“Olive, ancora lei” di Elizabeth Strout edito da Einaudi. Estratto. In libreria e on line dal 10 Marzo 2020

Sinossi

Che ne è stato di Olive Kitteridge? Da quando l’abbiamo persa di vista, l’eroina di Crosby nel Maine non si è mai mossa dalla sua asfittica cittadina costiera, e da lì ha continuato a guardare il mondo con la stessa burbera empatia. Sono passati gli anni, ma la vita non ha ancora finito con lei, né lei con la vita. C’è posto per un nuovo amore, nella sua vecchiaia, e amicizie profonde, e implacabili verità. Perché in un mondo dove tutto cambia, Olive è ancora lei. Olive Kitteridge. Insegnante di matematica in pensione, vedova di Henry, il buon farmacista della cittadina fittizia di Crosby nel Maine, madre di Christopher, podologo a New York, figlio lontano in ogni senso, solo una «vecchia ciabatta» scorbutica per molti in paese; una donna scontrosa, irascibile, sconveniente, fin troppo franca, eppure infallibilmente sintonizzata sui movimenti dell’animo umano e intensamente sensibile alle sorti dei suoi consimili: è questa la creatura che abbiamo conosciuto un decennio fa. In “Olive, ancora lei”, Elizabeth Strout riprende il filo da dove l’aveva lasciato e in questo nuovo «romanzo in racconti» ci narra il successivo decennio, l’estrema maturità di Olive, dunque. Ma in questa sua vecchiaia c’è una vita intera. Un nuovo amore, innanzitutto. Jack Kennison è un docente di Harvard ora in pensione, vedovo come Olive. A parte questo i due non hanno granché in comune, eppure la loro relazione ha la forza di chi si aggrappa alla vita, e le passioni che muovono i due amanti – la complicità e il desiderio raccontati in Travaglio, la rivalsa e la gelosia di Pedicure – ne trascendono i molti anni. Trascendere il tempo è però una battaglia che non si può vincere e racconto dopo racconto, anno dopo anno, Olive si trova ad affrontare nuove forme di perdita. Deve fare i conti con la propria maternità fallace in Bambini senza madre, con la decadenza fisica in Cuore, con la solitudine in Poeta. Ma contemporaneamente, e senza rinunciare al suo piglio irridente, leva, quasi a ogni racconto, una specie di quieta, tutta terrena speranza. La vita riserva qui piccoli momenti di rivelazione, istanti di comunione, brevi felicità. Succede, magicamente, in Luce, succede in Amica, dove l’incontro insperato con l’ultima compagna di strada è insieme un’appagante occasione di rincontro per i lettori di Elizabeth Strout.

Estratto

Per Zarina,
ancora per lei

L’arresto

Nel primo pomeriggio di un sabato di giugno, Jack Kennison inforcò gli occhiali da sole, salí sulla sua decapottabile aperta, si fece passare la cintura di sicurezza sulla grossa pancia e partí alla volta di Portland, a quasi un’ora di macchina, pur di non incontrare Olive Kitteridge lí nell’alimentari di Crosby nel Maine. Lei, o quell’altra che aveva visto due volte nel negozio, quella che parlava del tempo mentre lui se ne stava con la bottiglia in mano. Del tempo, figuriamoci. Anche l’altra, di cui non ricordava il nome, era rimasta vedova.

Guidando, si sentí a poco a poco quasi calmo e, una volta a Portland, parcheggiò e si fece una passeggiata fino al lungomare. L’estate era cominciata e, pur facendo ancora fresco a metà giugno, il cielo era sereno e affollato di gabbiani nella zona del porto. C’era gente a spasso, molti giovani con bambini e carrozzine, e sembravano tutti presi a conversare. Il fatto lo colpí. Con quanta disinvoltura davano per scontato l’essere insieme, il parlarsi tra di loro! Sembrava che nessuno si degnasse di notarlo, il che gli ricordò una cosa che sapeva anche prima, sebbene ora la registrasse diversamente: che era giusto un vecchio panciuto, non certo uno che si fa guardare. Ed era quasi una liberazione. Per molti anni della sua vita era stato un bell’uomo, alto, asciutto, in giro per il campus di Harvard, e allora sí che la gente lo notava, per tutti quegli anni aveva visto gli studenti lanciargli occhiate rispettose, e anche le donne, anche loro lo guardavano. Alle riunioni di dipartimento metteva soggezione a tutti; gliel’avevano detto i colleghi e lui sapeva che era vero, anche perché aveva voluto che lo fosse. Percorse oziosamente una delle banchine su cui affacciavano nuovi edifici residenziali e si disse che forse avrebbe dovuto trasferirsi lí, dove sarebbe stato circondato dall’acqua, e dalla gente. Estrasse il cellulare, lo controllò e se lo rimise in tasca. Era sua figlia che avrebbe voluto sentire.

Da uno degli appartamenti uscí una coppia; avevano su per giú la sua età, lui anche la pancia, magari non grossa come la sua, e lei sembrava nervosa, ma il modo in cui stavano insieme gli fece pensare che fossero sposati da anni. – È finita, ormai, – sentí la donna dire, poi disse qualcosa lui, e allora lei: – No, è finita –. Gli passarono accanto (senza vederlo) e quando si voltò a guardarli di nuovo un attimo dopo, lo stupí constatare che la donna aveva preso l’uomo sottobraccio mentre percorrevano la banchina, in direzione della piccola città.

Jack si fermò al fondo del pontile a guardare l’oceano; prima da una parte, poi dall’altra. La brezza di cui solo adesso si accorgeva formava piccole creste di schiuma bianca sull’acqua. Era il punto di approdo del traghetto in arrivo dalla Nuova Scozia, l’avevano preso anche lui e Betsy una volta. Si erano fermati tre notti in Nuova Scozia. Cercò di ricordare se Betsy lo avesse preso sottobraccio; forse. Perciò adesso la mente gli procurò l’immagine di loro due che scendevano dal traghetto, e di sua moglie che lo teneva sottobraccio…

Si girò per andarsene.

– Che coglione –. Pronunciò quella parola ad alta voce e vide un ragazzino poco lontano voltarsi a guardarlo stupefatto. Questo voleva dire che lui era un vecchio che parlava da solo su una banchina a Portland, Maine; lui, Jack Kennison, con i suoi due dottorati: proprio non si spiegava come fosse successo. – Wow! – Anche questo lo disse forte, ma a una certa distanza dal ragazzino, ormai. C’erano delle panchine e si sedette su una vuota. Prese il telefono e chiamò la figlia; non era ancora mezzogiorno a San Francisco, dove stava lei. Si stupí di sentirla rispondere.

– Papà, – disse. – Stai bene?

Lui guardò il cielo. – Ah, Cassie, – disse. – Volevo solo sapere come stai.

– Tutto a posto, papà.

– Okay, bene. Bene. Mi fa piacere.

Ci fu silenzio per un attimo, poi lei disse: – Dove sei?

– Oh. Sono a Portland, sulla banchina.

– Come mai? – chiese lei.

– Niente, ho pensato di fare un giro a Portland. Uscire un po’ di casa, sai –. Jack strizzò gli occhi in direzione dell’acqua.

Un altro silenzio. Poi lei disse: – Okay.

– Cassie, ascolta, – disse Jack. – Volevo solo dirti che so di essere uno stronzo. Lo so. Volevo dirtelo. So di essere uno stronzo.

– Papà, – fece lei. – Dài, papà. Secondo te cosa dovrei dire?

– Niente, – rispose lui dolcemente. – Non c’è niente da dire. Volevo solo farti sapere che lo so.

Ci fu un altro silenzio, prolungato questa volta, e Jack ebbe paura.

Lei disse: – Ti riferisci a come hai trattato me, o alla storia con Elaine Croft per tutti quegli anni?

Abbassò lo sguardo sulle assi del pontile, e sulle tavole di legno consumato vide le sue scarpe sportive nere, un modello da vecchio. – Tutte e due, – disse. – Oppure, scegli tu.

– Oh, papà, – disse lei. – Oh, papà, non so cosa fare. Che cosa dovrei fare per te?

Scosse la testa. – Niente, bambina. Non devi fare proprio niente. Volevo solo sentire la tua voce.

– Papà, stavamo uscendo.

– Ah sí? Dove andate?

– Al mercato dei contadini. È sabato, andiamo al mercato dei contadini, il sabato.

– Okay, – disse Jack. – Andate, andate. Non ti preoccupare. Ci parliamo un’altra volta. Allora, ciao.

Gli parve di sentirla sospirare. – D’accordo, – disse. – Ciao.

Tutto qui! Tutto qui.

Jack rimase seduto a lungo su quella panchina. Passava gente, poi magari per un po’ non passava nessuno, ma lui riusciva solo a pensare a sua moglie Betsy e aveva voglia di urlare. Una sola cosa gli era chiara: si era meritato tutto. Meritava ad esempio il pannolone che aveva nelle mutande, per via dell’intervento alla prostata, se lo meritava; si meritava una figlia che non aveva voglia di parlare con lui perché per anni non aveva avuto voglia di parlare con lei – era gay, sua figlia, una donna gay, e questo ancora gli smuoveva dentro una lieve onda di disagio. Betsy, comunque, non si meritava di essere morta. Lui avrebbe meritato di essere morto, ma Betsy no, non si meritava quella condizione. Eppure, si sentí invadere da una furia improvvisa contro la moglie. – Oh Gesú Cristo onnipotente, – mormorò.

Mentre moriva era stata sua moglie, quella furibonda. Diceva: «Ti odio». E lui diceva: «Hai ragione». E lei diceva: «Ma piantala». Però lui parlava sul serio: come non darle ragione? Non poteva. E le ultime parole che gli aveva detto erano state: «Ti odio perché io sto per morire, e tu continuerai a vivere».

Alzando lo sguardo verso un gabbiano pensò, Il punto, Betsy, è che non sto affatto continuando a vivere. Che scherzo atroce.

Il bar del Regency Hotel era nel seminterrato; le pareti erano verde cupo con le finestre affacciate sui marciapiedi, che però stavano parecchio piú in alto, quindi dalle finestre si vedevano essenzialmente gambe e piedi di passaggio. Jack sedette al bancone e ordinò un whiskey liscio. Il barman era un tipo simpatico. – Bene, – gli rispose Jack, quando il giovane gli chiese come se la passava oggi.

– Meno male, – disse il barman; aveva occhi piccoli e scuri sotto capelli piuttosto lunghi e altrettanto scuri. Mentre gli versava da bere Jack si accorse che era piú vecchio di quanto gli fosse sembrato a prima vista, anche se ormai faceva fatica a dare un’età alla gente, soprattutto ai giovani. Poi Jack pensò: E se avessi avuto un figlio maschio? Ci aveva riflettuto cosí tante volte nella vita che si stupiva di stare ancora lí a domandarselo. E se non avesse sposato Betsy, di ripiego come aveva fatto? Lei era stata un ripiego, ma lo stesso valeva per lui, che aveva rimpiazzato quel Tom Groger di cui Betsy era tanto innamorata al college. E se fosse andata cosí? Ancora inquieto, ma meno abbattuto, perché era in presenza di qualcuno adesso, del barman, Jack dispiegò quei pensieri davanti a sé come una grande tovaglia. Si rendeva conto di essere un settantaquattrenne che si guarda indietro, non si capacita di come è andata la vita, ed è pieno di terribili rimorsi per tutti gli errori commessi.

E poi pensò: Come si fa a vivere una vita onesta?

Non era la prima volta che si faceva quella domanda; ma aveva un sapore diverso oggi, gli pareva di aver preso le distanze, di poterselo chiedere davvero.

– Allora, come mai a Portland? – gli chiese il barman

asciugando il bancone con un panno.

Jack disse: – Cosí.

Il tizio gli rivolse un breve sguardo e si girò appena per pulire l’altra parte del bancone.

– Volevo uscire di casa, – disse Jack. – Abito a Crosby.

– Bel posto, Crosby.

– Sí, sí –. Jack bevve un sorso di whiskey e appoggiò il bicchiere con cura. – Mia moglie è morta sette mesi fa, – disse.

A quel punto l’altro lo guardò di nuovo, scostandosi i capelli dagli occhi. – Scusi? Come ha detto…?

– Ho detto che mia moglie è morta sette mesi fa.

– Che tristezza, – disse il barman. – Deve essere dura.

– Eh, sí. Decisamente.

La faccia del giovane non cambiò espressione, mentre diceva: – Mio padre è morto un anno fa e mia madre è stata bravissima, ma lo so che è stata dura per lei.

– Infatti –. Jack esitò, poi chiese: – E per lei, invece?

– Be’, triste. Ma era malato da un po’, sa com’è.

Jack provò la stessa stizza sorda di quando aveva sentito la vedova parlare del tempo nel negozio di alimentari. Aveva voglia di dire, Piantala! Dimmi com’è stato davvero! Si accomodò meglio, spinse avanti il bicchiere. Era cosí e basta, tutto qui. I casi erano due: o la gente non sapeva come si sentiva in una determinata circostanza, oppure decideva di non dire mai come si sentiva davvero in una determinata circostanza.

Ecco perché gli mancava Olive Kitteridge.

Okay, si disse. Calma eh. Piano piano.

Si costrinse a riportare il pensiero su Betsy. E gli venne in mente il ricordo – che strano, che gli capitasse proprio adesso – di quando molti anni prima era entrato in ospedale per essere operato alla cistifellea e, dopo l’intervento, gli era stata accanto sua moglie, e piú tardi quando si era svegliato di nuovo, un paziente di fianco a lui gli aveva detto: – Sua moglie la guardava in un modo, mi ha colpito con quanto affetto la guardava –. Lui ci aveva creduto; l’aveva anche messo un po’ in imbarazzo, e poi – anni dopo – durante una lite gliel’aveva ricordato e Betsy aveva detto: – Speravo che morissi.

Tanta franchezza l’aveva lasciato allibito. – Speravi che morissi? – Nel ricordo aveva spalancato le braccia sbalordito, mentre glielo chiedeva.

E lei aveva risposto, un po’ impacciata: – Mi avrebbe reso le cose piú facili.

Ecco, la situazione era questa.

Oh, Betsy! Betsy, Betsy, Betsy, l’abbiamo sprecata, abbiamo sprecato la nostra chance. Non avrebbe saputo individuare con esattezza quando, ma forse perché non c’era mai stata una vera e propria chance. Dopotutto, lei era lei, e lui, lui. La prima notte di nozze, gli si era concessa, ma non con lo slancio dei mesi precedenti. Naturalmente Jack non se l’era mai dimenticato. Anche perché non gli si era mai piú concessa con slancio da allora, ormai quarantatre anni fa.

– Da quanto tempo sta a Crosby? – gli chiese il barman.

– Sei anni –. Jack spostò le gambe dall’altra parte dello sgabello. – Abito a Crosby nel Maine da sei anni.

Il barman annuí. Entrò una coppia che andò a prendere posto al fondo del bancone, erano giovani, lei aveva i capelli lunghi e se li accarezzava su una spalla; una persona sicura di sé. Il barman andò da loro.

Jack intanto si concesse di tornare col pensiero a Olive Kitteridge. Alta, grossa; Dio, che donna strana. Gli era sempre piaciuta parecchio; aveva una sincerità, se di sincerità si trattava, aveva qualcosa di speciale. Era vedova, e a Jack sembrava che gli avesse  praticamente salvato la vita. Erano stati a cena insieme qualche volta, a un concerto; l’aveva baciata sulla bocca. Gli veniva da ridere, a pensarci adesso. Sulla bocca. Olive Kitteridge. Un po’ come baciare una balena incrostata di cirripedi. Le era nato un nipote un paio d’anni prima, a Jack non era importato particolarmente, ma a lei sí, perché il bambino si chiamava Henry come il nonno, il marito morto di Olive. Jack le aveva suggerito di andare a conoscere il piccoletto a New York e lei aveva detto, Mah, non credo. Chissà poi perché? Non aveva un gran bel rapporto con il figlio, questo lo sapeva. Del resto, nemmeno lui aveva un gran bel rapporto con la figlia. Da quel punto di vista, erano messi allo stesso modo. Ricordava che Olive gli aveva subito detto che suo padre si era ammazzato quando lei aveva trent’anni. Si era sparato un colpo, in cucina. Forse anche per quello lei era diventata cosí; molto probabile. E poi, una mattina, Olive si era presentata a casa sua e gli si era coricata accanto nel letto della stanza per gli ospiti. Accidenti, che pace. Che senso di pace aveva sentito scorrergli dentro quando gli aveva appoggiato la testa sul petto. – Rimani, – le aveva detto alla fine, ma lei si era già alzata dicendo che doveva andare a casa. – Mi farebbe piacere, se restassi, – aveva detto lui, ma niente. E non era mai piú tornata. Aveva provato a chiamarla, ma non rispondeva al telefono.

Primo volume

Sinossi

In un angolo del continente nordamericano c’è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. Perché in questo piccolo villaggio affacciato sull’Oceano Atlantico c’è una donna che regge i fili delle storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un’insegnante in pensione che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltipllcarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell’animo di chi le sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito, Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce. E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima, abbandonata sull’altare ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex insegnante: “Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi”. Con dolore, e con disarmante onestà, in “Olive Kitteridge” si accampano i vari accenti e declinazioni della condizione umana – e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi. E il fragile, sottile miracolo di un’alta pagina di storia della letteratura, regalataci da una delle protagoniste della narrativa americana contemporanea, vincitrice, grazie a questo “romanzo in racconti”, del Premio Pulitzer 2009.

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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