“Quam Pulchra es Caravaggio innamorato” di Gartano Gaziano edito da Albatros, prefazione di Agostino Ziino musicologo

Sinossi

Quam pulchra es – Caravaggio innamorato: origine di questo romanzo breve

Di Caravaggio ci è stata sempre raccontata la tempestosa vicenda umana di pittore geniale e maledetto.

Mentre ci si è poco soffermati, dai suoi primi biografi a quelli moderni, sulla sua storia d’amore.

Storia autentica d’amore e redenzione, tra una “signora delle camelie” del Seicento, vera e non letteraria, Maddalena Antognetti, detta Lena, e un giovane artista squattrinato, alla ricerca di affermazione e successo, Michelangelo Merisi, detto Caravaggio.

Quando Caravaggio l’incontrò, Maddalena era una cortigiana ben nota a Roma e fu subito amore travolgente.

Lei abbandonò la sua “professione”, per diventare la compagna del pittore bello, povero e talentuoso, e la sua modella preferita.

Caravaggio l’amò di un tenero e profondo sentimento e la idealizzò a tal punto da usarla sempre  per raffigurare la Madonna, destando grande stupore e “schiamazzo” nella Roma papalina degli inizi del secolo, come ci ricorda il suo primo biografo, Giovanni Baglione, pittore suo coetaneo, per l’ardire o, peggio, per la sfrontatezza di rappresentare la Vergine avendo a modella una ex prostituta. 

Caravaggio,  però, non volle mai sentire ragioni: Maddalena era la sua Madonna e come tale doveva essere accettata da tutti.

E, se incontrò forti resistenze nelle alte sfere della gerarchia ecclesiastica e tra l’aristocrazia nera romana, i suoi dipinti, di contro, vennero accolti con favore dai popolani che vedevano nella Madonna, così come la raffigurò Caravaggio, una rappresentante della loro stessa classe di diseredati. Una di loro.

Il mio romanzo breve abbraccia l’arco della vita di Caravaggio a Roma e si ferma a pochi mesi prima del disgraziato incidente, l’omicidio di Ranuccio Tomassoni, che lo trasformerà, da pittore più ricercato e acclamato che era diventato del suo tempo, in un perenne fuggiasco, alla continua ricerca di asilo e protezione, fino alla prematura morte a Porto Ercole, in attesa della grazia che gli era stata concessa e che non gli servì.   

In quello scorcio di tempo, Caravaggio realizzò, con la sua Lena, una delle storie d’amore più intense e “romantiche” di sempre.  

Si tratta di un romanzo, non di una biografia. Sottolineo il fatto perché, a latere della vera storia d’amore tra i due giovani, ho inserito episodi frutto della mia fantasia. Verosimili, non documentabili.

Come l’incontro di Caravaggio in carcere con Giordano Bruno.

Caravaggio entrò ed uscì spesso dalle carceri di Tor di Nona, la prisone dello Papa, mentre vi era recluso Bruno in attesa della sentenza del processo per eresia. Non è improbabile, quindi, che l’abbia incontrato.

La stessa considerazione vale per l’incontro con San Filippo Neri. Caravaggio giunse a Roma negli ultimi anni di vita del fondatore del primo oratorio per giovani di strada e frequentava gli stessi ambienti poveri del santo.

Il titolo prende spunto dal dipinto di Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto, che si trova nella Galleria Doria Pamphilj, a Roma. Nello spartito che regge San Giuseppe per l’angelo violinista è trascritto il mottetto Quam pulchra es del compositore fiammingo Noël  Bauldewijn, tratto dal Cantico dei Cantici, che il pittore dedicò alla sua amata Lena, ancora una volta immortalata come modella per raffigurare la Madonna. L’identificazione è stata fatta dalla storica dell’arte Franca Trinchieri Camiz e dal musicologo Agostino Ziino.

Quando lessi l’articolo dei due studiosi su quella identificazione, che ritenni di straordinario interesse culturale, pensai di scrivere qualcosa al riguardo.

Primo passo, ovviamente, rivedere il dipinto che avevo visto trent’anni prima. Distrattamente, devo ammetterlo.

Sono tornato alla Galleria Doria Panplilj e ho sostato davanti al Riposo un’intera giornata, in stendhaliana ammirazione. Ne ho “anatomizzato” ogni singolo dettaglio, concentrando la mia attenzione, naturalmente, sui particolari che mi interessavano di più: la Madonna, ovverosia il ritratto di Lena Antognetti, e lo spartito.

Lena è raffigurata con il capo reclinato a sinistra con un’espressione dolce e serena, la stessa postura che ha nel dipinto Maddalena penitente di qualche anno prima. La serenità sta ad indicare, a mio avviso, la nuova vita della compagna di Caravaggio che, per lui, abbandonò l’esistenza lussuosa di cortigiana per unirsi a un giovane artista dal futuro, ai tempi del dipinto, incerto e precario. E la collana di perle, spezzata a terra nel secondo dipinto, è un evidente simbolo di quella scelta coraggiosa, drastica ma serena.

Per lo spartito che regge San Giuseppe, mi ero attrezzato di una robusta lente di ingrandimento, a scrutarlo nota per nota, anche se non so leggere la musica. Ho sentito diffondersi nell’aria, idealmente, l’armonia del mottetto che conoscevo già attraverso un cd, oggi praticamente introvabile, della Schola Romana Ensemble.

Mi sono commosso a pensare cos’altro avrebbe potuto realizzare, qual altro capolavoro, questo giovane e infelice artista, se solo fosse vissuto, non dico quanto Michelangelo, ma almeno altri dieci o venti anni in più.

Mi sono consolato, pensando al grande, intenso amore che poté realizzare con la sua Lena, pur nella breve esistenza, e l’ho voluto raccontare. 

Chi narra di Caravaggio ha forte la tentazione di fare riferimento alla burrascosa vita del peintre maudit, del pittore geniale e maledetto. Scontato, mi sono detto. Quam pulchra es mi deve, invece, guidare, deve essere la mia fonte di ispirazione. Voglio scrivere una storia d’amore, voglio parlare di Caravaggio innamorato.

Concluso il lavoro, ho voluto contattare i due studiosi della straordinaria identificazione, per ringraziarli del loro contributo culturale e per chiedere, facendomi più ardito, una loro prefazione, sia pur breve, per gratificare, con la loro autorevolezza di ricercatori, il mio divertissement letterario.

Ho appreso, purtroppo, che Franca Trinchieri Camiz, storica dell’arte, non è più tra noi, lasciando un grande vuoto nel mondo della ricerca.

    Mentre Agostino Ziino, musicologo, si è mostrato subito disponibile a dare la propria testimonianza. Prima di arrivare alla prefazione che segue, c’è stato con lo studioso un proficuo scambio di mail. Devo confessare che mi ha creato una certa emozione la sua affermazione: E’ stato un vero piacere leggere il suo libro che mi ha stimolato questi approfondimenti. Mi sembra che ci sia una sorta di circolarità: lei è stato stimolato dal mio articolo ed io sono stato stimolato dal suo romanzo.

Di tutto ciò, sentitamente lo ringrazio, Gaetano Gaziano

Prefazione

Al Benigno Lettore*

Quam pulchra es: il lavoro del musicologo e il miracolo dell’email

L’Autore di questo piacevolissimo e gradevolissimo ‘romanzo’ – da lui definito semplicemente come un divertissement – pieno di storia e di erudizione, ma anche di fantasia, nell’Introduzione afferma di essere stato sollecitato a scrivere il ‘romanzo’ dalla lettura di un mio articolo su Caravaggio e la musica scritto ‘a quattro mani’ con Franca Trinchieri Camiz nel lontano 1983.  

    Scrive altresì di essere rimasto colpito da un passaggio contenuto in una mia email di qualche giorno fa nel quale sostenevo che tra noi due, pur non conoscendoci personalmente, si era determinata una sorta di virtuosa circolarità culturale nel senso che se lui aveva preso spunto da una scoperta che avevamo illustrato nel nostro articolo io, a mia volta, sono stato ora sollecitato proprio dopo la lettura del suo ‘romanzo’ a rivedere alcune conclusioni alle quali eravamo giunti a quell’epoca e sulle quali tornerò tra breve.

    Ma, prima di entrare in medias res desidero ringraziare Gaetano Gaziano perché con questo suo libro ha dato involontariamente un senso al mio lavoro di studioso, di musicologo. Difatti mi sono chiesto più volte a cosa servono le mie ricerche – ma forse anche quelle di tanti miei colleghi – confluite per la maggior parte in articoli su riviste specializzate e, ma in misura molto minore, in libri sulla storia della musica o sui tanti altri aspetti della musica se sono rivolti sempre e unicamente ai cosiddetti ‘addetti ai lavori’.

    A mio parere è necessario uscire da questo specialismo esasperato nel quale ci siamo ghettizzati e cercare di raggiungere un pubblico molto più vasto proprio per fargli comprendere che la musica non ha solo una funzione ludica ma è principalmente un valore, un bene storico-artistico e ‘culturale’ da studiare, tutelare e valorizzare.

    Gaziano è quindi, probabilmente, il mio primo, e finora forse unico, lettore al di fuori dei miei colleghi musicologi e questo mi è bastato per dare un senso più pregnante a tutta la mia attività di studioso e mi ha stimolato, alla luce di quanto egli ha immaginato nel suo libro, ad approfondire quanto Franca ed io avevamo scritto nell’articolo suddetto. Ma questo va anche a merito dell’Autore in quanto dimostra da parte sua una grande apertura ed una curiosità nei riguardi di cose che non rientrano necessariamente tra gli strumenti di uno scrittore.

    Ma, cosa della nostra ricerca ha colpito l’immaginazione e la sensibilità di Gaziano? L’aver noi identificato nel quadro di Caravaggio intitolato Riposo durante la fuga in Egitto il testo posto sotto la musica  dipinta da Caravaggio su un foglio di carta pentagrammata tenuto da san Giuseppe mentre un Angelo che gli sta di fronte la suona: si tratta del Superius, cioè della parte più acuta, del bellissimo mottetto a quattro voci che inizia  Quam pulchra es et quam decora tratto dal Cantico dei Cantici, messo in musica dal compositore fiammingo Noël Bauldeweyn (Baulduin) e pubblicato nel Quarto Libro della raccolta intitolata Moteti de la Corona edita da Ottaviano Petrucci nel 1519.   

    E’ evidente che Caravaggio deve essere rimasto incantato da questo testo meraviglioso (che nel ‘romanzo’ è riportato nella traduzione italiana) ed ha ragione Gaziano quando dice che la destinataria ideale e poi non tanto nascosta deve essere stata Maddalena (Lena) Antognetti, la donna di cui il grande pittore si era ‘innamorato’, avvalorando con questo la tesi che assegna a molte parti del Cantico dei Cantici un significato quasi erotico.

    Questo testo, come solo ora possiamo sapere attraverso i repertori musicali e musicologici più recenti, era stato messo in musica già da John Dunstable, Johannes Lupus (o Lupi), Jean Mouton e John Pyamour. Ci si potrebbe chiedere – cosa che né io né Franca facemmo a quell’epoca – per quale motivo Caravaggio avesse scelto proprio la versione musicata da Baulduin.

    In primo luogo ho l’impressione che a Caravaggio interessasse più il testo, che alludeva chiaramente alla sua amata Lena, che non la musica. Quindi, se questo è vero, allora sarebbe bastato identificare il testo poetico in latino per capire il significato, fino ad ora nascosto, di questo particolare iconografico. 

    Oggi, però, dopo una breve ricerca, penso che la scelta di Caravaggio sia stata dettata più che altro da motivi pratici, ma non per questo meno interessanti sul piano storico-musicale, in quanto egli scegliendo Baulduin poteva disporre facilmente di una fonte a stampa del Quarto Libro dei Motetti de la Corona ancora più recente pubblicata a Roma da Giunta-Dorico-Pasotti nel 1526, mentre le versioni degli altri quattro compositori ci sono state tramandate solo attraverso copie manoscritte – oggi ancora conservate in alcune biblioteche dell’Italia del Nord –, anche allora di non facile reperibilità.

    Osservo però che la chiave posta all’inizio del pentagramma è correttamente una chiave di Sol, vale a dire di violino – lo strumento suonato dall’Angelo – il che fa pensare che Caravaggio più che utilizzare l’edizione a stampa puramente vocale del 1526 nella quale la chiave del Superius è quella di Do-Soprano Caravaggio abbia preso la musica da una copia manoscritta destinata al violinista, la qual cosa ci testimonierebbe che a fine ‘500 i mottetti polifonici potevano essere eseguiti anche con un consort di strumenti a corda oppure con un violino accompagnato presumibilmente dall’organo.

    Ricordo che Caravaggio soggiornò a Palazzo Madama, residenza del cardinal Del Monte committente del Riposo, dal 1597 al 1601, quindi molto facilmente avrebbe potuto procurarsi la copia manoscritta di Quem pulchra es conservata nell’archivio della cappella privata del cardinale. 

Gaziano, tuttavia,  lascia intendere, pur non dicendolo esplicitamente, anche un’altra interpretazione, vale a dire che il cardinale Francesco Maria Del Monte, ambasciatore dei Medici presso la Santa Sede, potrebbe aver avuto una preferenza particolare per questo mottetto di Baulduin e che Caravaggio, inserendone la musica nel quadro, avrebbe inteso fare un omaggio al cardinale, il quale d’altra parte ne era stato proprio il committente. Cosa tutt’altro che improbabile in una società in cui l’attività artistica viveva sul mecenatismo.

    Difatti con un colpo di fantasia l’Autore immagina che Del Monte, una volta acquisito il dipinto, avesse organizzato un ricevimento nella sua residenza a Palazzo Madama per presentare il quadro ai suoi amici, presenti Caravaggio e Lena, a seguito del quale si sarebbe svolto un concerto con musiche di Palestrina e Baulduin, con il mottetto Quam pulchra es, et quam decora.

    Non escludo che le cose siano andate realmente così: spesso gli artisti con la fantasia vanno molto più avanti di noi studiosi e vedono cose che noi, legati per etica professionale solo alle fonti e ai documenti, non riusciamo neanche a immaginare.

    D’altra parte, come abbiamo cercato di dimostrare sempre nello stesso articolo, anche il testo poetico copiato nel Suonatore di liuto o più correttamente il Cantore al liuto Chi potrà dir quanta dolcezza provo messo in musica da Archadelt che noi per primi abbiamo individuato – è un omaggio, un ossequio, anche se pieno di velate allusioni e di ambiguità nascoste, al cardinal Del Monte.

    Gaziano sa molto bene, come ci testimonia quanto scrive nel suo Caravaggio innamorato, che il cardinal Del Monte amava molto la musica e che sapeva cantare e suonare alcuni strumenti. Certamente era al corrente delle novità musicali che si andavano sperimentando a Firenze, vale a dire del “recitar cantando”,  dell’opera e della monodia accompagnata. Tuttavia ho l’impressione che i gusti del cardinale in fatto di musica fossero legati ancora alla polifonia del primo Cinquecento, come lasciano pensare i due compositori scelti da Caravaggio, Archadelt e Baulduin, sempre ammesso che le sue scelte, non solo testuali ma anche musicali, siano motivate e non casuali. In tal senso il Cantore al liuto e il Riposo durante la fuga in Egitto, se è vero che i quadri di Caravaggio hanno un valore realistico, potrebbero testimoniare alcune delle modalità con le quali i madrigali ed i mottetti polifonici composti nei primi decenni del ‘500 potevano essere eseguiti tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600.

* Al Benigno Lettore era un modo usuale nel ‘600 per dare una serie di informazioni preliminari.

Agostino Ziino, musicologo

L’ autore

Gaetano Gaziano è presente in diverse antologie italiani cob i suoi racconti, tra cui “Il verdetto del monaco” vincitore da inedito, del Premio Cesare Pavese 2004 per la narrativa sul vino e pubblicato sulla rivista letterario Le colline di Pavese. Il racconto, unitamente a altri diciassette, fa parte della raccolta “Il Bacchino ubriaco e altre storie” edito( Excogita Editore,2006) nella cui prefazione Matteo Collura, editorialista della terza pagina del <<Corriere della Sera>>, ha scritto: “Gaetano Gaziano è un narratore che si diverte nell’ inventare o riscrivere racconti e favole. E questo suo piacere specularmente trasmette in chi legge”.

Share Button
Jenny

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

You may also like...

error: Testi e foto ©librichepassione.it