Super segnalazione: La ragazza nel giardino degli ulivi” di Dinah Jefferies edito da Newton Compton in tutte le librerie e on-line dal 29 Giugno 2020. Estratto

Sinossi

Toscana 1940. Nella splendida tenuta della contessa Sofia della Torre la pace tra gli ulivi è bruscamente interrotta dall’arrivo dei soldati nazisti. L’antico palazzo medievale nel cuore della lussureggiante campagna toscana no è più un rifugio sicuro, come non lo sono le case del paese vicino, i cui abitanti diventano oggetto delle vessazioni dei tedeschi. Sofia tenta disperatamente di offrire protezione a quante più persone possibile, senza però rivelarlo a suo marito Lorenzo, preoccupato per le ritorsioni che l’altruismo della moglie potrebbe scatenare. Quando Maxine, una giovane reporter italoamericana, arriva in italia per raccontare le imprese degli Alleati, i destini delle due donne si uniscono: Sofia e Maxine si ritrovano intrappolate in un gioco pericoloso che le costringerà a ricorrere a qualunque espediente pur di salvare quelli che amano…

Estratto

1
Borgo medievale di Castello de’ Corsi, Toscana
29 giugno 1944, ore 19.15

Sulla piazzetta dominata da persiane chiuse, balconi e coppi in cotto grava una pesante cappa d’afa, l’aria è impregnata di fumo e gli abitanti del posto già dormono o si sono nascosti. Le uniche voci sono quelle delle rondinelle, ma quando un grosso corvo dalle ali nere spicca il volo dall’alto della torre merlata, si leva uno schiamazzo assordante. Arriva un altro corvo. Poi un altro ancora. “Tre corvi”, pensa l’anziana. Tre sono un presagio di morte. Li conta sulle dita prima di bere un sorso di vino annacquato, seduta su una seggiola davanti alla porta di quella che un tempo era stata la casa di suo figlio. Malgrado sia una serata mite, si avvolge uno scialle di lana sfilacciata attorno alle spalle e reprime uno sbadiglio. «Vecchie ossa», mormora.

Gli antichi edifici in pietra che circondano la piazza risplendono nella luce dorata: le case, un paio di botteghe, il palazzo nobiliare con le sue grandi finestre a battente e i cornicioni sporgenti dai quali d’inverno gocciola l’acqua piovana. E poi l’unica porta ad arco che dà accesso al borgo, abbastanza alta e larga da permettere il passaggio di un cavallo e di una carrozza. Le rose cremisi piantate in un vaso d’argilla e poi abbandonate a se stesse si arrampicano fino al primo piano del palazzo e il loro profumo inebriante aleggia nell’aria del tardo pomeriggio. Fra non molto comincerà a calare il sole, una morbida palla che ancora brilla nel cielo azzurro, e l’orizzonte si tingerà di rosso.

È un raro momento di pace, ma la quiete è infranta da un grido che riecheggia in tutta la piazza. Un paio di persiane scure vengono sbattute. Una si spalanca e una giovane donna si affaccia alla finestra, allarmata, lo sguardo fisso sulla piazzetta. “E adesso? Cosa può essere successo?”. E l’anziana alza gli occhi come se già lo sapesse, anche se non c’è niente da vedere a parte qualche piccione che svolazza verso la cisterna al centro della piazza.

Un alito di vento smuove le foglie piatte di un fico e un ragazzino entra di corsa dall’enorme porta nella cinta muraria, poi strilla di nuovo mentre si lancia all’inseguimento di un cane bianco con tre zampe, che stringe tra i denti la crosta di pane del bambino. Girano attorno alla cisterna finché il bambino non scivola su un fico, e l’anziana ride vedendo scappare il cane. «Ti è andata bene, bestiolina», sussurra, e sì che conosce sia il bambino sia sua nonna, Carla.

Una donna vestita di blu entra nella piazza e si ferma in vista della torre. Lancia un segnale a un’altra figura femminile e le indica un punto alla sua destra. «Prova da quella parte». Non appena questa scivola via e svanisce tra le ombre di un androne, la donna in blu si incammina verso la torre, fermandosi giusto un istante quando sente il rombo di un motore. Di certo non possono essere i tedeschi, non a quest’ora. Gli Alleati, allora? Si attarda soltanto un secondo per farsi il segno della croce, poi prosegue.

Ma in quel momento, un momento che le rimarrà per sempre impresso nella memoria, sente un grido soffocato. Guarda su, schermandosi gli occhi dal sole, e l’incredulità pervade tutto il suo essere. Sullo spalto merlato in cima alla torre c’è una donna che dà le spalle alla piazza. Con il capo chino, se ne sta semplicemente seduta lì; non si muove, non si guarda attorno. Passano alcuni secondi. Si alza un’altra folata di vento e, lanciata una seconda occhiata alla torre, la donna vestita di blu aggrotta la fronte, disorientata, non è sicura di aver visto bene. Esclama a gran voce: «Fai attenzione!». Non riceve risposta. Era solo un’ombra o lassù c’erano due persone? La donna in blu urla di nuovo, ma ormai sta succedendo tutto troppo in fretta e la figura in cima alla torre si sta sbilanciando pericolosamente all’indietro. Cade qualcosa, si gonfia, svolazza, fluttua sospinto dal vento. La donna vestita di blu sta correndo, non ha mai corso tanto veloce in vita sua, inciampa e si fa lo sgambetto da sola. Vede il foulard di seta adagiarsi a terra e, con il cuore in gola, fa uno scatto verso la porta della torre.

2

Castello de’ Corsi
Sette mesi prima, novembre 1943

Con un misto di struggimento e speranza, Sofia contemplava la Val d’Orcia, dove le pendici brune delle colline sfumavano di vallata in vallata e il cielo, violaceo e rischiarato in controluce dal sole al tramonto, sembrava trattenere il respiro. In lontananza, il Monte Amiata vegliava su di loro, solitario e meditabondo, mentre le foglie ramate delle vigne e delle querce, che rifulgevano caparbiamente nei loro ultimi giorni di gloria, non facevano altro che accrescere il suo desiderio di recuperare ciò che avevano perduto. Si stava avvicinando l’inverno, ma Sofia continuava a sognare le calde notti estive, quando, sdraiati a terra ad ammirare le lucciole e a bere vino rosso direttamente dalla bottiglia, si faceva solleticare le dita dei piedi nudi dall’erba secca.

Un tempo amava quelle esperienze liminali, quei pochi istanti in cui il mondo si velava, diventava magico, impossibile; amava i minuti che separavano sonno e veglia, perché né l’uno né l’altra potevano reclamarla. Riusciva a credere che stessero ancora camminando mano nella mano negli uliveti polverosi, fantasticando e facendo progetti per il futuro senza minimamente sapere cosa li attendeva.

Mentre la sera si tingeva d’inchiostro e cominciava a insinuarsi nel salottino, Sofia tirò a sé le persiane cigolanti, sbattendole con talmente tanta violenza da far tremare il telaio della finestra, dopodiché chiuse anche i vetri e si voltò a dare una rapida occhiata all’ambiente. Quando si accovacciò davanti al caminetto per gettare un altro ciocco di legno sul fuoco, sentì il profumo intenso e confortante dei sigari di Lorenzo, poi lanciò un altro sguardo al divano di velluto celeste sbiadito su cui era seduto, con i due cani addormentati ai suoi piedi. Nelle ore più tranquille, la casa viveva anche le sue ore più buie, ed era allora che le sue paure la perseguitavano. Le ombre nella stanza mutavano a seconda del guizzare delle fiamme, vive e mostruose nel loro allungarsi quasi fino al soffitto, per poi ridursi quando il fuoco si indeboliva. Ma riusciva comunque a vederle brillare nei suoi occhi grigi e gentili. Non sapeva cosa pensasse o provasse. Angoscia, sì, ma quel leggero nervosismo che gli si leggeva in faccia era una novità. Diede un colpetto sulla seduta del divano e Sofia si stiracchiò prima di andare ad accoccolarsi accanto a lui.

Nel momento in cui le passò le dita tra i capelli per tirarglieli indietro e scostarglieli dal viso, lei provò una strana sensazione, come se stesse perdendo alcune parti di sé; parti di lui, anche.

«Ecco, ora sì che riesco a vederti», le disse.

«Mi vedi di continuo», replicò lei, poi gli disse di aver pensato ai campi di papaveri.

«Oh?»

«Quanto vorrei che fosse maggio, così sarebbe già tutto finito».

Lui fece una smorfia, dubbioso. «Potrebbe non essere così».

«Li ho sognati. I papaveri». Non aggiunse, però, che i petali dei papaveri si erano sciupati e che le corolle dei fiori grondavano sangue.

Prendendole una mano per esaminarle le unghie spezzate, lui addolcì il tono. «Questo sporco incrostato sotto quel che resta delle tue unghie non è vernice, vero?»

«Ho fatto giardinaggio».

«Ah, già. Be’, io invece stavo pensando a Firenze».

«Intendi prima?»

«Quando frequentavi l’accademia di Belle Arti e io studiavo alla facoltà di Agraria».

Sofia sorrise al ricordo della diciannovenne spensierata di un tempo.

«Era il 1920», aggiunse lui. «E tu sei ancora la stessa».

«Piccola? Pallida? Sciupata?»

«Nient’affatto». I suoi occhi sprizzavano allegria, divertiti. «Elegante. Bella come sempre. Tu non cambi mai, mentre io sto ingrigendo». Si passò una mano tra i capelli sale e pepe.

«A me piacciono così».

«Ma ultimamente non dipingi più come un tempo, vero?»

«Da quando è iniziata la guerra, ma adesso ho ricominciato».

Si rintanarono nel silenzio, ciascuno con le proprie riflessioni. Sofia desiderava ardentemente rievocare quei primi tempi, ricordarsi chi era realmente l’uomo seduto al suo fianco, chi era lei, persino, ma non riusciva a trovare le parole. Lo osservò con attenzione, ma lui sorrideva e basta, e si chiese se non stessero pensando alla stessa cosa. Nella quiete assoluta, sentiva il ticchettio dell’orologio di suo nonno che sovrastava il crepitare del fuoco e scandiva lo scorrere dei secondi, allontanandoli sempre di più a mano a mano che il silenzio si protraeva.

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Jenny

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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