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Segnalazione: “Pimpernel” Una storia d’amore di Paolo Maurensig edito da Einaudi. Estratto

Trama

Paul Temple è un giovane scrittore americano, riservato e ambizioso, in cerca dell’ispirazione per una nuova opera. E Venezia è una fonte inestinguibile per gli spiriti assetati di bellezza: le botteghe degli antiquari, la laguna, la luce magnificente, le vetrine con i liuti rinascimentali. In uno dei salotti cosmopoliti e artistici della città, Mr Temple incontra Miss Annelien Bruins, occhi azzurri e una spolverata di efelidi sulle guance, pare la musa di un preraffaellita. Tra passeggiate per le calli, dissertazioni sull’arte e persino una seduta spiritica, i due innamorati si mettono alla ricerca di un dipinto misterioso che custodisca la bellezza in sé e accenda la fantasia dello scrittore. Ma la bellezza, necessaria quanto la luce del sole, può accecare per sempre. Paul Temple decide di correre il rischio, del resto ha lasciato la patria subito dopo aver pubblicato il suo ultimo romanzo, “Pimpernel”, temendo un insuccesso. Annelien però ha un segreto, che rende lei infelice e il loro un amore impossibile.

Estratto

A proposito di un film mai realizzato e di alcune pagine ritrovate

Nella primavera del 2010 venivo letteralmente travolto dalla passione per il cinema. Dopo aver pubblicato, a quarant’anni suonati, un romanzo di successo che mi aveva procurato qualche guadagno, mi ero lasciato sedurre dal mondo della celluloide. Del resto, conseguita una certa abilità, è nella natura umana cercare di acquisirne altre, che il piú delle volte sono ben lontane dalla nostra competenza. Di sicuro avrei potuto occuparmi di soggetti e sceneggiature, ma quello che piú mi premeva era la possibilità di conquistarmi un posto dietro l’oculare di una macchina da presa. Mi ero piccato di fare il regista, ma di concreto, per il momento, avevo solo una copiosa sceneggiatura e alcuni provini realizzati grazie ai giovani attori di una filodrammatica. Il mio progetto era piuttosto ambizioso: la riduzione 

cinematografica di quel piccolo-grande capolavoro di Henry James intitolato Il carteggio Aspern.

Il testo era ancora suscettibile di modifiche, ma a parer mio convincente. Avevo già contattato una mezza dozzina di produttori e tutti mi avevano dimostrato il proprio interesse, al punto che a volte mi sfiorava il dubbio che, nel mondo del cinema, il manifestare interesse non fosse altro che un modo elegante per dire di no.

Dopo innumerevoli incontri grondanti di promesse, qualcuno disposto a formalizzare un accordo non l’avevo ancora trovato. I piú entusiasti furono i primi a dileguarsi; alcuni accampando scuse incredibili, altri trincerandosi dietro il silenzio e l’assenza, che sono la piú irritante forma di rifiuto. A lungo restai in attesa che qualcuno si facesse vivo, finché, persa ogni speranza, scelsi di battere altre piste.

Invece che tentare di far breccia nelle borse dei produttori, cercai di stimolare le ambizioni di qualche attrice che fosse abbastanza in là con gli anni per poter recitare nel ruolo di una vecchia signora con quella verve necessaria per fare della propria vetustà un’occasione di virtuosismo artistico. Attrici un tempo famose, superata una certa età, si trovano a dover ricoprire ruoli secondari; ma in questa versione il personaggio di Mrs Bordereau che, arroccata nel cadente palazzo veneziano, custodisce gelosamente il segreto delle lettere del poeta Jeffrey Aspern, era stato sviluppato al punto da diventare non solo il ruolo principale, ma anche l’opportunità per un’interpretazione magistrale.

Piuttosto che a un volto dai lineamenti latini, pensavo a una fisionomia anglosassone, perciò mi rivolsi soprattutto a quelle attrici inglesi o americane che erano già avviate lungo il Sunset Boulevard. (Oggi ho la soddisfazione di aver visto giusto: l’attrice in cima alla mia lista, e che piú si adattava a quel ruolo, ha avuto di recente la sua meritata parte in un adattamento hollywoodiano del Carteggio).

Inviai quindi alle mie aspiranti attrici il trattamento, riservandomi di consegnare la sceneggiatura in un secondo tempo. Solo una di loro (ne taccio il nome) mi rispose quasi subito tramite il suo agente, il quale mi fissò un appuntamento a Venezia. Oltre a quel fascio di fogli, non avevo nulla, ma contavo sulla mia buona stella. Ero elettrizzato all’idea di realizzare un film in veste di regista, ma le circostanze singolari che, contro ogni logica, si sarebbero verificate di lí a poco mi avrebbero fatto capire che a volte sono forze estranee a tracciare la mappa delle nostre esistenze, e che spesso attribuiamo vitale importanza a progetti che infine si rivelano vani.

Elie Bogdanovich – questo il nome dell’agente cinematografico che si presentò all’appuntamento – era un uomo piuttosto anziano, con una barba rosso-argentata che gli arrivava fino al petto. C’incontrammo al Florian a mezzogiorno in punto. Sebbene quella giornata di fine aprile fosse già nel pieno tepore primaverile, indossava ancora un pesante cappotto con i risvolti di astrakan, abbottonato fino al collo. Sorrise nel vedermi incuriosito dal suo abbigliamento.

– Ho passato cinque anni di prigionia in Siberia quando ero giovane, – disse, – e non sono ancora riuscito a togliermi del tutto il freddo dalle ossa.

Pensavo che scherzasse e invece, strada facendo, approfittò per raccontarmi dei suoi trascorsi: dall’esilio in Siberia fino ai non facili inizi da immigrato in America dove, frequentando l’Actors Studio, la famosa scuola di recitazione di Elia Kazan, aveva incontrato la donna che, diventata sua moglie, l’avrebbe introdotto nel mondo del cinema, in veste di attore, regista, nonché produttore.

Si capiva subito che aveva approfittato della mia presenza per potersi esprimere il piú a lungo possibile in una lingua che amava, per quanto non fosse la sua. Infatti, malgrado qualche esse sibilante che ne tradiva le origini slave, parlava molto bene l’italiano, poiché da vent’anni viveva per sei mesi tra Firenze e Venezia.

Abitava non molto distante da piazza San Marco in un palazzetto secentesco al quale si accedeva con un minuscolo ascensore. Mentre, stretti nell’angusto abitacolo, salivamo ai piani superiori, lui sbirciò la borsa di cuoio che tenevo in mano.

Mi chiese se avessi portato con me la sceneggiatura completa, poiché era curioso di leggerla. – Lizzy, – cosí chiamò la sua cliente, – ha dimostrato un certo interesse.

Ad accoglierci venne una donna minuta e dimessa, che di primo acchito scambiai per una domestica, ma, quasi a voler evitare ogni equivoco, lui si affrettò a presentarmela.

– Mia sorella Krysta.

Lei si sottrasse al cenno di baciamano, poi, come volesse scusarsi per lo sgarbo, mi rivolse un mezzo sorriso. Entrammo in un grande salone disseminato di tappeti e divani damascati. Arazzi e affreschi ornavano le pareti, e una portafinestra si apriva su un arioso terrazzo.

– Mia sorella le servirà qualcosa da bere. Poi, se vuole, le farà visitare la casa.

Soppesando il grosso quaderno rilegato, ammiccò verso di me come se avessi già superato un primo esame.

– Voglio proprio dargli un’occhiata.

Entrò nel suo studio, accese una lampada da tavolo e, sistemato che ebbe il dattiloscritto sotto il cono di luce, s’immerse in un’attenta lettura. Fu il suo modo di congedarsi.

Dal punto in cui ero seduto per un po’ restai a osservarlo attraverso l’uscio che era rimasto socchiuso. Chino sullo scrittoio, voltava con cura una pagina per volta, rifilandola con l’unghia del pollice.

La sua «occhiata» alla sceneggiatura durò parecchie ore: dal primo pomeriggio fino al crepuscolo. Ebbi cosí il tempo di guardarmi attorno, di sfogliare libri antichi presi a caso da uno scaffale, di ammirare gli arazzi. La sorella mi serví caffè e biscotti, poi mi accompagnò a visitare il resto della casa, mi mostrò le parti restaurate, quelle originali, e gli affreschi portati alla luce. Scoprii che alcune stanze del palazzo erano state adibite a bed & breakfast.

– Ma solo per gli amici di passaggio, – tenne a precisare la donna.

Infine giunse l’ora del responso: la sceneggiatura era buona. A Elie piaceva che nella versione cinematografica la vecchia signora, depositaria delle preziose lettere del poeta, fosse un ex attrice, un tempo bellissima, nostalgica del passato e ancora innamorata del poeta-aviatore precipitato in mare – nella mia versione – con il suo biplano. Anche a Lizzy sarebbe piaciuta quella parte. L’unico dubbio – cosí mi parve – era che a voler dirigere il film fossi io. Questo avrebbe sollevato qualche perplessità da parte dei produttori. Secondo lui avrei dovuto cercare di piazzare la sceneggiatura, abbandonando l’idea di propormi come regista, poiché nel cinema le cose funzionavano diversamente da quello che pensavo; se mai ero riuscito a farmi un nome come romanziere, nel ruolo di regista mi mancava il benché minimo curriculum, e nessuno mi avrebbe dato credito. Neppure Lizzy avrebbe acconsentito a farsi dirigere da un principiante.

– Anche se il suo script venisse accettato da una grossa casa di produzione, dovrebbe mettersi l’animo in pace, prendere i soldi e firmare una completa liberatoria sull’uso che ne farebbero. È cosí che vanno le cose nel cinema. A meno che lei non decida di girare un film per conto proprio, con la prospettiva di vederlo proiettare in qualche sala parrocchiale o a qualche concorso per dilettanti.

Naturalmente restai deluso dalle sue considerazioni.

– Se le cose stanno cosí, – dissi, – perché tanto interesse per una sceneggiatura destinata comunque a non essere mai realizzata?

Alle mie parole Elie sorrise con un atteggiamento di scusa.

– La sua sceneggiatura è buona, c’è qualcosa che denota un indubbio talento narrativo. Anzi, se lei me lo consente, posso tentare di venderla a qualche produttore. In questo periodo c’è nell’aria la smania di realizzare l’ennesimo remake. Dovrebbe sapere, però, che Il carteggio Aspern ha avuto come minimo una mezza dozzina di trasposizioni cinematografiche, piú o meno buone, e altrettante lasciate a metà, senza contare le riduzioni teatrali e radiofoniche. A cimentarsi sono stati dal ’47 a oggi registi italiani, spagnoli, americani… Lo stesso James Ivory è stato piú volte sul punto di provarci; e non è detto che alla fine non ci riesca. Quel testo sembra avere un fascino particolare sui registi. Naturalmente, senza la cornice di Venezia, la storia perderebbe molto del suo fascino decadente.

Non riuscivo a immaginare dove volesse arrivare. Il suo sembrava un rifiuto, ma non lo era, o perlomeno non lo era del tutto.

– Quindi?

– Considerando i pro e i contro, direi che sarebbe meglio accantonare l’idea di fare il regista. Tuttavia…

Mi aggrappai a quella parola come all’ultimo stelo d’erba sull’orlo di un precipizio.

– Tuttavia?

– Altro sarebbe proporre una sceneggiatura su un lavoro che non fosse conosciuto.

– Intende dire un inedito? Di Henry James?

– Potrebbe anche essere.

– Stento a capire.

– Consideri la possibilità che esistano frammenti di un suo racconto mai pubblicato, e che lei, lei solo, grazie alla sua inventiva, sia in grado di restaurarlo come la sbiadita sinopia di un antico affresco. Se fosse lei a riportarlo alla luce ne diventerebbe il curatore, assumendone la proprietà artistica. Potrebbe utilizzarlo come vuole: farne un romanzo, trarne una sceneggiatura… E se la storia fosse anche avvincente, la sua candidatura alla regia potrebbe concretizzarsi notevolmente.

– E lei crede davvero che esista un inedito?

– Oh sí, eccome! La produzione letteraria di Henry James è smisurata. Se solo le sue lettere fossero raccolte, non basterebbero un centinaio di tomi per contenerle tutte. E in ogni caso, tra la corrispondenza, ci sono anche racconti, o abbozzi di racconti e romanzi che occuperebbero uno spazio non minore. A voler fare i conti, si potrebbe giungere alla conclusione che avesse cominciato a scrivere sin da quando era in fasce.

– Ma dove trovarli, questi inediti?

– Potrebbe contattare mia figlia Olga. Si è laureata proprio con una tesi sugli inediti di Henry James.

La figlia di Elie gestiva una libreria antiquaria in sestiere Cannaregio, e in vent’anni di attività era venuta in possesso di parecchi scritti autografi di Henry James, in gran parte ritrovati tra le pagine di libri usati – spesso intere biblioteche private che venivano acquistate in blocco.

La mattina dopo ero già sul posto, ma al numero indicatomi non c’era alcuna libreria. Nessuna vetrina e neppure insegne: solo la porta di un’abitazione privata e una targhetta annerita di ottone sulla quale decifrai a stento la parola «antichità». Suonai il campanello e la porta si aprí con uno scatto. L’interno appariva straordinariamente piú spazioso di quanto ci si potesse aspettare. Libri, a migliaia, foderavano le pareti fino al soffitto. Mi venne incontro una donna ancora giovane, di una bellezza – avrei detto – mai sbocciata del tutto, simile a un fiore ingannato da una primavera precoce. Aveva una voce melodiosa e splendidi occhi verdi.

Disse che mi stava aspettando. Suo padre le aveva anticipato il mio arrivo, chiedendole di mettermi a disposizione il materiale su Henry James. Mi invitò a sedere a uno scrittoio dove c’erano alcuni faldoni di cartone marezzato contenenti centinaia di pagine vergate a penna e a matita. Alcuni di questi scritti erano raccolti da nastri multicolori: segno che qualcuno aveva già fatto una prima cernita, raggruppando i fogli secondo il tipo di carta, il colore dell’inchiostro o il formato delle pagine. C’erano anche dei logori taccuini, zeppi di una grafia che raramente rispettava le righe.

Ero sbalordito. – Da dove provengono tutte queste carte?

Olga sorrise, compiaciuta. – Lei non può neppure immaginare cosa si possa trovare tra le pagine di vecchi libri destinati al macero: lettere d’amore, conti della spesa, bollette, testamenti autografi… E chissà quante verità nascoste sono ancora rinchiuse nel buio di vecchi bauli relegati in soffitta, o nello scomparto a ribalta di qualche secrétaire.

Ad attirare subito la mia attenzione fu un manoscritto, un opuscolo di una cinquantina di pagine compilate fronte-retro, alcune in buono stato, altre cancellate dall’usura del tempo. Lo sollevai con ogni cautela. Le pagine erano cucite assieme da un cordoncino rosso. Nel vedermi attratto da quel fascio di fogli notai da parte della mia interlocutrice un segno di approvazione. Avrei detto che non aspettava altro che di poterne parlare.

– Quello che sta sfogliando è, o meglio è stato a suo tempo, un racconto completo. Fu ritrovato in una vecchia confezione di biscuits au chocolat appartenuta quasi sicuramente a Constance Woolson, la scrittrice amica di Henry James, morta suicida nel gennaio del 1894. In quel periodo il biscottificio belga Delacre aveva messo in commercio una serie limitata di eleganti confezioni regalo con le riproduzioni di alcuni quadri di pittori famosi. Il suo cofanetto riportava, impresso sul coperchio di latta, un dipinto di Monet: Terrazza a Sainte-Adresse, che di sicuro a lei piaceva molto. Dentro, c’era il manoscritto di un racconto che lo stesso Henry James le aveva dato da leggere in anteprima. Chi ci proponeva l’acquisto di quelle carte non seppe o non volle dirci la loro provenienza. Si accontentò di poche lire in cambio del manoscritto, compreso il contenitore quale parte integrante del ritrovamento. Fu solo in seguito, a un piú attento esame, che scoprimmo l’autore di quegli scritti. Purtroppo, nonostante il coperchio fosse stato sempre ben chiuso, l’umidità e la salsedine avevano corroso il metallo, filtrando all’interno fino a rendere gran parte delle pagine completamente illeggibile. A giudicare dalla dedica e anche dalla data, c’è ragione di credere che Constance avesse letto il racconto pochi giorni prima di compiere il suo tragico gesto. O addirittura che il suo gesto fosse stato influenzato dalla lettura del racconto stesso. Sembra quasi che, in quelle pagine, la sua fantasia avesse inteso un addio definitivo. Lui stava per trasferirsi a Lamb House, la sua casa nel Sussex, rinunciando per sempre ai suoi viaggi. La salute cominciava a declinare, la gotta lo teneva immobilizzato a letto per settimane, e aveva già subito qualche attacco di angina pectoris. Erano gli anni piú difficili, tempestati di insuccessi… 

L’ Autore

BiografiaPaolo Maurensig è nato a Gorizia e vive a Udine. Ha esordito nel 1993 con La variante di Lüneburg, tradotto in oltre venti lingue. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Canone inverso (1996), Venere lesa (1998), Il guardiano dei sogni (2003) e L’arcangelo degli scacchi (2013).

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