“Frederica” di Georgette Heyer edito da Astoria in tutte le librerie e on-line. Estratto

Sinossi

Chi è Frederica Merriville? È questa la domanda che si pone il marchese di Alverstoke quando una signorina, attraente e padrona di sé, si rivolge a lui perché l’aiuti a lanciare nella buona società di Londra la sua giovane e bellissima sorella Charis, e si prenda cura dei suoi fratelli ancora adolescenti. E perché Alverstoke, trentasettenne annoiato e molto ambito dalle donne, dovrebbe acconsentire alla richiesta di una parente lontana e sconosciuta come Frederica? Per far dispetto alle sue ambiziose sorelle? Perché conquistato dalla bellezza di Charis? O forse l’invulnerabile libertino di Londra ha trovato nell’affascinante, ostinata e affettuosa Frederica un’avversaria degna di lui?
Mai come in questo romanzo di Georgette Heyer (da anni introvabile nelle librerie italiane e ora riproposto da astoria in una nuova traduzione) la società, l’atmosfera e il particolare linguaggio dell’Inghilterra al tempo della Reggenza sono raffigurati in maniera fedele, ma al contempo vivace e sorprendente.

Estratto

1

Non più di cinque giorni dopo aver fatto pervenire una missiva urgente al fratello, il marchese di Alverstoke, con la preghiera di recarsi a visitarla non appena avesse potuto, la vedova lady Buxted fu sollevata nel venire informata dalla figlia più giovane che lo zio Vernon aveva appena raggiunto la casa, vestito con estrema cura e con indosso un soprabito con dozzine di mantelline. “Ha anche un elegante calesse nuovo, mamma, ed è tutto tirato a lucido!” dichiarò la signorina Kitty, schiacciando il naso contro il vetro della finestra nello sforzo di sbirciare nella strada. “È davvero un damerino, vero, mamma?”

Lady Buxted la riprese in tono perentorio, esprimendo il desiderio che non utilizzasse espressioni inadatte a una signorina di classe, e la spedì a studiare.

Lady Buxted non poteva essere annoverata tra le ammiratrici del fratello e la notizia che egli si era recato a Grosvenor Place guidando di persona il calesse non contribuì in alcun modo a bendisporla. Era una bella mattina di primavera, ma spirava un vento tagliente e chiunque conoscesse il marchese sapeva che non avrebbe lasciato i suoi purosangue ad attenderlo per più di qualche minuto. Non era un inizio beneaugurante per il piano che si accingeva a ordire; per quanto, aveva commentato con amarezza nel parlare alla sorella maggiore, le proprie aspettative fossero già assai cupe perché Alverstoke era senza eccezione la creatura più egoista e scortese del mondo.

Lady Jevington, un’imperiosa matrona abbondantemente oltre la quarantina, accolse con riserva quest’ultima affermazione. Poteva anche considerare (e lo faceva) egoista e scortese il loro unico fratello, ma non vedeva motivo per il quale egli dovesse prodigarsi per Louisa più di quanto facesse per lei. Per quanto concerneva i due figli maschi e le tre figlie di Louisa, era incapace di biasimare Alverstoke per lo scarso interesse che dimostrava loro. Era davvero impossibile provarne per delle creature così noiose. Il fatto che egli rivelasse lo stesso disinteresse per la progenie di lady Jevington, tuttavia, ne dimostrava la natura egoista. Chiunque avrebbe immaginato che uno scapolo assai in vista nonché possessore di una più che cospicua fortuna sarebbe stato solo lieto di presentare nei circoli scelti che beneficiavano della sua presenza un giovane uomo promettente come il suo adorato Gregory e si sarebbe adoprato per introdurre la cara Anne nel bel mondo. Il fatto che Anne si fosse fidanzata in modo del tutto soddisfacente senza alcun aiuto da parte di lui non contribuiva a mitigare in nessun modo il risentimento di sua signoria, e malgrado fosse stata costretta a dare ragione all’antiquato consorte che le ricordava come avesse sempre disapprovato gli ambienti frivoli frequentati da Alverstoke, esprimendo la speranza che Gregory non vi si lasciasse coinvolgere, non poteva perdonare il fratello per non aver mai fatto alcun tentativo di trascinarvelo. Replicò quindi che non avrebbe potuto importarle di meno se non avesse saputo che Alverstoke aveva non solo acquistato una posizione nel reggimento delle guardie del corpo del re per il suo giovane cugino ed erede, ma aveva anche provveduto a fornirgli un generoso appannaggio. Al che, lord Jevington aveva osservato che essendo lui perfettamente in grado di provvedere al proprio figlio, il quale peraltro non poteva avanzare alcuna pretesa nei confronti dello zio, non poteva che apprezzare il buonsenso dimostrato da Alverstoke nel non offrire un’assistenza finanziaria che avrebbe profondamente offeso i genitori dell’onorevole Gregory Sandridge. Era verissimo, ma lady Jevington riteneva comunque che se Alverstoke avesse posseduto solo un’oncia di decenza non avrebbe mai preferito un semplice cugino al suo primo nipote. E allo stesso modo era sua ferma opinione che in una società meglio organizzata il suo erede sarebbe stato il figlio della sorella maggiore, non un lontano cugino.

Benché non auspicasse affatto un simile ingiusto aumento della fortuna di Gregory, nel complesso lady Buxted era d’accordo con la sorella, dal momento che le esimie gentildonne condividevano lo stesso disprezzo per il signor Endymion Dauntry, da entrambe bollato come un perfetto sciocco. Se la loro avversione per l’innocente giovanotto derivasse dall’antipatia per la madre vedova di lui o dal suo bel volto e dalla splendida figura che mettevano in ombra tanto Gregory Sandridge quanto il giovane lord Buxted, era una domanda che nessuno si preoccupava di porre.

Quale che ne fosse la ragione, le due sorelle maggiori erano persuase che non esistesse un erede meno degno di Endymion a ricoprire il rango di Alverstoke; e nessuna delle due si era risparmiata nel sottoporre all’attenzione del fratello le damigelle più graziose nonché auspicabili partiti che anno dopo anno venivano gettate nell’arena del bel mondo.

Il principale difetto di Alverstoke, tuttavia, era la tendenza ad annoiarsi rapidamente, caratteristica che era riuscita a sconfiggere le sorelle. Sebbene il numero di donne di dubbia virtù e abbagliante bellezza che avevano goduto della sua protezione rendesse evidente ch’egli non era affatto immune al fascino muliebre, né l’una né l’altra delle sue sorelle era così sciocca da nutrire un particolare ottimismo quando Alverstoke sembrava sviluppare un certo interesse per una qualche perla rara per nascita, bellezza e ricchezza messagli sotto il naso da una delle congiunte. Era perfettamente capace di rendere la signorina in questione oggetto delle proprie galanterie per un paio di settimane e poi mutare direzione all’improvviso, scordandosi dell’esistenza stessa della malcapitata. Quando si erano rese conto che i genitori assennati lo guardavano con sospetto e che era generalmente considerato un soggetto pericoloso, avevano abbandonato i loro tentativi di trovargli una moglie e dedicato le proprie energie nell’assai più facile compito di deplorarne l’indolenza, condannarne l’egoismo e rimproverarlo per le svariate manchevolezze morali che giungevano alle loro orecchie. L’unica ad astenersi da queste attività era la sorella più piccola, ma dato che aveva rifiutato numerose e lusinghiere offerte di matrimonio, preferendo divenire moglie di un semplice gentiluomo di campagna, e veniva raramente in visita nella grande città, le sue sorelle la consideravano del tutto trascurabile. Se parlavano di lei, cosa che accadeva raramente, lo facevano chiamandola “la povera Eliza”, e malgrado sapessero che Alverstoke la preferiva a loro non era mai passato per le loro menti di chiederle aiuto nella faccenda del matrimonio del fratello. Se anche fosse stato, comunque, avrebbero allontanato il pensiero nella ferma convinzione che da quando aveva raggiunto l’età virile nessuno aveva mai esercitato su di lui la benché minima influenza.

Quel giorno lady Buxted non lo aveva convocato per fargli la predica: al contrario era determinata a non dire alcunché potesse indisporlo. Mentre aspettava l’ingresso del fratello, la speranza che (a dispetto dell’esperienza) le si era fatta largo nel petto alla notizia del suo arrivo lasciò il posto alla riflessione sul fatto che era tipico di Alverstoke lasciar passare cinque giorni prima di darsi la pena di rispondere a una chiamata che per quanto ne sapeva avrebbe potuto essere della massima urgenza. Le richiese quindi grande fatica atteggiare il proprio volto a un’espressione di affettuoso benvenuto, e una fatica ancora maggiore infondere un tono cordiale nella propria voce mentre lui entrava pigramente nella stanza senza farsi annunciare. Anche quello era tipico suo: il genere di comportamento noncurante che la rigida pedanteria di sua signoria non poteva che deplorare, giacché non vedeva perché mai egli dovesse trattare la sua casa come se fosse la propria.

Soffocando l’irritazione, tese la mano dicendo: “Vernon! Mio caro, che deliziosa sorpresa!”.

“Cosa c’è di tanto sorprendente?” si informò lui inarcando le sopracciglia nere. “Non mi avete chiesto voi di venire?”

Il sorriso rimase dipinto sulle labbra di lady Buxted ma nella sua voce si percepiva una tutt’altro che velata acidità quando rispose: “L’ho senza dubbio fatto, ma sono passati così tanti giorni che pensavo foste fuori città!”.

“Oh, no!” rispose lui con il più dolce dei sorrisi.

Lady Buxted non si lasciò ingannare, però ritenne prudente ignorare quella che riconobbe come una deliberata provocazione. Batté la mano sul sofà invitando il fratello a venire a sedersi. Ignorandola, lui si avvicinò al caminetto, curvandosi per riscaldare le mani, e disse: “Non posso fermarmi a lungo, Louisa: cosa volete da me?”.

La sorella, che aveva deciso di arrivare alla propria richiesta con tatto, procedendo per gradi, trovò la brusca schiettezza della domanda tanto esasperante quanto sconcertante. Percependone l’esitazione lui alzò lo sguardo, con uno scintillio nei duri occhi grigi, e chiese: “Ebbene?”.

Non fu costretta a rispondere subito perché in quel momento il maggiordomo entrò portando il rinfresco che aveva ritenuto adatto all’occasione. Mentre l’uomo posava il pesante vassoio su un tavolino e informava il marchese con il tono confidenziale del servitore privilegiato di essersi arrischiato a portare anche una bottiglia di Mountain oltre allo sherry, ebbe il tempo di raccogliere le idee e al contempo di notare con profonda stizza che il fratello aveva deciso di farle visita indossando pantaloni da equitazione e stivali al ginocchio: un abbigliamento che era, al pari del suo ingresso, di una deplorevole informalità. Il fatto che i suoi stivali fossero così lucidi da potercisi specchiare, che la cravatta fosse allacciata con precisione e che il taglio della giacca, che gli calzava come un guanto, rivelasse la mano di un artista, servì solo ad accrescere il fastidio della gentildonna. A suo modo di vedere, se la generale noncuranza che lo contraddistingueva si fosse estesa anche alla propria apparenza, avrebbe potuto perdonarlo per non aver ritenuto necessario farle l’onore di vestirsi come si conveniva per recarsi in visita. Ma nessuno che fosse elegante come lo era invariabilmente lui, o il cui stile fosse copiato da tanti gentiluomini, avrebbe potuto essere indifferente alla moda. In verità una volta in preda all’esasperazione gli aveva chiesto se avesse a cuore qualcosa a parte i propri vestiti; domanda alla quale, dopo aver considerato con attenzione la questione, egli aveva risposto che, malgrado i suoi abiti fossero cosa della massima importanza, in effetti aveva a cuore anche i propri cavalli.

Attraversando la stanza si avvicinò al tavolino, mentre il maggiordomo si ritirava, e voltò il capo chiedendo: “Dello sherry, Louisa?”.

“Mio caro Vernon, dovreste ormai sapere che non tocco lo sherry!”

“Dovrei? Ma la mia memoria è spaventosamente cattiva.”

“Non quando decidete di ricordare qualcosa!”

“Oh, no, in quel caso no,” convenne lui. Osservò la sorella e nello scorgere le labbra serrate e il colore che cominciava a imporporarle il viso scoppiò improvvisamente a ridere. “Che sciocca siete, mia cara sorella! Non ho mai gettato la mia lenza a un pesce così pronto ad abboccarvi! Che cosa devo servirvi? Del vino di Malaga?”

“Prenderò mezzo bicchiere di ratafià se vorrete essere così buono da versarmelo,” fu la stizzita risposta.

“Lo sarò, anche se ciò mi costringe a fare violenza ai miei sentimenti. Che cosa orrenda da bere a quest’ora della giornata. A dire il vero a qualsiasi ora,” aggiunse in tono riflessivo. Le portò il bicchiere, muovendosi nel consueto modo rilassato che però tradiva la grazia dell’atleta nato. “Allora, di cosa si tratta questa volta? Non girate attorno all’argomento, non voglio che i miei cavalli prendano freddo.”

“Vorrei tanto che vi sedeste,” replicò lei con irritazione.

“Va bene, ma per l’amor di Dio tagliate corto!” disse Alverstoke, scegliendo una poltrona dall’altra parte del caminetto.

“Accade, Alverstoke, che io abbia bisogno del vostro aiuto.”

“Questo, mia cara Louisa, l’ho appreso dalla vostra lettera,” rispose lui con feroce affabilità. “Certo, avreste potuto convocarmi per stordirmi con una delle vostre ramanzine, ma il linguaggio con il quale avete composto la vostra missiva era tanto affettuoso che ho allontanato subito quel pensiero, restando quindi con l’unica altra alternativa: che voleste che facessi qualcosa per voi.”

“Immagino di dover essere grata che vi siate ricordato che vi avevo scritto per chiedervi di venire a trovarmi,” commentò lei rivolgendogli un’occhiataccia.

“Non potete immaginare quanto sia tentato di accettare la vostra gratitudine con un sorrisetto avvenente,” le disse. “Ma non sia mai detto che io sottragga il merito dovuto a un altro uomo! È stato Trevor a suggerirmelo.”

“Intendete dire che il signor Trevor legge le mie lettere?” domandò lady Buxted indignata. “Il vostro segretario?”

“L’ho assunto per leggere le mie lettere,” spiegò sua signoria.

“Non certo quelle delle persone a voi più vicine e care!”

“Oh, no, quelle no!” convenne lui.

Il petto della gentildonna si gonfiò di sdegno. “Siete il più abomin…” Si interruppe con un suono strozzato, lottò in modo visibile con se stessa riuscendo con uno sforzo eroico a farsi tornare il sorriso sulle labbra e a dire, con un’accettabile parvenza di divertimento: “Sciagurato! Non devo permettervi di farmi perdere la pazienza. Voglio parlarvi di Jane!”.

“Chi diavolo è… oh, sì, lo so! Una delle vostre figlie.”

“La mia figlia maggiore e, lasciate che ve lo rammenti, vostra nipote, Alverstoke!”

“Siete ingiusta, Louisa, non ho bisogno che me lo ricordiate!”

“Ho intenzione di presentare in società la cara piccina durante questa Stagione,” annunciò la sorella ignorando l’interruzione. “Ovviamente la presenterò nel Salotto della regina, sempre se ne terrà ancora, poiché dicono che la sua salute sia così malconcia che…”

“Dovrete fare qualcosa per le sue lentiggini, se è quella che ho in mente io,” la interruppe. “Avete mai provato l’acqua di limone?”

“Non vi ho invitato qui per parlare dell’aspetto di Jane!” rispose bruscamente la sorella.

“Bene, per quale motivo allora mi avete chiamato?”

“Per chiedervi di dare un ballo in suo onore, ad Alverstoke House!” rivelò la donna, prendendo il toro per le corna.

“Che cosa dovrei fare?”

“So perfettamente che cosa state per dire ma pensateci un momento, Vernon! È vostra nipote e quale luogo potrebbe essere più adatto di Alverstoke House per ospitare il suo ballo di presentazione in società?”

“Questa casa!”

“Oh, non siate così sgradevole! Sono certa che in questa stanza non c’è spazio per far danzare più di trenta coppie, e pensate al trambusto e alla fatica!”

“È esattamente a quello che sto pensando.”

“Ma non è paragonabile! Intendo dire qui, dove sarei costretta a spostare tutti i mobili dal mio salotto, senza contare che dovrei utilizzare la sala da pranzo per la cena e il salottino per i mantelli delle signore… mentre Alverstoke House, con la sua meravigliosa sala da ballo! E si tratta pur sempre della mia vecchia casa!”

“È anche la mia casa,” replicò il marchese. “La mia memoria a tratti è inaffidabile, ma conservo un vivido ricordo di quelli che voi avete correttamente definito il trambusto e la fatica conseguenti ai balli dati per Augusta, per voi e per Eliza, e la mia risposta, cara sorella, è no!”

“Non possedete dunque alcuna sensibilità?” chiese la gentildonna in tono tragico.

Il marchese aveva estratto una tabacchiera dalla tasca e si era messo a studiare con aria critica la miniatura sul coperchio. “No, assolutamente nessuna. Mi chiedo se ho fatto un errore nel comprarla. In quel momento mi piaceva ma comincio a trovarla un po’ insulsa.” Sospirò e aprì la scatoletta con un movimento esperto del pollice. “E di certo non mi piace questa miscela,” dichiarò annusando un pizzico infinitesimale e poi spolverandosi le dita con disgusto. “Direte, ovviamente, che avrei dovuto avere abbastanza buonsenso da non permettere a Mendlesham di costringermi ad accettare la sua miscela, e avete perfettamente ragione: bisogna sempre prepararsela da soli.” Si alzò. “Bene, se questo è tutto, prenderò congedo.”

“Non è tutto!” articolò lady Buxted, il cui colorito acceso si era ancor più accentuato. “Sapevo come sarebbe andata a finire, ovviamente… oh, lo sapevo!”

“Immagino che poteste, ma perché diavolo mi avete fatto sprecare il mio tempo…”

“Perché speravo che per una volta nella vita avreste potuto dimostrare una qualche… una qualche sensibilità! Una qualche considerazione per ciò che è dovuto alla vostra famiglia! Persino un po’ di affetto per la povera Jane!”

“Sciocchezze, Louisa! Sono anni che la mia mancanza di sensibilità vi tormenta e non nutro il minimo affetto per la vostra povera Jane, che peraltro farei fatica a riconoscere se la incontrassi senza saperlo. E ignoravo che i Buxted facessero parte della mia famiglia.”

“Io non faccio parte della vostra famiglia?” chiese lei. “Vi siete forse scordato che sono vostra sorella?”

“No, non mi è mai stato concesso di dimenticarlo. No, non perdete di nuovo le staffe, non avete idea di come il vostro volto si imbruttisca quando siete preda di una delle vostre furie. Consolatevi con il pensiero che se Buxted vi avesse lasciata davvero in ristrettezze mi sarei sentito obbligato a mantenervi.” Abbassò su di lei uno sguardo di scherno. “So che state per dirmi che non avete un penny ma la verità è che siete assai abbiente, mia cara Louisa, ma siete anche la più spregiudicata spilorcia che conosca! Adesso non mi nauseate con le vostre dichiarazioni di affetto! Non ne nutrite per me più di quanto io ne nutra per voi.”

Assai sconcertata da quell’attacco diretto, la sorella balbettò: “Come potete dire una cosa del genere? Sono certa di avervi sempre dimostrato il mio sincero attaccamento!”.

“State ingannando voi stessa, sorella: non a me, al mio portafogli!”

“Oh, come potete essere tanto ingiusto? E quanto al fatto che io sia abbiente, oso dire che voi, con il vostro modo sconsiderato di sperperare il denaro, sareste sconvolto dallo scoprire che sono costretta a mettere in pratica la più rigorosa economia! Perché mai, ditemi, secondo voi ho rinunciato alla nostra meravigliosa casa di Albermarle Street quando Buxted è morto, per venire a vivere in questo luogo lontano da tutto?”

Lui sorrise. “Dal momento che non c’era il benché minimo motivo che richiedesse tale rinuncia, posso solo immaginare che derivasse dal vostro incurabile amore per fare economia.”

“Se intendete che sono stata costretta a ridurre le spese…”

“No, solo che non avete saputo resistere alla tentazione di farlo.”

“Con cinque figli sulle spalle…” Intuendo dallo sguardo beffardo negli occhi del fratello che sarebbe stato poco saggio proseguire quel discorso, si interruppe.

“Appunto,” commentò lui in tono comprensivo. “Penso che faremmo meglio a separarci, non siete d’accordo?”

“A volte penso che siate la creatura più odiosa e disumana mai esistita!” proruppe lady Buxted trattenendo a fatica la rabbia. “Non ho alcun dubbio che se fosse stato Endymion a chiedervi il favore sareste stato la compiacenza personificata!”

Quell’amara affermazione sembrò colpire con forza il marchese, ma dopo un momento di stupore si ricompose e suggerì alla sorella, con una voce sommessa e consolatoria, di mettersi a letto con un calmante. “Perché, Louisa, siete completamente fuori di senno, credetemi! Permettetemi di assicurarvi che se mai Endymion mi chiedesse di dare un ballo in suo onore, prenderò gli opportuni provvedimenti per farlo internare!”

“Oh, siete detestabile!” esclamò la sorella. “Sapete perfettamente che non intendevo… che quello che intendevo… che…”

“No, no, non prendetevi il disturbo di spiegarmelo!” la interruppe lui. “Non è affatto necessario, credetemi! Vi comprendo alla perfezione; a dire la verità, sono anni che vi 

comprendo! Voi e, ne sono abbastanza certo, anche Augusta, vi siete convinte che io abbia una decisa predilezione per Endymion…”

“Quel… quell’imbecille!”

“Siete troppo dura: è solo uno sciocco.”

“Certo, sappiamo tutti che lo considerate una specie di modello di perfezione!” ribatté lei con rabbia, spiegazzando il fazzoletto tra le mani.

Quell’esclamazione spinse Alverstoke, che stava facendo pigramente oscillare l’occhialino all’estremità di un lungo nastro, a portarselo all’occhio per osservare meglio l’aspetto acceso della sorella. “Che bizzarra interpretazione da dare alle mie parole!” commentò.

“Non ditelo a me!” disse lei, ormai incontenibile. “Al vostro prezioso Endymion basta chiedere per avere qualsiasi cosa desideri! Mentre le vostre stesse sorelle…”

“Esito a interrompervi, Louisa,” mormorò sua signoria in tono insincero, “ma lo ritengo assai improbabile. Non sono affatto generoso, lo sapete bene.”

“E quindi non gli passate una rendita, deduco? Oh, no, certo!”

“Così è questo ad agitarvi, non è vero? Che creatura confusa siete mai! L’attimo prima mi vituperate per la mia grettezza nei confronti della mia famiglia e l’attimo dopo vi arrabbiate perché adempio ai miei obblighi nei confronti del mio erede!”

“Quell’individuo!” articolò lei. “Se dovesse diventare lui il capo della famiglia… non sarò in grado di sopportarlo!”

“Non agitatevi per questo motivo,” fu il consiglio del fratello. “È assai probabile che non dobbiate sopportarlo dal momento che secondo logica dovreste precedermi nella tomba. Avete cinque anni più di me, sapete.”

Incapace di trovare parole adatte, lady Buxted si rifugiò nelle lacrime, rimproverando tra i singhiozzi il fratello per la sua scortesia. Se aveva sperato di addolcirlo con quella tattica, tuttavia aveva commesso un grosso errore: nel vasto numero delle cose che lo annoiavano, le lacrime e le recriminazioni femminili occupavano le prime posizioni. Dichiarando, con falsa sollecitudine, che se avesse saputo che la sorella non si sentiva bene non le avrebbe inflitto la propria presenza, se ne andò, accompagnato nella fuga dal fervido augurio della gentildonna di poter vivere almeno abbastanza a lungo da vederlo ricevere la meritata punizione.

Non appena la porta si chiuse dietro il marchese, lady Buxted smise di piangere e avrebbe riacquistato una certa tranquillità di spirito se il figlio maggiore non avesse deciso di entrare nella stanza solo qualche attimo dopo per chiederle, con dolorosa mancanza di tatto, se suo zio si fosse recato a trovarla e nel caso che cosa avesse detto della proposta. Apprendendo che Alverstoke si era dimostrato poco collaborativo come lei aveva sempre immaginato, 

assunse un’espressione di solenne gravità ma commentò che non poteva dirsene dispiaciuto perché, avendo riflettuto con attenzione sulla faccenda, non approvava il progetto.

Lady Buxted non aveva un’indole affettuosa. Il suo egoismo era pari a quello del fratello, ma era meno onesta perché non lo ammetteva e non riconosceva i propri difetti. Si era convinta da tempo che la propria vita fosse sacrificata ai figli orfani di padre; e grazie a semplici espedienti come premettere epiteti amorevoli al nome dei due figli maschi e delle tre figlie femmine, parlare di loro (sebbene non necessariamente rivolta a loro) in toni di grande affetto e rendendo noto al mondo che tutti i suoi pensieri e desideri erano rivolti ai figli, era riuscita a farsi figurare come una madre devota agli occhi della maggioranza priva di senso critico.

Tra i figli, Carlton, al quale si riferiva fin troppo spesso come al Primogenito, era il suo preferito, poiché non le aveva mai causato nemmeno un momento di preoccupazione. Da bimbetto flemmatico che della madre accettava l’immagine che lei voleva dare, era divenuto un rispettabile giovanotto, con una profonda consapevolezza delle proprie responsabilità e un carattere serio che non solo lo teneva lontano dai pasticci nei quali si cacciava il più vivace cugino Gregory, ma gli rendeva anche pressoché impossibile comprendere che cosa Gregory o gli altri suoi coetanei trovassero di tanto divertente nelle loro burle e nelle loro bisbocce. Il suo intelletto era limitato e i suoi processi mentali lenti e faticosi ma non era affatto presuntuoso, semplicemente fiero del proprio buonsenso. Men che meno era geloso del fratello minore George, la cui intelligenza, lo sapeva, era superiore alla sua. Al contrario era molto orgoglioso di lui, che considerava un ragazzino assai brillante: e nonostante le sue elucubrazioni gli avessero mostrato che anime ardenti come quella di George rischiavano di allontanare i giovani promettenti dai sentieri della virtù, non aveva mai messo a parte la madre di questa preoccupazione né le aveva dichiarato la propria intenzione di tenere d’occhio George una volta che avesse terminato gli studi. Non si confidava con la madre ma non discuteva con lei; e non aveva mai pronunciato una parola di critica nei suoi confronti neppure con la sorella Jane.

Sebbene avesse ventiquattro anni non aveva mai fatto valere la propria opinione, motivo per il quale fu una sgradevole sorpresa per la madre sentirgli dichiarare che non vedeva il motivo per cui il ballo per Jane dovesse essere tenuto in casa dello zio e a sue spese. Sentì rapidamente ridursi il suo affetto per il figlio e dal momento che i suoi nervi erano già stati messi a dura prova avrebbero potuto arrivare in fretta a uno scontro se lui non fosse prudentemente battuto in ritirata.

Di lì a poco fu addolorato di scoprire che Jane condivideva i sentimenti della madre sulla faccenda, dichiarando che era detestabile da parte dello zio Vernon essere così scortese e così tirchio da lesinare qualche centinaia di sterline.

“Sono convinto, Jane,” dichiarò in tono di grande serietà, “che voi abbiate troppa decenza e buon gusto per desiderare di trovarvi tanto in debito nei confronti dello zio.”

“Oh, sciocchezze,” fu l’irosa risposta. “Per quale motivo, vi prego, non dovrei essere in debito con lui? Dopotutto sono certa che sia soltanto un suo dovere!”

Il labbro superiore di lui parve allungarsi, come accadeva quando era contrariato, e il giovane replicò con voce autoritaria: “Voglio essere indulgente verso il vostro disappunto ma oso pensare che troverete una festa tenuta qui, nella vostra casa, molto più gradevole di una grande folla ad Alverstoke House, dove a mio avviso più di metà degli ospiti vi sarebbero del tutto sconosciuti”.

La seconda sorella, Maria, che vedendo avvicinarsi la propria presentazione in società era indignata quasi quanto Jane, non riuscì a contenersi e aspettò a malapena la fine del misurato discorsetto prima di chiedergli perché dicesse tali idiozie. “Più gradevole un misero ballo qui, con non più di cinquanta invitati, rispetto al fare la propria prima apparizione ad Alverstoke House? Dovete essere pazzo!” disse a sua signoria. “Sarà una cosa squallida, perché sapete come è fatta la mamma. Ma se mio zio volesse dare un ballo per me, pensate solo che cosa magnifica sarebbe! Centinaia di ospiti e tutti raffinatissimi! Aragoste, aspic e… e chantilly e creme!”

“Invitati al ballo?” chiese Carlton con faticoso umorismo.

“E champagne!” interloquì Jane senza prestargli attenzione. “E io sarei stata in cima alle scale con la mamma e lo zio, con indosso un vestito di raso bianco decorato di boccioli di rose e mussolina rosa e con una ghirlanda!”

Quella splendida visione le fece salire le lacrime agli occhi ma non provocò la stessa emozione in Maria e Carlton. Maria le fece osservare che avrebbe fatto a pugni con le sue lentiggini e i capelli color rame, e Carlton osservò che cominciava a pensare che le sue sorelle dessero troppo peso alle frivolezze. Né l’una né l’altra lo degnarono di una risposta, ma quando aggiunse che da parte sua era lieto che Alverstoke avesse rifiutato di dare il ballo, la loro ira fu pari a quella della madre ma assai più rumorosa. Il giovane quindi se ne andò, lasciando le sorelle a deplorare la sua tediosità, a litigare su boccioli di rose e mussolina rosa e a convenire sul fatto che, per quanto lo zio fosse detestabile, la colpa era della loro genitrice che, entrambe le damigelle ne erano più che certe, doveva averlo indispettito…

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Jenny

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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