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“La misura del tempo” di Gianrico Carofiglio edito da Einaudi.Estratto

Sinossi

Tanti anni prima Lorenza era una ragazza bella e insopportabile, dal fascino abbagliante. La donna che un pomeriggio di fine inverno Guido Guerrieri si trova di fronte nello studio non le assomiglia. Non ha nulla della lucentezza di allora, è diventata una donna opaca. Gli anni hanno infierito su di lei e, come se non bastasse, il figlio Iacopo è in carcere per omicidio volontario. Guido è tutt’altro che convinto, ma accetta lo stesso il caso; forse anche per rendere un malinconico omaggio ai fantasmi, ai privilegi perduti della giovinezza. Comincia così, quasi controvoglia, una sfida processuale ricca di colpi di scena, un appassionante viaggio nei meandri della giustizia, insidiosi e a volte letali. Una scrittura inesorabile e piena di compassione, in equilibrio fra il racconto giudiziario – distillato purissimo della vicenda umana – e le note dolenti del tempo che trascorre e si consuma.

Estratto

– Che abbiamo oggi, Pasquale? – chiesi entrando in studio e pensando, nello stesso momento e per l’ennesima volta, che si trattava di un rituale di cui ero stanco.

– Vediamo… la Colella dovrebbe venire finalmente a pagare. Poi c’è il consulente tecnico del processo Moretti, la questione della lottizzazione; passa a prendersi le carte, ma dice che vuole parlare con lei cinque minuti. E alle sette una cliente nuova.

– Chi è?

Pasquale sfogliò, con il consueto lieve sussiego, il blocnotes a spirale che porta sempre con sé. Ognuno di noi ha qualcosa che lo identifica e in cui, se ne è consapevole, si identifica. Per Pasquale è il bloc-notes. Li compra lui, senza metterli sulle spese di cancelleria dello studio, e li prende sempre uguali, di un tipo fuori moda che si trova solo in una vecchia cartoleria, polverosa e un po’ commovente, del quartiere Libertà. Hanno la copertina nera ruvida e il taglio lievemente colorato di rosso, come quelli che usava mio nonno.

– Si chiama Delle Foglie. Ha telefonato ieri pomeriggio, ha chiesto un appuntamento il prima possibile. Ha detto che è una cosa grave, che riguarda suo figlio.

– Delle Foglie e poi?

– In che senso, avvocato?

– Ha lasciato solo il cognome?

– Solo il cognome, sí.

Per alcuni mesi, cosí tanti anni prima che preferivo non contarli, avevo conosciuto una ragazza che si chiamava Delle Foglie. Era stato in un’epoca lontana nel tempo e lontanissima nella memoria. Un periodo cui non avevo piú pensato dopo che era trascorso e si era dissolto. Mentre Pasquale parlava mi tornarono in mente ricordi indistinti e irreali, quasi riguardassero qualcun altro; eventi che mi sembrava di conoscere perché qualcuno me li aveva raccontati, non perché mi fossero davvero accaduti.

– Arriva alle diciannove. Se però ha altri impegni, – aggiunse Pasquale, forse notando qualcosa di strano nella mia espressione, – posso richiamarla.

– No, no. Alle diciannove va benissimo.

Pasquale tornò alla sua postazione in anticamera. Io pensai per qualche minuto a questa nuova cliente e decisi che non era la Delle Foglie di allora. Non c’era motivo che fosse lei, mi dissi in modo non particolarmente razionale, e archiviai la questione.

A quel punto avrei dovuto dedicarmi allo studio dei fascicoli per le udienze del giorno successivo. Non ne avevo nessuna voglia e non era una novità. Da qualche anno mi aveva preso la nausea per le carte processuali e la sindrome si aggravava, lenta ma inesorabile.

Qualcuno ha scritto che bisognerebbe essere capaci di morire giovani. Non nel senso di morire davvero. Nel senso di smettere di fare quello che fai quando ti accorgi di avere esaurito la voglia di farlo, o le forze; o quando ti accorgi di avere raggiunto i confini del tuo talento, se ne possiedi uno. Tutto ciò che viene dopo quel confine è ripetizione. Uno dovrebbe essere capace di morire giovane per rimanere vivo, ma non accade quasi mai. Piú volte avevo pensato che grazie a quanto avevo guadagnato con la professione, e che avevo speso solo in minima parte, avrei potuto smettere, cedere lo studio e dedicarmi ad altro. Viaggiare, studiare, leggere. Magari provare a scrivere. Qualunque cosa pur di sfuggire alla presa di quel tempo che scorreva sempre uguale. Pressoché immobile nel suo reiterarsi quotidiano eppure velocissimo a dissiparsi.

Il tempo accelera con l’età, si dice.

Quel pensiero non era nuovo e quel giorno mi rimbalzava spiacevolmente nella testa.

La mattina avevo incontrato in corte d’appello un collega, quasi un amico. Enrico Garibaldi, avvocato civilista, «non parente del generale», diceva lui da ragazzo al momento di presentarsi.

Un tipo simpatico, con cui si poteva fare qualche buona risata. Un’ottima persona e anche un bravo professionista. A volte era capitato di frequentarsi.

– Tutto bene, Enrico? – gli avevo chiesto sorridendo, stringendogli la mano. Non era una vera domanda. Una cosa che si dice cosí: tutto bene? Sí tutto bene e tu? Tutto bene, dobbiamo vederci, certo dobbiamo vederci una sera di queste, ciao, ciao a presto.

– Non troppo, veramente, – aveva risposto lui. E dopo una breve pausa, ma prima che potessi chiedere qualcosa o anche solo prepararmi (viso, tono di voce, tutto il necessario) aveva continuato: – Due giorni fa è morta mia madre.

Mi mancò l’aria per un istante, come per un pugno alla bocca dello stomaco.

– Oddio, scusami Enrico, non sapevo. Mi dispiace tanto, scusami…

– Non ti preoccupare, Guido. Mica lo sapevi, appunto. E poi, mi vergogno, ma è stata una liberazione. Un anno di malattia ci aveva tolto tutta la dignità. Non solo a lei, poveretta. A noi, anche.

Fece una pausa. Gli occhi diventarono lucidi. Io rimasi zitto, essenzialmente perché non sapevo che dire. Lui esitò, poi decise che aveva bisogno di parlare. Forse stava aspettando di incontrarmi – non proprio me, aspettava di incontrare qualcuno ed ero capitato io – per liberarsi almeno un poco.

– Sai, ti accorgi che perdi la dignità nell’insofferenza, nei gesti di stizza, nei rimproveriche rivolgi a una persona umiliata dalla vecchiaia e dalla malattia. Una persona che non comprende perché i suoi figli la trattino con asprezza –. Non riuscí a continuare. – Oh, cazzo, – aggiunse solo, con la voce che gli si incrinava. Poi gli tremarono le labbra e si mise a piangere. Vinsi l’impulso a guardarmi attorno per controllare se qualcuno ci stava osservando e si chiedeva cosa stesse succedendo. Il mio vecchio problema con il giudizio degli altri.

– Ti va di andare a prendere un caffè?

Mi fissò stupito. Poi tirò su col naso e annuí con un lampo di gratitudine negli occhi. Cosí uscimmo dal tribunale e mentre passeggiavamo lui cominciò a raccontare.

– Sai qual è stata la cosa peggiore, Guido? Che prima di morire per dieci giorni non ha dormito. Cioè quando ha capito che stava per morire. Ottantotto anni, eppure, come tutti, aveva l’angoscia della morte. Me lo ha spiegato la psicologa che ci ha aiutato, me e mio fratello. Aveva paura di prendere sonno e di non svegliarsi piú. Per questo non si addormentava. È una cosa di cui non mi capacito, che mi sgomenta. Una volta arrivati a quell’età bisognerebbe essere rassegnati, ho sempre pensato.

– Forse non ci si rassegna mai…

– No, non ci si rassegna mai.

– C’è una frase di Marcello Mastroianni… la disse in un’intervista quando era già anziano. Era cosí, piú o meno: «Mi piace cenare con gli amici. Allora, perché devo morire?»

Enrico sorrise, annuí come per condividere. Era una frase amara, in apparenza. Però magari lo fece sentire meno solo con la sua tristezza.

Ci sedemmo a un caffè vicino al tribunale. Un posto piuttosto brutto che, proprio per quel motivo, garantiva quasi sempre un tavolino libero e tranquillo.

– Hai mai fatto caso, Guido, a come la vita sembri accelerare con l’età?

– Ci faccio caso quasi tutti i giorni.

– Mamma, prima che la sua situazione si aggravasse, lo diceva spesso. Ho i pensieri di una ragazza e il corpo di una vecchia. Perché?

Ricordai i miei genitori. Erano andati via ancora giovani, sulla soglia dei sessanta, a pochi mesi l’uno dall’altra. Quasi come Filemone e Bauci, un mito che mia madre amava. Non avevo fatto in tempo a parlare davvero con loro. Sapevo pochissimo su mio padre e su mia madre. Per esempio non avevo mai saputo se prima di incontrarsi e fidanzarsi e sposarsi avessero avuto qualcun altro. Un amore disperato finito tragicamente; o tanti piccoli fidanzamenti; o chissà che cosa. Da piccolo per me era del tutto inimmaginabile che mio padre potesse aver toccato una donna diversa da mia madre; piú che inimmaginabile che mia madre avesse toccato un uomo diverso da mio padre. Su certi temi erano entrambi molto impacciati. Quando avevo otto anni e nessuna idea sulle questioni del sesso e della riproduzione, mio padre mi fece un discorso. Era capitato che chiedessi qualcosa a proposito delle uova. Perché in alcuni casi fossero uova appunto, che noi mangiavamo – e a me piacevano molto – e in altri invece custodissero i pulcini che a un certo punto venivano fuori, come si poteva ben vedere nei sussidiari, nei fumetti e nei cartoni animati. Mio padre mi spiegò che la presenza del pulcino dipendeva dal fatto che la gallina fosse andata o no a farsi una passeggiata con il gallo. «Se la gallina va a fare la passeggiata col gallo, – disse, – nascono i pulcini. Altrimenti le uova si possono mangiare».

La spiegazione determinò molti piú problemi di quanti ne avesse risolti. Mentre mio padre tornava a dedicarsi alle sue cose, considerando evidentemente adempiuto il suo compito educativo, io mi ponevo – e avrei continuato a pormi per anni – domande tormentose. Quando, con precisione, compariva il pulcino all’interno dell’uovo? Esisteva un itinerario specifico perché la passeggiata producesse questo strabiliante effetto? Cosa accadeva se gallo e gallina erano rinchiusi in un pollaio e non ammessi alle passeggiate?

Col tempo cominciai ad avere idee meno confuse su certe faccende, e a volte pensai di chiedere a mio padre cosa lo avesse indotto a raccontarmi una storia tanto surreale.

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