“La casa delle giovani spose” di Ashley Hay edito da Sperling & Kupfer da oggi in tutte le librerie e on-line. Estratto

Sinossi

Che colore ha la vita? E quella della donna che ha vissuto prima di te nella tua casa?

Per oltre sessant’anni la casa ha conversato con Elsie Gormley. Le pareti hanno fatto eco alla sua voce, a quella del marito, dei figli, e anche dei nipoti; quella è indiscutibilmente la casa di Elsie, il suo rifugio, fino al giorno dell’ictus in cui ogni cosa è cambiata. Con la malattia, infatti, i gemelli Don ed Elaine si rendono conto che la madre è ormai anziana e non può più stare da sola; decidono di trasferirla in un ricovero e l’abitazione viene venduta a un’altra famiglia, quella di Lucy e Ben: una coppia appena arrivata a Brisbane da Sydney con il piccolo Tom.

Altre voci iniziano a farsi largo tra le assolate stanze e una diversa quotidianità si instaura, ma il senso di estraneità non abbandona Lucy che, per quanto si sforzi, non sembra riuscire ad ambientarsi nella dimora e nella nuova vita. Troppi cambiamenti per lei: una città piccola e sconosciuta, il marito giornalista sempre in viaggio e una maternità a tempo pieno che, per quanto voluta, comincia a starle un po’ stretta. Destino opposto a quello di Elsie che, invece, si era sempre e solo pensata in relazione agli altri e per la quale il passaggio da moglie a madre era stato assolutamente naturale, anche se non privo di difficoltà.

Inaspettatamente, tra una tazza di tè caldo e delle vecchie fotografie trovate per caso in soffitta, le storie di queste due donne molto differenti tra loro e di due famiglie si intrecceranno nel corso di un’estate australiana, e il confine tra passato e presente si farà sempre più labile, fino a sparire del tutto.

Estratto

Per Nigel Beebe, e per Hux

…eravamo le persone
che hanno detto
o omesso di dire
le parole giuste…
Le forme che scambiamo
per amore…
le forme che crediamo
essere noi stessi
sulla sponda dell’acqua.
John Burnside
III. De libero arbitrio

1

La casa di Elsie

ERA una mattina presto, d’inverno, quando cadde. Il giorno più corto del 2010, disse la donna alla radio. Immobile a terra, comodamente rannicchiata sulla morbida moquette verde tra il divano e la credenza, Elsie vedeva filtrare il sole dalla porta sul retro, e il triangolo che la luce formava sul pavimento della cucina. I raggi illuminavano il disegno del linoleum e svelavano i mucchietti di polvere, lasciati dalla scopa sotto il bordo delle credenze.

Con il passare dei minuti, il triangolo aveva mutato forma, sparendo dalla cucina per rispuntare prima nella cameretta sul retro, poi sul fitto avvicendarsi di bianco e verde chiaro delle piastrelle del bagno. Poco dopo, aveva coperto quasi per intero il pavimento della sua camera, salendo verso lo spesso copriletto di ciniglia rosa, prima di cambiare direzione e avviarsi a ovest, in cerca della veranda. Vista dal basso, la moquette su cui giaceva sembrava un prato verde, reso uniforme dal tosaerba di Clem.

Era confortante avere tanta confidenza con la topografia dell’abitazione. Elsie la conosceva in modo così intimo da non sapere più se la casa fosse un’estensione di sé o se fosse lei stessa un’estensione della casa. Questo era un nuovo tipo di esplorazione. Ora notava la lieve inclinazione del pavimento nella stanza degli ospiti e un piccolo rigonfiamento su un pannello nell’angolo del soffitto.

Topografia. Contò le lettere: dieci. Geografia, paesaggio. La risposta giusta al quattordici verticale del cruciverba di quella mattina. Lei aveva scritto «proiezione». Stava perdendo il tocco.

Da fuori le arrivò il richiamo del kookaburra rimasto senza mangime. Puntuale come un orologio, pensò. Sentiva il rumore delle auto sulla strada, il cigolio dell’altalena nel parco, il rombo basso degli aerei in partenza dall’aeroporto, il chiacchiericcio dei lorichetti, dei cacatua. Le piaceva restarsene immobile in mezzo a tutto quel fermento, anche se il kookaburra ci sarebbe rimasto male per il digiuno. 

Poi anche la casa cominciò a borbottare, con le assi dell’impiantito che scricchiolavano, stiracchiandosi al tepore del giorno.

Un suono rassicurante.

Era da oltre sessant’anni che la casa conversava con Elsie Gormley. Aveva assistito a tutte le sue arrabbiature e ai suoi malumori, e di solito li placava. Aveva contenuto la sua voce, quella di suo marito, dei figli, e ora anche dei nipoti: echi e rimbombi depositati dietro il battiscopa e gli infissi delle finestre, come quei pallidi granellini di polvere, incastrati ai bordi del pavimento della cucina.

«Riverbero», le aveva spiegato uno dei ragazzi. Il nipote di Don, le sembrava: dunque il pronipote di Elsie. Quello con la chitarra rumorosa. «Immaginalo così, nonna: strati di echi sovrapposti, per creare l’illusione di un grande spazio cavernoso.»

Ma pensa: «riverbero», rifletté Elsie, lucidamente. Che bella parola. Le piaceva tenersi al corrente di ciò che sapevano loro, di come vivevano, con i loro magici oggetti, i loro cellulari nuovi e lustri. Guarda, nonna: lo sfiori e si accende.

Sfiorò la fitta moquette verde. Sì, riusciva quasi a sentirlo. Tutte quelle voci, tutti quegli anni.

Arrivò mezzogiorno, poi il pomeriggio, e mentre il sole cominciava a calare, Elsie si domandò se avrebbe sofferto il freddo a passare la notte sul pavimento. Aveva ottantanove anni, le ossa fragili e stanche.

Poi arrivarono le vicine, una alla porta d’ingresso, l’altra a quella di servizio. «Elsie?» chiamavano. «Sei in casa, tesoro? Tutto bene?»

«Non ci sono», mormorò lei, restando immobile, domandandosi se girando la testa sarebbe riuscita a vedere le nuvole incendiate dal tramonto oltre le finestre della facciata.

Sentì le sirene sulla strada, vide il riflesso dei lampeggianti blu e rossi sulla tappezzeria, poi un poliziotto sfondò la porta. Con quale diritto? Le era sembrato di averlo detto ad alta voce, ma nessuno le dava retta, ed era già stesa su una barella dentro l’ambulanza, quando si rese conto di essere scalza.

Tu pensa, uscire di casa senza scarpe.

Faceva freddo nell’ambulanza, e le luci erano troppo forti. Voleva il suo golfino. Voleva dormire. Se avesse potuto girare un pochino la testa, sarebbe riuscita a vedere i gradini dell’ingresso, la veranda, la porta con la vernice scrostata. Magari sollevandosi un po’ di più. Ma non ci riusciva.

«Ecco fatto, gioia.» Il tizio in uniforme aveva un atteggiamento un po’ troppo giulivo per il suo mestiere.

Elsie chiuse gli occhi. «Non mi sento pronta ad andarmene.» Stavolta la voce le era uscita forte e chiara.

In ospedale, quindici giorni dopo, le sembrò che avessero detto che tornava a casa, ma quella in cui la portarono non era casa sua. Era un posto completamente diverso, con un appartamentino nuovo solo per lei, la vista sul fiume, un campanello per chiedere aiuto e i pasti in una sala da pranzo comune, casomai avesse avuto voglia di mangiare in compagnia. Adesso aveva le scarpe e il suo golfino: le avevano portato un mucchio di cose, per un soggiorno tanto breve.

«Qual è la parola giusta? ‘Villeggiatura’?» domandò a Donny venuto un giorno a pranzo.

«Qualcosa del genere, mamma», rispose lui. «In un certo senso.»

Le avevano fatto firmare delle carte, intestate a gente mai sentita nominare. Una coppia, Ben Carter e Lucy Kiss. La moglie di Donny, Carol, aveva detto che avevano un bambino piccolo. Ma che c’entravano con lei? Avevano affittato la casa mentre lei stava in questo posto?

«Qualcosa del genere, mamma», ripeté Don. «Sì, in un certo senso.»

«Be’, accertati che abbiano cura del giardino. Tuo padre non mi perdonerà mai se rovinano la sua composizione di rocce.»

Clem Gormley. A proposito, lui dov’era finito? Quando avevano detto che sarebbe arrivato?

«Ben Carter», disse Don, allineando le carte. «Lucy Kiss. Abbiamo fatto la scelta giusta, credo.»

Beninteso, Elsie sapeva cosa stava accadendo. Sapeva dove si trovava. La «struttura», l’aveva sempre chiamata lei, con gli appartamenti per gli abbienti, e le stanze – e poi il reparto – per gli altri. Solo una fermata o due dell’autobus da casa sua, e la staccionata sul retro che confinava con i campi sportivi dove giocavano i nipoti di Donny. Poteva andare a casa anche a piedi, pensò. Tornare in un attimo.

Aveva vissuto in quella casa per più di sessant’anni, anzi, quasi sessantatré, calcolò, ripensando alla prima notte nella nuova stanza, sul suo vecchio letto con le solite lenzuola, familiari e fredde. Ricordava il giorno in cui ci erano entrati, e l’entità del mutuo, talmente schiacciante che non aveva mai osato parlarne con Clem. Nemmeno formulare la frase. Al tempo in cui la casa era nuova e imbiancata di fresco. Con il prato che suo marito falciava con tanta cura. Che riposi in pace: sì. Ecco dov’era.

Eppure, malgrado i tanti anni, il giorno in cui era caduta ed era rimasta stesa sul pavimento era stato il primo in cui aveva visto la luce spostarsi da una stanza all’altra, filtrare dal retro fino alla facciata, insinuarsi negli angoli, illuminare lo spazio.

Che bella cosa ho visto, pensò. Che bella giornata ho passato…

L’ Autrice

ASHLEY HAY, scrittrice australiana, vive a Brisbane. È stata finalista al Miles Franklin Literary Award, il più importante premio letterario in Australia, grazie al romanzo La biblioteca sull’oceano che, diventato un bestseller in patria, è stato pubblicato con successo anche negli USA e in Europa.

ashleyhay.com.au

Facebook: @ashleyhaywriter

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Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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