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BLOG Narrativa letteraria

“Miss Austen” di Gill Hornby edito da Neri Pozza

Sinossi

Nel marzo del 1840, Cassandra Austen decide di recarsi nel vicariato di Kintbury, nel Berkshire, in visita a Isabella Fowle figlia del reverendo Fulwar Craven Fowle e di Eliza Lloyd, amica di vecchia data di lei e di sua sorella Jane. Il viaggio in carrozza dalla sua casa di Chawton a Kintbury è scomodo e alquanto dispendioso, ma è quanto mai opportuno. Isabella Fowle si trova nella triste condizione, già nota a Cassandra, di dover abbandonare la casa in cui è vissuta fin dall’infanzia. Con la morte del vicario padre, la donna è rimasta infatti orfana di entrambi i genitori e, dal momento che non si è maritata, priva com’è di eredi maschi, dovrà lasciare il vicariato nelle mani di un certo Mr Dundas. Recare una parola di conforto in simili circostanze è, per Cassandra, doveroso. Non è, tuttavia, la sola ragione che la spinge a Kintbury. Vi è un altro, fondamentale compito che la sorella di Jane Austen deve assolvere. Un tempo, lei e Jane avevano inviato diverse missive personali a Eliza, lettere che ora possono trovarsi ancora in qualche dimenticato cassetto a Kintbury, col rischio di cadere in mani sbagliate. Cassandra è l’esecutrice letteraria della sorella, la protettrice del suo lascito. Nel tempo che le rimane, farà tutto quanto in suo potere per cercare e distruggere qualsiasi prova possa compromettere la reputazione di Jane. Quello che, tuttavia, Miss Austen non ha previsto giungendo a Kintbury, è l’ondata di nostalgia che la travolge non appena varca la soglia della canonica. La prima volta che vi ha messo piede era infatti una giovane gentildonna con indosso il suo abito più bello. Promessa sposa di Tom Fowle, fratello di Fulwar, era stata accolta dalla famiglia al completo e dall’intera servitù schierata in solenne ammirazione… Basato sulla corrispondenza privata tra Jane e Cassandra Austen, Miss Austen non soltanto rivela il rapporto di profondo affetto che ha legato la più amata delle scrittrici inglesi alla sorella maggiore, ma, attraverso lo sguardo inedito di Cassandra, getta una luce nuova sulla vita dell’autrice di Orgoglio e pregiudizio.

Estratto

A Holly e Matilda

Gli uomini hanno avuto ogni vantaggio su di noi nel raccontare la propria storia. […] Sono le loro mani che hanno usato la penna.
JANE AUSTEN, Persuasione, capitolo XXIII

Le famiglie

Gli Austen

Il reverendo George Austen, rettore di Steventon, e sua moglie, Mrs (Cassandra) Austen, ebbero otto figli, uno dei quali, chiamato George come il padre, era disabile e visse lontano dalla famiglia.

James divenne rettore di Steventon dopo il padre. In seguito alla morte della sua prima moglie, dopo la nascita della primogenita Anna, sposò Mary Lloyd, dalla quale ebbe altri due figli: James-Edward e Caroline.

Edward fu adottato in giovane età da parenti ricchi, diventò proprietario terriero e sposò Elizabeth, da cui ebbe undici figli. La maggiore, Fanny, fu la prediletta delle zie Cassandra e Jane.

Henry fu dapprima militare, poi banchiere e infine parroco. Più brillante e mondano dei fratelli, fu l’agente letterario di Jane, aiutandola a trovare un editore.

Cassandra si fidanzò con Tom Fowle e divenne esecutrice letteraria della sorella.

Francis, chiamato solitamente “Frank”, si arruolò nella marina militare, divenne ammiraglio e infine fu nominato cavaliere. Alla morte della prima moglie, da cui aveva avuto undici figli, sposò Martha Lloyd.

Jane scrisse sei romanzi, due dei quali furono pubblicati postumi. Morì nel luglio 1817.

Charles si arruolò nella marina militare come il fratello Frank.

I Fowle

Il reverendo Thomas Fowle, parroco di Kintbury, e sua moglie Mrs (Jane) Fowle ebbero quattro figli.

Fulwar Craven divenne parroco di Kintbury dopo il padre. Sposò Eliza Lloyd, da cui ebbe tre figlie: Mary-Jane, Elizabeth e Isabella; e altrettanti figli: Tom, fidanzato di Cassandra; William, medico militare; e Charles, avvocato, tutti morti in giovane età.

I Lloyd

Eliza fu moglie di Fulwar Craven Fowle.

Martha fu intima amica di Cassandra e di Jane Austen, e in età avanzata ne sposò il fratello, Frank Austen.

Mary fu moglie di James Austen.

«Prendiamo quel sentiero». Lui chiuse il cancello del giardino dietro di lei e indicò l’Elm Walk.

Avvolgendosi nello scialle, lei inspirò profondamente l’aria fresca della nuova stagione che si accingeva a rinverdire la campagna. Era l’anno 1795, e il giorno sembrava credersi il primo della primavera. In alto, sulla quercia, gli uccelli cinguettavano di gioia e i ramoscelli  luccicavano di resina novella. Insieme, i due giovani salirono il pendio dietro la canonica e proseguirono per il varco nella siepe.

Giunti lassù, dove la famiglia di lei non poteva vederli, Tom si fermò e le prese la mano. «Amore mio…» esordì.

Cassy sorrise. Finalmente era arrivato il momento atteso a lungo.

«Oh…» A un tratto intimidito, Tom s’interruppe. «Penso che tu sappia cosa sto per dire…»

«Dovrei?» Lei lo guardò incoraggiante. «Ebbene, mi piacerebbe molto sentirtelo dire, qualunque cosa sia. Continua, ti prego…»

E così lui proseguì, talvolta esitando. Non fu una dichiarazione perfetta, nonostante l’avesse preparata a lungo. L’amava fin da quando… Già, non riusciva neppure a ricordarlo… Era l’unica donna con cui avrebbe mai potuto pensare di… condividere… e via di questo passo.

Nondimeno Cassy ne rimase incantata, perché lui fu spontaneo, com’era nel suo carattere, e tutto sembrò meraviglioso e al tempo stesso ordinario: proprio così dovevano essere quei momenti. Quando Tom parve ormai incapace di trovare le parole, persino le più inadeguate, Cassy accettò di risparmiargli la fatica. Si baciarono e tutto il corpo di lei fu consumato da 

un’ondata di… Di cosa, esattamente? Sì: di soddisfazione. Era quello il suo destino. La sua vita per come doveva essere.

Passeggiarono per un po’ a braccetto, discutendo i termini del loro fidanzamento. In verità, una sola condizione li interessava davvero: sarebbe stato un fidanzamento lungo. Inoltre, fu necessario pronunciare le terribili parole “Duecentocinquanta sterline annuali”, e ne furono entrambi stremati! Ma fu indispensabile. Lui le chiese di essere paziente e lei promise di farlo, quasi senza riflettere. Potevano aspettare. Cassy aveva soltanto ventidue anni e la pazienza era notoriamente una delle sue numerose virtù.

Infine ritornarono alla canonica per annunciare la lieta notizia, che fu accolta con tutta la gioia che avrebbero potuto desiderare, benché senza fingere alcuna sorpresa. Infatti il fidanzamento fra Miss Cassandra Austen, di Steventon, e il giovane reverendo Tom Fowle, di Kintbury, era stato stabilito pubblicamente molto tempo prima che la coppia lo decidesse in privato. Dopotutto, era un’unione talmente perfetta da essere accolta con piacere dai più. Dunque era destino che fosse quello il loro futuro, il loro unico possibile lieto fine.

L’universo lo aveva stabilito molti anni prima.

1.

Kintbury, marzo 1840

«Miss Austen…»

La voce provenne dal giardino alle sue spalle.

«Perdonate…»

Cassandra si voltò.

«Non sapevo che foste qui…»

Anche se riuscì a sorridere, Cassandra rimase immobile sulla soglia della canonica. Nonostante il grande desiderio di manifestare l’impulso affettuoso che sentiva sorgere in sé, remoto e familiare, era semplicemente troppo stanca per muoversi. Il viaggio in carrozza dalla sua casa di Chawton le aveva scosso dolorosamente le vecchie ossa e il vento gelido che soffiava dal fiume sembrava trapassarle le articolazioni. Così rimase ferma accanto ai bagagli a osservare Isabella che si avvicinava.

«Son dovuta salire in sagrestia» spiegò Isabella, proveniente dalla chiesa. Era sempre stata una figura minuta, scialba, e adesso naturalmente portava il nero del lutto, povera cara, il che non ne migliorava affatto l’aspetto. «Vi sono ancora molte…» Si muoveva come un’ombra sullo sfondo della riva verdeggiante cosparsa di primule gialle. «Molte faccende da sbrigare…» Era contraddistinta unicamente dal cane che l’affiancava, e nonostante il tono di scusa della sua voce, non affrettava il passo. Persino Piramo avanzava con estrema riluttanza sulla ghiaia.

Cassandra sospettò di non essere la benvenuta e pensò che, in tal caso, avrebbe potuto biasimare soltanto se stessa. Una donna sola non doveva sopravvivere alla propria utilità. Si trattava semplicemente di maleducazione. Isabella viveva un momento di difficoltà e non l’aveva invitata, dunque il suo imbarazzo era comprensibile, anche se sarebbe stato auspicabile un po’ di entusiasmo almeno da parte del cane.

«Mia cara! È così gentile, da parte vostra, permettermi di farvi visita…» Abbracciò Isabella, la quale mostrò una cortesia distaccata, poi vezzeggiò Piramo, nonostante preferisse di gran lunga i gatti.

«Nessuno vi ha ricevuta? Non avete suonato?»

Naturalmente lo aveva fatto. Era impossibile che nessuno si fosse accorto del trambusto seguito all’arrivo della carrozza, e in ogni caso il vetturale aveva suonato ripetutamente. Erano passati diversi carri carichi di braccianti di ritorno dai campi e alcuni ragazzi, zuppi sino alle ginocchia, con un tritone in un secchio. Avrebbe desiderato parlare con loro, perché amava i tritoni e ancor più i ragazzini infervorati d’innocente passione, eppure era stata ignorata. La casa era rimasta silenziosa anche se la cameriera scontrosa di cui non rammentava il nome, perché ormai la sua prodigiosa memoria iniziava a logorarsi, doveva essere senza alcun dubbio consapevole della sua presenza. «Sono arrivata in un brutto momento. Oh, Isabella…» Cassandra la prese per le braccia e la guardò in viso. «Come state?»

«È stata molto dura, Cassandra…» Gli occhi di Isabella si arrossarono. «Davvero…» Si sforzò di ricomporsi. «Ditemi, come vi sembra la vecchia casa? Avete dato un’occhiata ai dintorni?»

«Mi sembra esattamente quale è sempre stata: la cara, carissima Kintbury…»

La canonica – familiare, spesso triste, ma sempre amata – da quasi cinquant’anni era un solido riferimento nella vita di Cassandra. Era una costruzione bianca, a tre piani, con l’accogliente facciata rivolta a est, verso l’antico villaggio, e il giardino che da un lato digradava alla riva del Kennet e dall’altro saliva alla bassa chiesa normanna. Rappresentava una testimonianza di tutto ciò che era prezioso, ossia la famiglia e la vita semplice, buona, onesta. Per lei quel felice esempio di architettura residenziale inglese era superiore a qualunque lussuosa magione come Godmersham, Stoneleigh, o persino Pemberley. In quel momento, Cassandra non desiderava altro che varcarne la soglia e sedere accanto al fuoco a scaldarsi. «Possiamo…?»

«Certamente! Dove sono tutti? Lasciate che la porti io…» Isabella protese una mano verso la valigetta nera.

«Non preoccupatevi… Posso farcela…» Cassandra strinse a sé il bagaglio. «Il baule, invece…»

«Baule? Ah…» Nel viso pallido e inespressivo di Isabella, i penetranti occhi azzurri ebbero un lampo di perspicacia. «Sono certa che è colpa mia. Ho avuto troppe cose per la mente…» Inarcò un sopracciglio. «E la vostra lettera è arrivata soltanto ieri… Non è strano?»

Molto strano, infatti, ma intenzionale. Cassandra non si era mai mostrata tanto scortese da presentarsi senza essersi adeguatamente annunciata. In quell’occasione, tuttavia, non aveva avuto scelta. Così, si limitò a rispondere con un vago sorriso.

In assenza di una spiegazione, Isabella proseguì. «Non ho capito per quanto tempo intendete soggiornare qui con noi…» Il suo dispiacere era perfettamente evidente. Forse il suo atteggiamento pacato celava un carattere ben più forte di quello che aveva sempre manifestato.

Nonostante una tale reazione, Cassandra era decisa a trattenersi per tutto il tempo necessario, e a non partire prima di avere conseguito il proprio obiettivo. Manifestando un’insolita indecisione dovuta all’età avanzata, accennò con un mormorio alla possibilità di proseguire il viaggio per recarsi da un nipote…

«Fred porterà dentro il vostro baule. Prego…» Isabella indicò la porta, che fu aperta dall’interno. «Ah, eccoti, Dinah…»

Dinah… Cassandra promise a se stessa di rammentare il nome della cameriera, di cui avrebbe potuto avere bisogno…

«Miss Austen sarà nostra ospite».

In silenzio, Dinah inarcò un sopracciglio e abbozzò un inchino scialbo.

«Entriamo?»

Cassandra aveva varcato quella soglia per la prima volta in giovane età. Era alta e snella, allora, e alcuni si erano gentilmente spinti fino a definirla “graziosa”. Se dopo tutto il tempo trascorso la mente non la tradiva, quel giorno indossava il suo abito azzurro, il più bello, ed era stata accolta dalla famiglia al completo; dietro si era affollata la servitù, ammirata. Immobile e in preda all’eccitazione, aveva goduto del potere della propria posizione, della forza di quel momento!

Oh, si guardava ancora allo specchio, quando necessario. Sapeva di essere asciutta, non più snella. La sua schiena eretta, con gli anni si era incurvata, il volto era tanto smagrito che il naso un tempo fiero – il naso della famiglia Leigh, retaggio di antiche origini aristocratiche – sembrava ormai il becco di un corvo. Coloro che l’avevano amata allora erano ormai scomparsi, e la sua stessa dipartita era imminente. Chi l’accoglieva nel presente, ovvero la 

povera Isabella, la scorbutica Dinah, e Fred, che attraversava l’atrio brontolando e trascinandosi appresso il baule, conosceva la sua storia, naturalmente, eppure non ne percepiva la verità. Infatti, chi mai avrebbe potuto riconoscere in quell’anziana signora la giovane gentildonna di un tempo?

Nel seguire docilmente gli abitanti della casa attraverso il vasto atrio pannellato in legno, Cassandra d’un tratto si allarmò, si diresse verso l’imponente camino in pietra, vi si aggrappò e si guardò attorno con orrore.

«Che Iddio ci aiuti» mormorò Dinah. «Ha perso il senno! Come se non avessimo già abbastanza da fare…»

«Forse è sopraffatta dal dolore o dalla commozione» sussurrò Isabella. «Dopotutto, questa sarà senza dubbio la sua ultima visita qui…»

Naturalmente Cassandra le ignorò. Fu una di quelle conversazioni alle quali i giovani spesso si abbandonano alla presenza dei vecchi come se non possano essere uditi. In qual modo avrebbe mai potuto essere sopraffatta dal dolore o dalla commozione, che erano suoi perenni compagni da decenni? No, se ansimava e aveva le mani tremanti non era per la certezza che quella sarebbe stata la sua ultima visita. Era per la paura che fosse ormai troppo tardi, perché la casa appariva già immersa nel trambusto del trasloco.

«Mia cara, siete certa di sentirvi bene?» Intenerita, Isabella la prese per un braccio con l’intento di sostenerla.

Il ritratto di Lord Craven, benefattore della famiglia Fowle, a memoria di Cassandra appeso al camino da sempre, era scomparso.

«Il viaggio dev’essere stato molto faticoso» riprese Isabella, come se parlasse a un’imbecille, e intanto le sciolse il nastro sotto il mento. «Un viaggio così lungo, con questo freddo…» Le tolse il cappellino.

Dal punto in cui si trovava, Cassandra poteva vedere gli scaffali vuoti nello studio. Si domandò quali libri fossero scomparsi. Un tempo lì erano raccolte tutte le opere di Jane. Dov’erano finite, adesso?

«Non ho potuto fare a meno di notare che ha viaggiato da sola, per giunta» intervenne Dinah, dietro di lei, nel toglierle il mantello.

Gli arredi superstiti assomigliavano a schiavi al mercato, umiliati, degradati.

«Forse la sua cameriera è assente?» domandò Dinah.

«Se è così, chi si occuperà di lei?» continuò la domestica, sistemandosi su un braccio mantello e cappellino. «Io e chi altri?» Una parrocchia senza parroco era sempre triste. Anche se lo aveva sperimentato più di altri, Cassandra ne era sempre commossa. La famiglia Fowle aveva vissuto in quella casa per tre generazioni. Era stata tramandata di padre in figlio, tutti bravi pastori, tutti benedetti da mogli oneste, ma ora la catena si era spezzata. Alla morte del padre di Isabella, i suoi fratelli l’avevano rifiutata. Senza dubbio avevano le loro ragioni per lasciarsi scappare l’eredità di famiglia, e Cassandra si augurava sinceramente che fossero più che buone.

La tradizione ecclesiastica concedeva alla famiglia due mesi per cedere la canonica al nuovo parroco. E, sebbene non fosse scritto da nessuna parte, per fare ciò si affidava sempre alle donne. Povera Isabella. La attendeva un compito triste, misero, difficile: aveva appena due mesi di tempo per sgomberare la casa in cui la sua famiglia aveva vissuto per novantanove anni! Naturalmente si era messa all’opera subito. Il reverendo Fulwar Craven Fowle era morto da poche settimane. Cassandra, partita appena possibile, rimase sconvolta nel constatare che lo sgombero era già tanto progredito. E nel pensare che il viaggio, così spossante, scomodo, vergognosamente costoso, fosse stato inutile! E che ciò che si era proposta di recuperare fosse ormai perduto!

Fu assalita dalla nausea e dalla vertigine. Isabella le ravviò con gentilezza i capelli – doveva essere in disordine – e la condusse lungo il corridoio.

Il salotto di Kintbury era di una bellezza semplice: un cubo perfetto con pareti di un giallo intenso che catturava e lasciava permanere la luce del tramonto. Tutte le finestre, disposte su due lati, davano sull’acqua, permettendo di osservare i pescatori sul fiume o le chiatte che scivolavano sul canale dirette a est o a ovest. Di solito, era una delle stanze preferite di Cassandra. Sembrava nutrirle l’anima. Quel giorno, invece, vi entrò con trepidazione, invasa dal timore di ciò che avrebbe potuto trovarvi.

Non avrebbe dovuto angosciarsi. Nel varcare la soglia, prima ancora di posare un piede esitante sul ricamo ad ago del tappeto, si sentì al sicuro. L’atmosfera era calma, riposante. Nulla turbava l’aria. I mobili, gli stessi di un tempo, erano tutti al loro posto. Quindi non era arrivata troppo tardi! Il sollievo fu tale che rischiarono di cederle le ginocchia. Si voltò verso Isabella, e subito ritrovò la voce e l’autorevolezza. «Bene, gradirei riposare prima di cena».

Spesso Cassandra aveva notato che alla morte del padrone di casa, scomparivano anche le cene succulente. E il pasto di quella sera sembrò determinato a confermare quella teoria. Il montone era semplicemente montone: senza condimento né contorno, a eccezione di un cavolo raccolto con troppo ritardo. Al ricordo dei pasti gustati un tempo in quella casa, Cassandra sorrise. Il padre di Isabella era sempre stato un uomo esigente e piuttosto intollerante. Se Dinah avesse osato servirgli una pietanza simile, avrebbe manifestato inequivocabilmente la propria insoddisfazione.

Invece, quella sera, a tavola sedevano soltanto due gentildonne, le quali ringraziarono cortesemente il Signore per il cibo, poi tagliarono il montone non senza un certo sforzo e presero a masticare con ostinazione. L’unico altro suono era il ticchettio della pendola…

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