio cattolico femminile in cui Rossella entra spontaneamente, al contrario di tutte le altre compagne che invece sono lì per segnalazione familiare con l’accusa di condotta morale disdicevole.
Le mie ricerche si sono concentrate soprattutto sulla natura di questi istituti, sia in Italia sia all’estero, e sul tipo di vita che le donne vivevano al loro interno. Mi sono rifatta soprattutto ad alcuni fascicoli dell’Archivio di Stato di Palermo e alle testimonianze delle Maddalene irlandesi, donne che sono state rinchiuse e maltrattate in luoghi simili fino agli anni ’90 del secolo scorso e costrette a fare le lavandaie senza percepire salario. Tutto lo sfondo legato alla vita nel reclusorio, dunque, è frutto di ricerche, ma i personaggi e le loro vite sono inventati. Ce n’è soltanto una che ha il nome di una donna realmente esistita e che ho trovato tra le pagine d’archivio: Provvidenza La Fata. Il suo nome mi è risuonato dentro e ho capito che avrebbe avuto un ruolo decisivo.
Il sapere femminile tramandato di generazione in generazione è centrale nel romanzo. È anche una forma di resistenza?
Lo è a tutti gli effetti. Resistenza contro gli effetti del tempo, che spesso rende sinonimi “progredire” e “dimenticare”: è innegabile che certi antichi mestieri o maestrie oggi non abbiano più motivo o la possibilità di esistere, ma ciò non significa che se ne debba perdere memoria. Il bisso di Pinna nobilis, ad esempio, non si può più lavorare perché è illegale pescarlo o utilizzare una qualsiasi parte del mollusco: questo significa che bisogna dimenticarlo? No, certamente. Eppure io, in trent’anni di vita, ne ho sentito parlare per la prima volta soltanto a settembre 2024.
Ma è stata anche una forma di resistenza contro chi voleva la donna sempre in casa, senza saperi da padroneggiare e da tramandare.
Il mare è fonte di vita ma anche di perdita: che rapporto personale hai con questo simbolo?
Per me il mare è sempre stato l’unico posto in cui ogni tensione svanisce. Lì smetto di aspettare e mi limito a stare, ascoltando e osservando ciò che mi circonda. Amo il mare d’inverno: vivendo in Sicilia, in estate non riesco a godermelo a causa dei tanti turisti, ma quando fa freddo è tutto mio. Ecco perché l’ho reso protagonista del romanzo: lo è anche nella mia vita.
La perdita della voce di Rossella è uno degli elementi più forti del libro: è un trauma, una difesa o una trasformazione?
È il frutto di un trauma, una forma di difesa e inevitabilmente causa di una trasformazione che si completerà soltanto alla fine della storia. Rossella diventa muta a sei anni, di fronte a un terribile evento legato al mare, e questo inevitabilmente la porterà a sentirsi tanto sola, sì, ma anche ad attrarre le persone giuste, quelle che davvero sono interessate a interagire con lei, a darle il tempo che le serve per aprirsi: lei non ha voce, è vero, ma sa scrivere. E c’è chi imparerà a farlo a sua volta soltanto per poter comunicare con lei. Chi invece si inventerà modi tutti nuovi per starle accanto, ridandole fiducia nell’altro.
Durante la stesura del romanzo hai scoperto qualcosa sulla tradizione del bisso che ti ha sorpresa particolarmente?
Sì, c’è una cosa che mi ha colpita. Ancora oggi esistono persone che lo lavorano, o meglio lavorano un bisso simile a quello di Pinna nobilis, ma prodotto da un mollusco ancora pescabile. E si dice che nel corso dei secoli alcune mastre si rifiutassero di venderlo: lo donavano e basta. Ecco, nonostante siano esistite persone che invece lo hanno venduto come una qualsiasi altra fibra tessile, sapere che per qualcuno il suo valore non abbia un prezzo mi emoziona molto.
Cosa speri resti al lettore dopo aver chiuso La Malarema?
Spero resti la voglia di approfondire le tematiche trattate. E anche la sensazione di aver trovato degli amici tra le pagine.
Grazie ancora, Alessia, per averci accompagnato in questo viaggio.



