“Quando l’amore chiama, io non rispondo” di Anna Zarlenga edito da Newton Compton dal 28 Maggio 2020 in tutte le librerie e on-line. Estratto

Sinossi

Dall’autrice del bestseller Spiacente, non sei il mio tipo

Aida è un’idealista nata e non ha paura di lottare per le cose in cui crede. Per questo ha deciso di difendere i diritti dei suoi colleghi accettando di diventare la rappresentante sindacale dell’azienda in cui lavora. Una mattina, mentre sta correndo per non arrivare tardi al lavoro, una distrazione la fa scivolare e cadere. E proprio mentre tenta di alzarsi un affascinante sconosciuto appare al suo fianco per soccorrerla. Anche se non è disposta ad ammetterlo, Aida sente che quell’incontro ha lasciato in lei un segno… Peccato che, proprio durante la riunione, le venga presentato il nuovo responsabile delle risorse umane, che Aida aveva promesso di contrastare con tutte le forze: si chiama Dennis Castelli ed è la persona che l’ha soccorsa solo pochi minuti prima. Decisa a non ascoltare il proprio cuore, Aida si impegna nella sua battaglia, anche se l’atteggiamento di Dennis non fa che confonderla: cerca di prendersi gioco di lei o è possibile che abbia davvero a cuore gli interessi dei dipendenti? Tra pregiudizi, battibecchi, equivoci e codici di condotta autoimposti, Aida e Dennis dovranno trovare un accordo. Non solo per il bene dell’azienda, ma anche per il proprio cuore.

Lei lavora in un call center e diffida sempre dei suoi superiori.
Lui è il nuovo responsabile delle risorse umane. 
E allora perché ne è così incredibilmente attratta?

«La scrittura pulita e scorrevole di questa autrice rende le sue storie indimenticabili.»

«Anna Zarlenga ha uno stile molto diretto e ironico, nelle pagine si riesce a percepire che è una persona matura e di cultura, i dialoghi sono molto distinti e coinvolgenti.»

«Grazie Anna per avermi fatto evadere dal solito tran tran quotidiano regalandomi ore di allegria.»

Estratto

A chi sogna e a chi spera.
A chi parla e a chi ascolta.
A mia madre che ogni giorno
sogna insieme a me.


L’ammore è ’na jurnata ’e sole
ca schioppa all’intrasatta dint’ ’o core
A livella e Poesie d’amore, Totò

Capitolo primo

Aida

Il lunedì è antisindacale. E se lo dico io, che di queste cose me ne intendo…

Mi sto trascinando a forza verso la fermata del treno che mi porterà in ufficio. Oggi è una giornata impegnativa. Una giornata impegnativa, e lunedì: se questa non è sfiga non saprei come altro definirla. Io odio il lunedì, comunque… giusto per fugare tutti i dubbi.

La gente si accalca sulla banchina, qualcuno sporge la testa, sperando di scorgere il treno. So già che arriverà con qualche minuto di ritardo, me lo annuncia il servizio di mobilità con una notifica via SMS. Probabilmente sarà pieno da far spavento.

Squilla il telefono. Accidenti, è Gianni. Se mi chiama a quest’ora, non sono certo buone notizie.

«Ehi, Gianni!», esordisco, reprimendo uno sbadiglio. Non devo più fare le ore piccole a guardare serie TV cinesi, non fa bene alle mie occhiaie. E a ventott’anni uno deve pur cominciare a pensare alle occhiaie.

«Ricordati di passare da me durante la pausa. Dobbiamo parlare urgentemente».

«Potrei mai dimenticarlo? Fino a mezzanotte mi avete tempestato di messaggi sul gruppo».

I gruppi WhatsApp sono il male sceso in Terra. Lo so bene, ma non posso farne a meno, visto che dobbiamo sempre e comunque essere aggiornati. La notizia bomba è arrivata venerdì pomeriggio, ovviamente. L’azienda fa sempre pervenire le notizie bomba di venerdì, in modo da rovinarci il weekend. O forse per permettere all’ira di scemare sotto l’attacco del ragù domenicale, la cui lunga digestione ottenebra i sensi. In effetti stamattina sono molto meno incazzata rispetto a venerdì, ma il succo del discorso non cambia.

«Dobbiamo iniziare le “procedure di raffreddamento”. Richiedere un incontro. Non possiamo mostrarci deboli, non ora!».

«Lo so bene. E saremo incisivi, stai tranquillo. Dobbiamo difendere i nostri diritti e non ho intenzione di cedere di un millimetro. Richieste chiare e inequivocabili, decisione e compattezza».

Il mio animo battagliero si risveglia a poco a poco e, quando finalmente arriva il treno, cigolante per il peso della folla che vi è stipata, mi sento piena di buone intenzioni. «Ti devo lasciare, ci vediamo tra poco».

Schivo per miracolo un tizio con una chitarra a tracolla che rischia di rendermi orba da un occhio. Che ci fa uno con una chitarra a tracolla su un treno? Inizia il tetris umano di ogni mattina. Dopo qualche secondo, riesco a incastrare opportunamente gambe e braccia in una posizione che mi fa somigliare vagamente a un geroglifico, ma che almeno mi assicura stabilità, visto che non ho alcun appiglio.

Il treno regala scossoni poco piacevoli. Mi consolo pensando di stare allenando glutei e gambe per mantenere l’equilibrio. Per fortuna da casa mia al lavoro sono solo quattro fermate e arrivo quasi indenne all’obiettivo. Quando scendo dal vagone, accolgo come una salvezza inaspettata l’aria fresca del mattino. Sono del tutto sveglia e pronta a tirare fuori le unghie.

Passando dal tornello mi sembra di essere una specie di dea vendicativa. Devo avere lo sguardo infuocato, rischio di incenerire chiunque mi fissi.

Sono tosta, sono combattiva e… tremendamente in ritardo. Me lo annuncia l’enorme orologio a cristalli liquidi in corridoio. Accidenti, se non mi sbrigo dovrò sprecare mezz’ora di permesso e non ci tengo proprio. Affretto il passo lungo il corridoio, pregando che Margherita, la mia coordinatrice, sia altrove e non si accorga della mia entrata. Un cartello mi avverte che il pavimento è bagnato, ma non ci faccio troppo caso. Il linoleum di cui è ricoperto è a prova di slittamento.

Mentre studio un modo gentile per rispondere alle provocazioni che Margherita di certo mi rivolgerà, mi sento improvvisamente venir meno la terra da sotto i piedi. E non parlo in modo figurato. In due secondi mi ritrovo a contemplare il pavimento, stesa con braccia e gambe aperte a mo’ di turista spiaggiato. Cosa cavolo è successo?

«Tutto bene?».

Ho appena il tempo di sollevare lo sguardo che due braccia decise mi tirano su. Cerco di ricompormi e osservo il mio salvatore. Non mi pare di averlo mai visto. Ha un’aria insolitamente rilassata, troppo per essere un dipendente. Forse è un ospite.

«Direi che non va bene per niente», rispondo cominciando a raccattare tutto quello che è uscito dalla mia borsa. Il mondo, in pratica. «Questo incidente mi rende uno dei ritardatari ufficiali del giorno».

«Ed è una cosa grave?», mi interroga con tono stranamente partecipe. Il suo accento non è familiare. Credo che sia settentrionale. Ha un tono di voce fermo e calmo, non come il mio. In genere io parlo sempre come se incombesse la fine del mondo.

«Tu non lavori qui, vero?»

«No, cioè sì. Da oggi».

Ecco spiegato l’arcano! Il poverino non sa che cosa l’aspetta.

«Bene, allora lascia che ti spieghi in breve come vanno le cose. Sei in ritardo? Croce nera sulla scheda personale. Ti lamenti? Croce nera sulla scheda personale. Vai troppo in bagno? 

Croce nera sulla scheda personale. Non voglio scoraggiarti ma… abituati a ritmi assurdi e fallo in fretta, se vuoi sopravvivere».

Il tizio mi osserva e mi passa un assorbente che ha fatto un volo di due metri sul pavimento. E lo fa senza alcun imbarazzo. «Credo proprio che me ne ricorderò».

Mi sento un po’ spiazzata dal suo tono meditabondo. Ha una voce calda e, ora che lo guardo meglio, un aspetto niente affatto da buttare. I capelli biondi gli ricadono un po’ ribelli sulla fronte e ha anche un accenno di barba. Da quello che vedo, i jeans gli stanno a pennello e, se si girasse, so anche che potrei ammirare un lato B di tutto rispetto. Ho il fiuto per queste cose.

«Sarà utile, credimi. Se hai bisogno di consigli, fai un fischio. Io sono Aida, comunque».

Il tipo mi stringe la mano e… accidenti che presa! Sarà

molto interessante averlo intorno.

«Io sono Dennis, il piacere è mio. Credo che ti chiederò

altri… consigli».

Ho immaginato solamente una lieve sensualità quando ha pronunciato la parola “consigli”? Deglutisco, improvvisamente a disagio. Dovrei lasciargli la mano, vero? Già, dovrei. Anche perché sono in un ritardo vergognoso.

«Ok. Ci si vede in giro. Ora devo andare, se non voglio che la mia team leader mi spelli viva».

Fuggo peggio di una gazzella inseguita da una decina di leoni per raggiungere la mia postazione ed eccola lì, ad aspettarmi al varco.

«Poi ci lamentiamo che l’azienda va in malora!», ci tiene a precisare alzando la voce. Giro la testa e noto che sta passando nel corridoio l’amministratore delegato. E ovviamente è solo un caso che lei si stia lanciando in una filippica a difesa dell’azienda. Che comprende una ramanzina a me e al mio essere in ritardo. «Voi non avete rispetto per le regole!».

«Guarda che non è colpa mia se il treno ha fatto ritardo. Esistono gli imprevisti. Hai presente gli imprevisti?».

No, non deve averli presente, altrimenti non sarebbe così inflessibile. Gli imprevisti non esistono per Margherita, scommetto che il suo Monopoli nemmeno ce li ha.

«E allora? Il lavoro è lavoro», mi risponde sbuffando, come se non avessi capito niente. Ecco, è come ho sempre sospettato: Margherita una vita non ce l’ha. E forse non gioca nemmeno a Monopoli.

Prendo un bel respiro per non risponderle a tono. È una mia coetanea e la sua unica colpa è quella di avere un livello di inquadramento più alto del mio. Cosa insignificante dal punto di vista economico, ma leggermente invalidante dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro. Tecnicamente è un mio superiore. In pratica io ne so molto più di lei. In una cosa però è campionessa: sa rompere le scatole come pochi. Certo, immagino che non sia proprio semplice dirigere un team di trenta persone. Lo fa con un piglio dittatoriale, però, e sembra aver dimenticato di colpo i tempi in cui abbiamo lavorato fianco a fianco. È la cosa che in assoluto mi dà più fastidio.

«Ascolta, Margherita, mi piacerebbe molto parlare delle tue teorie, ma sai… ho parecchio lavoro da fare per mantenere la produttività richiesta dall’azienda. E sono in ritardo, comegentilmente mi hai fatto notare. Se vuoi scusarmi, io accendo il computer».

Le volto le spalle e comincio ad armeggiare alla scrivania. Ho pratiche giacenti che continuano ad ammuffire, in attesa di una risposta alle email con le quali cerco di districarmi nel mare delle procedure ufficiali. Lavoro in un’azienda specializzata nel fornire assistenza di qualsiasi tipo e gestiamo la clientela di numerose ditte. Siamo esperti di tariffe, estratti conto bancari, funzionamento di elettrodomestici, preparazione del caffè… La Hello Inspiration Spa è leader in questo settore. Qualcuno ci chiama operatori di call center. Io, invece, preferisco il termine “operatori di miracoli”. Attualmente mi occupo di tariffe per una compagnia di distribuzione gas. Rispondo ai clienti, spiego loro come leggere le bollette, ascolto i loro sfoghi. Tutti i giorni.

Sarà una giornata molto lunga. Premo il pulsante che mi abilita alla ricezione delle telefonate e non ho nemmeno il tempo di abituarmi all’idea che arriva la prima chiamata. Comincia il delirio.

Passano circa due ore di tormento che mettono il mio cervello a dura prova. Dovrei andare in pausa, ma c’è una cliente tenace che non mi molla.

«Dicevo, signorina, non ho ancora ben compreso questo aumento di tre centesimi sulla mia media semestrale. Io leggo il contatore, lo sa?», sento dire in cuffia.

A volte mi stupisco di come la gente sia attenta alle virgole. Chiariamoci, credo sia anche giusto, ma io, per esempio, le mie bollette nemmeno le guardo. Forse perché dopo averle analizzate tutta la giornata ho la nausea. Di certo non noto un aumento di tre centesimi, ma la signora Rachele Rossi, evidentemente, non sapeva come impiegare il tempo, oggi. Probabilmente ha smesso di recitare il rosario con le comari e ha pensato «Toh, ora che faccio? Semplice, mi faccio spiegare la bolletta. Tanto rispondono a qualsiasi ora». Già. Noi rispondiamo sempre.

«Signora Rossi, come le ho già spiegato, non c’è niente che non vada nei suoi consumi. È tutto assolutamente regolare».

«Lei dice così perché è pagata per farlo, ma io lo so, cosa crede? Tre centesimi per ogni utente e i vostri capi si fanno la villa al mare, sulle spalle nostre!».

Santo cielo, ci mancava solo la teoria complottista del cliente.

Poche sono le certezze nella vita: la morte, la pioggia a Pasquetta e la telefonata del cliente pignolo a fine turno o a cavallo della pausa.

«Sarei lieta di parlarne con lei, signora, ma…». Diciamo che tra quindici secondi sarei legittimata a prendermi un caffè, sono al telefono da venti minuti a ripetere la stessa cosa e la mia team leader mi lancia sguardi al vetriolo indicandomi l’orologio. E non perché si preoccupa per me, no di certo. Il problema è che sto parlando con questa persona da troppo tempo e sto abbassando la produttività della giornata. Ma cosa dovrei fare? Mica posso attaccarle il telefono in faccia. No, perché mi beccherei un richiamo. Non si fa. E oggettivamente sono d’accordo. A me darebbe fastidio. E allora? Come me la sbrigo? Con un espediente dell’ultimo secondo, ovviamente.

«Signora, facciamo così. Comprendo le sue motivazioni e le assicuro che controllerò tutta la bolletta con calma. Possiamo sentirci… che so… tra qualche giorno? Giovedì?»

«Devo chiamare io?»

«No, no di certo. La richiamo io».

«Dicono tutti così, poi non richiamano mai».

«Io non sono tutti!», replico convinta, e non devo affatto recitare. Io prendo davvero nota. Il problema è che spesso non riesco a rispettare gli appuntamenti, ma questo solo perché si presenta altro lavoro da fare. E perché la mia agenda sembra un’accozzaglia di fogli messi insieme alla rinfusa. Io l’appunto lo prendo, ma poi non mi ricordo dove l’ho scritto…

«Le voglio dare fiducia, ma io questa bolletta non la pago».

«Capisco. Scade tra venti giorni, quindi non c’è fretta. Ci risentiamo giovedì».

«Va bene», replica poco convinta la signora Rossi.

«E non dimentichi il sondaggio di qualità», le ricordo in extremis. Ho solo immaginato la risata beffarda che mi ha indirizzato prima di chiudere il telefono? Questa mi distruggerà con un’opinione negativa? Dovrebbe importarmene poco, ma cavolo! Ho ascoltato le sue elucubrazioni per venti minuti, non mi merito un voto negativo.

Guardo lo schermo del computer: ho sforato con i tempi, in tutti i sensi, ma finalmente ora posso andare. Nessuno rovinerà la mia pausa.

«Finalmente, ti stavi forse fidanzando con il cliente?», mi beffeggia Margherita, il mio capo. Ridacchio. Non voglio dare alla cosa troppo peso. Non più di quello che le dà lei.

«Difficile visto che era una signora anziana», spiego mettendo in ordine la postazione. Oddio, ci vorrebbe una bomba atomica per eliminare questo caos: cartacce di cioccolatini, un paio di bicchierini di plastica abbandonati, una scatola che prende metà scrivania zeppa di fogli e di scatole di tisane drenanti per quelle volte che decido di dovermi depurare… un manicomio, insomma. Sospirando, raccatto le cartacce e i bicchierini e li getto nel cestino.

Dopo la pausa metterò a posto. Forse. Se non dovrò far altro, ovviamente.

«Mi aspetto, la prossima volta, una gestione più convincente e sbrigativa», continua l’arpia.

Reprimo la rispostaccia che sta per uscirmi dalla bocca. In fondo sono parecchio stanca e voglio solo allontanarmi un po’ da qui per riprendermi. Nonostante io non mi faccia mai pregare per parlare, questa volta decido che il silenzio è la cosa migliore. Non voglio rischiare di intavolare una discussione infinita che mi farà perdere solo tempo. La mia team leader, forse, non ha una vita sociale, ma io per fortuna sì.

Attorno a me è un viavai di persone che girano per l’open space. Qualcuno deve attaccare il turno, altri invece stanno andando via.

«Ehi, Aida! Stavo cercando proprio te», mi apostrofa Gianni, il collega del sindacato a cui faccio sempre riferimento.

«Non ho molto tempo, sono in pausa, ho bisogno di un caffè ora e se non rientro in tempo Margherita vorrà il mio scalpo».

«Margherita dovrebbe preoccuparsi di altro, piuttosto che fare il finto capo. Non ti ruberò molto tempo, comunque. E il caffè te lo offro io. Anche se quello del distributore è un’offesa alla bevanda».

Confermo la sua affermazione con una risata. Il caffè in azienda ha davvero un sapore osceno, ma per quanto mi riguarda è questione di sopravvivenza. «La notizia è vera?».

Gianni annuisce. «Niente premio annuale. Pare che non abbiamo raggiunto gli obiettivi».

«Ma se ci spremono come limoni!». Cosa vorrebbero da noi? Il sangue?

«A loro non importa di noi. Pare, tra l’altro, che ci sia aria di cambiamenti in corso».

«Non ne dubito, forse promuoveranno qualche loro pupillo e muoveranno le pedine a loro piacimento. Come al solito».

«Scopriremo presto cosa vogliono. Stanno organizzando riunioni con gli operatori a piccoli gruppi».

«Molto bene. Ho giusto due cosette da dire», mi affretto a informarlo.

«Devo avere paura?»

«Come sempre, Gianni. Come sempre».

Mi conoscono come una donna senza peli sulla lingua. E oggi ne avranno l’ennesima prova. Chiunque mi si presenterà davanti.

Lei lavora in un call center e diffida sempre dei suoi superiori.
Lui è il nuovo responsabile delle risorse umane. 
E allora perché ne è così incredibilmente attratta?

L’autrice

Anna Zarlenga, nata a Napoli nel 1979, è laureata in Lettere moderne. Insegnante e madre a tempo pieno, blogger e lettrice per diletto, ha cominciato a sperimentare la scrittura un po’ per gioco. Da quel momento non si è più fermata. La Newton Compton ha pubblicato Spiacente, non sei il mio tipo Quando l’amore chiama, io non rispondo.

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Jenny

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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