“Il segreto del mercante di Libri” di Marcello Simoni edito da Newton Compton in tutte le librerie e on-line. Estratto

Sinossi

N°1 in classifica
Un milione e mezzo di copie vendute
Tradotto in venti Paesi
Un grande thriller storico
Torna la saga italiana più venduta nel mondo
Anno Domini 1234.

Dopo due anni trascorsi presso la corte di Federico II, in Sicilia, il mercante di reliquie Ignazio da To­ledo torna in Spagna per una nuova, rischiosa impresa: trovare la Grot­ta dei Sette Dormienti. In questo leggendario sepolcro, sette martiri cristiani si sarebbero letteralmen­te “addormentati”, secoli prima, in un sonno eterno. Ma non è certo la ricerca di una reliquia a muovere il mercante, bensì il mistero dell’im­mortalità che pare nascondersi die­tro la storia dei Sette Dormienti. Gli indizi di cui Ignazio è in pos­sesso lo conducono tra Castiglia e Léon: la terra da cui viene e dove ha lasciato la propria famiglia. Al suo ritorno, il mercante è costretto però a fare i conti con spiacevoli novità, delle quali la prolungata assenza lo ha tenuto all’oscuro: Sibilla, sua moglie, è scomparsa, forse per sfug­gire a una terribile minaccia; Uber­to, il figlio, è rinchiuso in prigione con l’accusa di aver ucciso un uomo. Chi si cela dietro queste sciagure? Forse un infido frate domenicano, confessore personale di re Ferdi­nando III di Castiglia. E una setta di vecchi nemici del Mercante: la Saint-Vehme…
Ai primi posti delle classifiche italiane
Un autore da 1 milione e mezzo di copie
Vincitore del Premio Bancarella
Il grande ritorno di Ignazio da Toledo nella più rischiosa delle sue avventure


«Un maestro del racconto di storia e d’avventura.»
Antonio D’Orrico

«Marcello Simoni è uno spirito affine, un fratello. Attingendo alla sua formazione archeologica e letteraria riesce a infondere vita e poesia nella sua prosa. È un autore imperdibile per chi ama i romanzi storici.»
Glenn Cooper

«Marcello Simoni è il Dumas del XXI secolo.»
Sergio Pent, TuttoLibri – La Stampa

Estratto

Per Raffaello,
mercante di libri

Prologo

Anno Domini 1232
24 febbraio

Un nitrito nella notte.

L’uomo restò seduto sullo sgabello, nella penombra della sua bottega, a lisciare una tavola di quercia con la pialla. Quel verso doveva provenire da vicino. Da troppo vicino perché lo si potesse ignorare. Ciò nondimeno continuò a osservare i trucioli che cadevano al baluginio della candela, disciplinando le imperfezioni del legno col trasporto di un monaco in preghiera.

Finché non sentì l’allodola smettere di cantare, e un tambureggiare di zoccoli interrompersi a pochi passi dalla sua dimora.

Immaginò un cavaliere smontare di sella e avvicinarsi nel buio, ma non si degnò di sbirciare dalle finestre sigillate con la pergamena. Erano lontani i tempi in cui obbediva all’istinto. Remoti quanto le sofferenze che soltanto una vita mansueta aveva saputo lenire.

«Tornate domani!», sentenziò appena udì un percuotere al battente dell’uscio.

«Reco un messaggio!», rispose una voce maschile da dietro la porta.

«Domani, dopo le laudi!».

«Un messaggio!», insistette lo sconosciuto. «Per Willalme de Béziers!».

L’uomo represse un fremito. Erano anni che non udiva quel nome e, per le piaghe di Giobbe, avrebbe preferito che rimanesse sepolto nell’oblio. Sepolto, ripeté a sé stesso. Posò quindi la pialla, recuperò un grosso chiodo da uno scaffale e, dopo averlo nascosto nell’incavo della mano destra, si avvicinò all’ingresso. «Risalite sul vostro destriero!», intimò. «Willalme de Béziers è morto!».

«Vi cerco da settimane!», replicò il messaggero con tono dolente. «Siete voi, non è vero? Mastro Willalme, il falegname! La missiva che devo consegnarvi…».

«Willalme de Béziers è morto, ho detto!».

«Può darsi che non abbiate capito! La missiva…».

In un crescendo d’esasperazione, l’artigiano spalancò il battente e afferrò il visitatore per una spalla. «Ebbene?», lo inquisì, puntandogli il chiodo dritto alla gola. «Chi vi manda in terra di eretici?».

Lo sconosciuto, un giovane che non doveva aver ancora raggiunto le venti primavere, lo scrutò con un volto congestionato dal freddo e dalla fatica. Gli occhi dell’uomo, tuttavia, notarono soltanto un mantello di lana, un pugnale inguainato alla cintura e un cavallo legato a un arbusto, sotto il candelabro celeste dell’Orsa che imbiancava le paludi della Camargue.

«Provengo…», balbettò il malcapitato. «Provengo da…».

«Siete duro d’orecchi?», lo scosse. «Non m’importa sapere da dove provenite, bensì chi vi manda!».

«Io…», gli rispose il tizio. «È scritto tutto qui…». E gli mostrò il rotolo di pergamena che stringeva tra le dita.

«Tenetevi pure quel vello», mormorò l’artigiano abbassando il chiodo. «Io non so leggere».

«Può darsi che non sappiate leggere il latino», puntualizzò il messaggero, mentre si sforzava di riprendersi dallo spavento. «Ma a detta di colui che mi ha incaricato di cercarvi…», e gli porse il rotolo, «siete perfettamente in grado di comprendere la scrittura araba».

L’uomo non riuscì a trattenere un’esclamazione esterrefatta. Un sogno!, si disse. Doveva trattarsi di un sogno. Anzi, di un incubo evocato dal Maligno… Superato lo sconcerto, prese quindi la missiva, spezzò il sigillo e scorse il contenuto alla luce diafana che proveniva alle sue spalle, trovando immediata conferma di quanto gli era stato annunciato: righe vergate in arabo.

E in quel preciso istante capì di non poter più mentire.

Giacché soltanto una persona, negli sconfinati domini della cristianità, era a conoscenza del suo segreto.

Il segreto di Willalme de Béziers.

«Un’ultima cosa…», aggiunse il messaggero, lasciando cadere ai suoi piedi una scarsella tintinnante di monete.

Willalme trascorse il resto della notte a rileggere il messaggio, e a meditare su colui che gliel’aveva inviato. Senza alcun preavviso, quell’individuo riaffiorava da un passato di meraviglie e di oscurità, chiedendogli di tornare a essere ciò che era stato un tempo. Un sacrificio che andava oltre qualsiasi vincolo di riconoscenza o di lealtà.

Un sacrificio al quale, tuttavia, sapeva di non potersi sottrarre.

Pertanto, riemerso dal suo lungo rimuginare, abbracciò la donna e il bambino che vivevano con lui, fece una promessa e, dopo aver detto loro addio, s’incamminò verso un cimitero che sorgeva al limitare delle paludi.

C’era un albero a guardia dei sepolcri, un antico olmo dal tronco contorto. Willalme s’inginocchiò al cospetto delle radici e, mormorata tra sé un’antica preghiera, prese a scavare con le mani, senza curarsi dell’alba che iniziava a tingergli d’oro i capelli e la barba da eremita.

Avrebbe potuto portare una vanga, rifletté, accorgendosi d’un tratto di quanto fosse dura la terra, ma ciò che stava facendo esigeva una forma di rispetto, quasi d’intimità, del tutto differente dallo stato d’animo di chi si accinge a compiere un semplice lavoro di fatica.

Lui stava riesumando una parte di sé stesso.

Un nome, una memoria, un dolore.

E fu con quella consapevolezza che, dopo aver ridotto le dita ad appendici nere e sanguinanti, portò alla luce un involto della lunghezza di circa un braccio.

Vinta un’ultima riluttanza, sollevò l’oggetto che anni prima aveva sepolto davanti alle radici del grande olmo e, con l’amarezza di chi infrange il più sacro dei giuramenti, disfò i lembi della pezza.

Offrendo al barbaglio del sole la lama argentea di una scimitarra.

PARTE PRIMA
IL GUARDIANO

Lo hiatus è una profonda spaccatura della terra, quasi itus. Se la parola hiatusindica propriamente l’apertura della bocca umana, riferito alle fiere allude al famelico spalancarsi delle loro fauci.

Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XIV, 9, 3

Chi entrerà nella sua bocca?

Chi schiuderà le porte del suo volto?

Intorno ai suoi denti c’è il terrore!

Libro di Giobbe, 41, 4-5

1

Spagna, feudi di León
6 marzo

Quando Ignazio da Toledo giunse davanti al monastero di San Miguel de Escalada, lo trovò avvolto nella luce del tramonto. Rimase a osservarlo a lungo, chiedendosi se quell’immagine persa nella campagna brulla fosse un segno di buono o di cattivo auspicio. Poi si girò verso l’uomo al suo fianco, intento a condurre il carro, e gli diede ordine di avanzare. Aveva compiuto il viaggio per terra e per mare insieme a quattro servi, ma per tutto il tempo gli era parso di essere stato solo. Del resto la compagnia di persone incolte lo annoiava, così come la ripetitività di giornate prive di stimoli per la sua mente curiosa.

Ben presto tuttavia le cose sarebbero cambiate, pensò mentre contava le ombre che si stagliavano a fianco del complesso. Dodici archi a ferro di cavallo, vestigia dell’influsso mozarabico, impreziosivano il portico collegato alla torre campanaria. 

Archi sotto i quali si scorgevano le sagome dei monaci che avevano ereditato la sapienza e lo spirito del grande Isidoro di Siviglia.

C’era stato un tempo in cui anche lui aveva vissuto in un luogo simile, fra gli amanuensi e i traduttori guidati dal magister Gherardo da Cremona. Poi la morte di suo padre e le avversità del destino l’avevano costretto a fuggire, a spostarsi di continuo da un luogo all’altro, senza mai fermarsi. Ma Ignazio non malediceva affatto quella sorte, giacché gli aveva consentito di accrescere il proprio intelletto. E di conoscere il mondo così come la maggior parte del genere umano ignorava.

Trainato dall’incedere di due robusti cavalli, rimase seduto sul carro, a far previsioni su quanto l’aspettava, finché, a pochi passi dal monastero, non scorse tre religiosi uscire fuori dal loggiato. Due giovani e un vegliardo.

Ignazio puntò subito su quest’ultimo le sue iridi color smeraldo. Erano trascorsi almeno vent’anni dall’ultima volta in cui aveva discusso con l’abate Leocadio e ora, al posto di un monaco benedettino nel pieno del vigore, trovava un vecchio incanutito.

Balzato giù dalla serpa, rassettò il mantello decorato con ricami siciliani e gli andò incontro.

«Peregrinus Ignazio», lo salutò Leocadio, mentre i confratelli che gli camminavano ai fianchi si scambiavano fugaci bisbiglii, «vi si attendeva con ansia».

«Vostra sublimità», ricambiò il viaggiatore dopo aver disegnato un inchino, «spero di non aver abusato troppo della vostra generosità, inviandovi la mia insolita richiesta».

L’abate scosse il capo. «La foresteria è pronta a ospitare sia voi che i vostri famigli», lo rassicurò. «Sono sempre meno numerosi i viandanti che, deviando dal Camino de Santiago, cercano asilo fra queste mura. La vostra venuta rompe una fin troppo prolungata monotonia».

Prima di ribattere, Ignazio notò che i giovani monaci stavano osservando i suoi servi intenti a scaricare dal retro del carro un grosso baule di legno borchiato. Non era difficile immaginare i sospetti che covavano quegli ingenui, ma lui si guardò bene dal mostrarsi offeso. Troppo a lungo la sua ricerca della verità era stata scambiata per sacrilegio, la sua curiositas per eresia. «Gran parte del mio bagaglio consiste in libri», dichiarò, sempre rivolto a Leocadio. «Per la felicità dei vostri copisti e a maggior gloria della vostra biblioteca».

«Libri… dalla Corte dei Miracoli?», s’illuminò l’abate.

Ignazio annuì. Era così che in gran parte della cristianità ci si riferiva alla rosa di sapienti raccolta intorno all’imperatore Federico II. Una rosa sbocciata tra Napoli e la Sicilia, e alla quale lui stesso, dopo molte peripezie, era stato ammesso. «Il magister Michele Scoto, astrologus di sua maestà», rivelò con enfasi, «vi fa omaggio dei quattro volumi della sua Mensa philosophica, insieme alla Logica di Aristotele e al Liber Abaci di quel Leonardo Pisano che per primo, in lingua latina, disserta su un numero misterioso che i sapienti arabi nominano zefr, ossia zero, perché vuoto come il vento di Zefiro».

Pur mostrando stupore, Leocadio evitò di guardare il baule, lasciando così trapelare l’urgenza di affrontare ben altro genere di discorsi.

«Ordunque, venerabile padre», lo assecondò Ignazio, che condivideva la medesima premura, «è già arrivato il magister di Salamanca?»

«L’esimio Sarwardo vi ha preceduto di una settimana», confermò l’abate. «Non fa che chiedere di voi».

«In tal caso vorrei incontrarlo subito».

Ma a quel punto Leocadio si adombrò.

Ignazio interpretò quella reazione come un segno di imbarazzo. Forse si era espresso con eccessiva confidenza, rimuginò, mancando inavvertitamente di rispetto al proprio ospite… Poi vide il vecchio abbassare gli occhi, colto da un’improvvisa inquietudine, e solo allora intuì che la situazione fosse più grave di quanto avesse immaginato.

Non ebbe il tempo di far domande che le dita dell’abate si strinsero intorno al suo braccio.

«Sappiate, figliolo», lo avvertì il religioso, «che sta per giungere anche qualcun altro».

«A chi vi riferite?», domandò il viaggiatore.

Leocadio sembrava combattuto, quasi pentito per aver parlato troppo. Alla fine, tuttavia, gli sussurrò un nome all’orecchio.

E Ignazio indietreggiò.

«Ha soltanto espresso il desiderio di parlarvi», volle rassicurarlo l’abate. «Appena ha saputo della vostra venuta… mi ha impartito l’ordine di trattenervi fino al suo arrivo».

«Vale dunque così poco la vostra parola?», s’irrigidì il viaggiatore. «Mi avevate promesso segretezza, la massima discrezione… E invece, per la bocca del Tartaro, non vi siete fatto scrupolo di tradirmi!».

«Vi prego di comprendere la mia posizione», tentò di giustificarsi Leocadio, in palese imbarazzo. «Non era mia intenzione mettervi di fronte al fatto compiuto, ma come potete ben immaginare…».

«Quando?», lo sferzò Ignazio, diviso tra la collera e un crescendo d’angoscia. «Quando arriverà l’infame?»

«Domattina, mi è stato comunicato».

«In tal caso non ho tempo da perdere», esclamò. «Terrò l’incontro col magister di Salamanca e ripartirò stanotte stessa, prima che il vostro amico piombi su di me a guisa d’un falco!».

Poi, senza attendere commenti da parte del mortificatissimo Leocadio, fece segno ai servi di restare vicino al carro e si diresse verso il monastero…

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Jenny

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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