Super Segnalazione: “Nel nome della Pietra” di Cristina S. Fantini edito da Piemme. In tutte le librerie e on-line dal 10 Marzo 2020. Estratto.

Sinossi

Il Duomo di Milano come nessuno lo ha mai raccontato.

Milano, 1385. Forza, conquista, potere. Sono queste le parole che guidano i pensieri di Gian Galeazzo Visconti, da poco divenuto signore della città dopo aver deposto e fatto arrestare lo zio Bernabò. Quando l’arcivescovo di Milano gli prospetta l’idea di una grande cattedrale che sostituisca la chiesa di Santa Maria Maggiore, il conte di Virtù, da sempre devoto alla Vergine, approva il progetto anche se la decisione non ha nulla di religioso. Diventerà potente, espanderà i confini del ducato e la cattedrale dovrà essere il simbolo della sua grandezza. Per costruirla, si circonda dei migliori architetti e scultori, i maestri campionesi, tra i pochi in grado di portare a termine un progetto tanto ambizioso. Nelle schiere di ingegneri e artigiani, operai e artisti, vi sono Alberto e Pietro, gemelli separati alla nascita. Falegname l’uno, scultore l’altro, uniti da un solo ineludibile destino, quello di contribuire a una delle più grandi imprese che la nostra storia ricordi: la costruzione del Duomo di Milano.
Tra segreti di corte, passioni e giochi di potere, un romanzo che celebra la grandezza di uno dei simboli della nostra civiltà attraverso le vite dei potenti che lo vollero fortemente e di coloro che, con l’ingegno e la fatica, lo fecero sorgere dal nulla. Queste pagine celebrano la loro memoria.

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Estratto

Dramatis personae

Pietro da Campione poi Solari: figlio di Marco Solari da Carona

Alberto da Castelseprio poi Solari: figlio di Marco Solari da Carona, gemello di Pietro

Jacopo Fusina da Campione (reale): ingegnere

Zeno Fusina da Campione (reale): ingegnere

Marco Solari da Carona (reale): ingegnere, detto Marchetto, padre dei gemelli

Anselmo Frisone: monaco del convento di Sant’Ambrogio

Marco Frisone (reale): ingegnere

Antonio Frisone: barcaiolo, padre di Costanza

Pia Frisone: moglie di Antonio

Maddalena Frisone: sorella di Costanza

Costanza Frisone: madre dei gemelli

Tavanino da Castelseprio (reale): falegname

Bonino da Campione (reale): ingegnere

Simone Orsenigo (reale): ingegnere

Ugolotto da Rovate: apprendista falegname

Aima Caterina Codivacca: ex schiava

Marta Codivacca (reale): benefattrice

Matilde Roffino: cantante

Gregorio da Casorate: segretario di Anselmo

Bernabò Visconti (reale): signore di Milano

Gian Galeazzo Visconti (reale): duca di Milano dal 1395

Giacomo da Gonzaga: amico d’infanzia di Gian Galeazzo

Ottone da Mandello (reale): capitano generale di Gian Galeazzo

Jacopo Dal Verme (reale): consigliere e capitano generale

Caterina Visconti (reale): figlia di Bernabò Visconti, seconda moglie di Gian Galeazzo

Bianca di Savoia (reale): madre di Gian Galeazzo Visconti

Margherita di Maineri (reale): dama di compagnia di Caterina Visconti

Marco Carelli (reale): mercante milanese

Maffeo e Lunardo Solomon: mercanti veneziani.

Oh Templo Santo, oh ingigantita mole,
oh marmoreo Colosso, oh vasto monte,
opra divina sei ch’ergi tua fronte,
sin dove il cocchio d’or corre del Sole.
CARLO TORRE, Il Ritratto di Milano, 1674
Il portentoso Duomo di Milano
non svetta verso il cielo,
ma ferma questo in terra in armonia
nel gotico bel di Lombardia:
mistico afflato va per le navate
la Presenza del Verbo:
e in tripudio di luce all’esterno
nuova umanità saliente sboccia,
e dall’Unica Persona
in vertici di santi rifiorisce
dietro il materno invito di Maria
che da Nascente si fa via via
Assunta; e il popol definisce, e accosta
a sé a farla più vicina, dice
Madonnina.

CLEMENTE REBORA, 6 novembre 1956

Prologo

Milano, aprile 1404

Dal contrafforte della sacrestia settentrionale Alberto da Castelseprio spaziò con lo sguardo sui villaggi e sui borghi dalla pianura fino ai piedi dell’Appennino.

Sospirò.

Si era arrampicato come un ragno sull’impalcatura sollevandosi a volte con le braccia, a volte con la sola forza delle mani e delle gambe. Sempre più su, mentre le folate gli asciugavano il sudore e facevano schioccare la camicia come uno stendardo. In equilibrio, un piede dietro l’altro sulle travi di quercia larghe poco più di due palmi, fragili ponti tra un impalcato e l’altro.

Adesso si trovava nel punto più alto della nuova chiesa, della Gerusalemme celeste che i milanesi avevano voluto per la Santa Vergine, per la città, per il popolo.

L’abside era terminata e la vecchia cattedrale invernale, Santa Maria Maggiore, sembrava una conchiglia dal guscio spaccato. Mattone dopo mattone, pietra dopo pietra, veniva demolita mentre quella sotto i suoi piedi cresceva.

Si sporse dal parapetto.

Il suo sguardo accarezzò i muri delle sacrestie, i piloni polilobati simili a fiori, i capitelli dai tabernacoli guarniti di statue, i tre grandi finestroni dell’abside ricamati da trine filiformi simili a pizzo. Dominava il cantiere che saliva ripidissimo verso il cielo ed ebbe la strana sensazione che le dimensioni colossali potessero stare nel palmo di una mano.

«Ehi, lassù!»

Alberto si rese conto che l’argano aveva già portato alla sua altezza la prima statua della cattedrale, un cavaliere di marmo con il braccio poggiato sul fianco sopra a un coltellaccio, un accenno di sorriso sotto barba e baffi. Oscillava lento, appeso alle corde di canapa tese come archi da guerra, bagnate per evitare che si spezzassero. Esaminò la resistenza dei giunti e dei nodi con le dita callose e, quando fu certo che sforzo e peso fossero bilanciati, incrociò lo sguardo dello scultore Pietro da Campione.

Aveva riconosciuto la sua voce, lo osservò mentre afferrava l’ultimo piolo. Il vento gli arruffò i capelli, l’espressione sempre allegra venne guastata dalle labbra tese e da un velo di apprensione che gli coprì gli occhi.

«Stringilo bene e solleva un piede per volta» gli suggerì. «Ma stai tranquillo, quassù avrai parecchio spazio per lavorare.»

Alberto prima regolò un tirante, poi offrì la mano all’amico. Quando lo trasse verso di sé, Pietro prese un bello slancio e finì davanti a lui ansante.

«Per l’anima di dieci peccatori, sto male come un cane» mormorò.

«Saranno le vertigini» suggerì Alberto saggiamente.

«Può darsi» gli rispose l’altro. «Per fortuna dopo un po’ mi abituo.»

«Maestro Giorgio non ne vuole ancora sapere, eh?» chiese lui riferendosi allo scultore della statua sospesa nel vuoto.

«Quassù non ci salirebbe nemmeno morto» confermò Pietro.

Alberto gli concesse qualche istante per ammirare le immense finestre dell’abside ancora prive di vetrate che, dal basso, davano un’impressione di slanciata fragilità  ma da vicino parevano merletti; ai contrafforti, resistenti e ben costruiti e agli archi a sesto acuto che, spogliati dalla pesantezza della pietra, illudevano l’osservatore di poter abbandonare scale e appigli per slanciarsi con loro verso il cielo.

Gli operai che avevano seguito Pietro nel frattempo li avevano raggiunti; alcuni avrebbero aiutato a posizionare la statua sul basamento della guglia, altri già stavano preparando la malta.

«Ho un vuoto allo stomaco, soprattutto se penso a tutte le guglie e le statue che dovremo sollevare.» Di scatto si girò a fissarlo. «Questo argano dovrà funzionare bene, Alberto.»

«Funzionerà, non angustiarti» gli rispose sicuro di sé.

Pietro annuì, pensoso.

«Dovrò esserci quando poseranno la statua del profeta» aggiunse in tono deciso.

«Dove la metteranno?»

«Sullo stesso contrafforte ma più in basso, verso la strada di Compedo» gli spiegò. «Un angelo andrà sull’arco della finestra centrale dell’abside e sull’altra forse metteranno la statua che hai scolpito tu.»

«Non è venuta un granché, io sono un falegname.»

«Non essere modesto e poi, tra marmo e legno, non c’è tutta questa differenza.»

«Non dirlo forte o Marchetto mi costringerà a finire quell’altra, di statua» gli rispose lui con un sospiro. «A proposito, hai vinto la scommessa.»

La stretta di mano suggellò la vincita di un otre di vino, visto che erano riusciti a sollevare il San Giorgio prima del mezzodì.

«Adesso però mettiamoci al lavoro» aggiunse poi.

Il braccio dell’argano scricchiolò sopra le loro teste grazie alla manovra del tamburo su cui era avvolta la fune.

«Fate piano» li ammonì Pietro.

Era il momento cruciale, il San Giorgio stava per essere avvicinato alla guglia e al perno di piombo su cui avrebbe trovato definitiva collocazione.

«Girolamo, controlla il verricello e bagna le funi se ti paiono troppo asciutte» ordinò Alberto.

«Al mio maestro verrà un colpo se urtate la guglia» disse Pietro e guardò giù senza riuscire a scorgere Giorgio Solari, lo scultore del santo che, anziché un drago, stava sconfiggendo l’altezza. A un tratto ebbe l’impressione di cadere e ne fu così sconvolto che indietreggiò, gli occhi spalancati sul campanile di San Gottardo.

«Non urteremo un bel niente» gli stava dicendo brusco Alberto, il serio volto barbuto che ricordava un orso.

Pietro osservò Girolamo, l’operaio salito dietro di lui. Manovrava una fune; qualcuno tese le braccia verso la statua, altri si prepararono ad afferrarla con lunghi uncini ricurvi.

«Fammi posto» disse Alberto. «Devo controllare se vanno bene le migliorie ai verricelli.»

«Che cosa hai fatto?» chiese, più per distrarsi che per reale curiosità. L’amico gli gettò un’occhiata per poi tornare a concentrarsi.

«Ho aggiunto un fermo di ferro, per evitare che il carico precipiti qualora si perda il controllo del tamburo su cui è avvolta la fune di trazione.»

Pietro emise un sospiro involontario.

«Mi fido di te.»

«Fai benissimo» sogghignò l’amico e fece un cenno agli operai che tenevano gli uncini. «L’ho detto stamattina al Solari e lo ripeto anche a te: il San Giorgio arriverà sano e salvo, soprattutto perché il tuo scultore non è l’unico con cui dovrei vedermela, se qualcosa andasse storto. Il duca troverebbe il modo di farmela pagare, che l’anima sua riposi in pace.»

Lo scossone del braccio dell’argano fece sussultare Pietro e la statua prese a girare lenta su se stessa, troppo lontana dalla guglia.

Pietro ne fissò il volto scolpito. Non aveva mai incontrato Gian Galeazzo Visconti, il Solari però lo aveva conosciuto e quel San Giorgio somigliava molto al signore di Milano morto due anni prima. I deputati della Fabbrica erano stati espliciti: si doveva celebrarne la fama e, allo stesso tempo, omaggiare il mercante Carelli per la generosità della donazione alla Fabbrica.

Alberto imprecò quando uno degli operai perse la presa. Lo sostituì lui stesso, muovendo con perizia l’uncino.

Un operaio controllò la struttura verticale della gru: nel baricentro era montata un’asta cilindrica sostenuta da puntoni inclinati. Ai lati vi erano tre alberi complanari di diametro minore, due verticali e uno abbassato verso il carico.

«Avanti, avviciniamola» li incitò ancora il falegname. «Tiriamola verso il pinnacolo.»

Così dicendo si protese nel vuoto, indifferente. Pietro si guardò bene dall’emularlo, si limitò a raccogliere l’estremità della fune che gli penzolava davanti al naso.

«Non temere, il peso è tutto sull’argano. Non faremo altro che spostarla» disse Alberto per tranquillizzarlo.

«Me lo auguro» borbottò lui. «È fatta del miglior marmo che si possa trovare al di qua delle Alpi.»

Tirarono, il braccio di legno spostò il San Giorgio dal vuoto verso l’impalcatura. Le funi si tesero all’inverosimile, la statua dal piano ottagonale si mosse come un pendolo.

«State attenti» raccomandò Pietro. «Non fatela oscillare troppo.»

Dimenticando ogni timore, si arrampicò sull’ultimo piano e si trovò di fronte a un trionfo di archi, pilastri e decorazioni e poi ancora su, fino alla guglia su cui non vi era nulla di tozzo, solo curve e ricami.

«La vista da qui è diversa» disse sfiorando un grappolo d’uva e due figure femminili.

«Le donne non mancano mai» commentò Girolamo sotto di lui. «Chi è quella nuda?»

Pietro accarezzò il seno levigato e il visetto in marmo rosa.

«Lei è Eva la tentatrice, e questo qui è il poco saggio Adamo.»

«Quello lì non mi interessa» sghignazzò il compagno.

Pietro dimenticò per qualche istante l’altezza, il vento, i piccioni che svolazzavano attorno a loro; fu una voce a riportarlo al presente.

«Forza, avete zuppa al posto dei muscoli?» sbraitò il falegname. «Dobbiamo calzarla sul perno, non farla dondolare nel vuoto.»

Tra ansiti, imprecazioni e fulminee richieste di perdono, il San Giorgio avanzò.

«Come l’hanno chiamata?» chiese l’operaio che girava la malta, indicando la guglia.

«Non lo so e non mi interessa, so solo che pesa più di mia suocera» borbottò un altro.

«Ignoranti, l’hanno dedicata a messer Carelli, che ha lasciato tutti i suoi averi alla Fabbrica.»

«Una montagna di fiorini, a quanto ho sentito» intervenne Girolamo con sicumera.

Seguì un momento di pensoso silenzio rotto da un altro ammonimento.

«Attenti!»

La statua oscillò libera per un istante. Pietro la vide ingrandirsi con l’imponenza di un cavaliere in carica; l’armatura, il volto barbuto, i capelli scolpiti all’indietro. Non riuscì a schivarla, venne colpito al fianco sinistro e sul braccio. Un dolore soverchiante gli mozzò il fiato, non riuscì a respirare né a muoversi.

L’urlo di avvertimento giunse tardi, quando già vorticava con le braccia nel vuoto che lo stava risucchiando.

Apparve una mano protesa.

Se solo fosse riuscito ad afferrarla…

L’autrice

Cristina S. Fantini, milanese d’adozione, si dedica da sempre con passione alla ricerca storica e alla scrittura. Dopo aver esordito con la fortunata serie ambientata nell’antica Roma a firma Adele Vieri Castellano, con Nel nome della pietra rende ora omaggio a Milano, città operosa, contraddittoria, dall’anima segreta, che svela di sé luoghi e atmosfere spesso sconosciute ai suoi stessi abitanti. In queste atmosfere si è calata per scrivere la storia del simbolo che più la rappresenta.

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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