“La conferenza delle Ymbryne” il quinto libro di Miss Peregrine, la casa dei ragazzi speciali di Ransom Riggs edito da Rizzoli. In tutte le librerie e on-line.

Sinossi

Noor Pradesh è una mangialuce, una ragazza che ha vissuto fino a oggi tra i Normali, ignara dei suoi immensi poteri, e Jacob l’ha trovata, ma la sua missione è tutt’altro che conclusa. L’unica cosa che sa è che deve portarla da una certa V, la più potente e misteriosa tra gli alleati di suo nonno Abe. Il problema è che tutti danno la caccia a Noor: gli Speciali dell’America più selvaggia e i Vacui, i nemici di sempre. E anche le ymbryne hanno bisogno di lei, perché in Noor è riposta la speranza, o forse la condanna, del futuro del loro mondo: c’è questa ragazza al centro dell’antica profezia che preannuncia la catastrofe. Se Jacob vuole scongiurare l’arrivo di un’era buia e insidiosa, ancora una volta deve mettersi in gioco, deve partire verso un luogo irto di pericoli, là dove infuria il Grande Vento. Ma intanto quasi tutti gli anelli sono collassati, Devil’s Acre è a ferro e fuoco, i clan americani sono in lotta tra loro. E le ymbryne sono ormai troppo poche, e deboli, per poter ristabilire, da sole, l’antica armonia tra gli Speciali.

Estratto

Voi che vivete nelle città, voi che vivete nella pace, non avete modo di sapere chi tra i vostri amici si getterebbe nel fuoco per voi; ma nelle grandi Pianure gli amici hanno sempre l’opportunità di dimostrare quanto valgono.

WILLIAM F. “BUFFALO BILL” CODY

CAPITOLO UNO

Nei meandri di un mercato del pesce di Chinatown, tra riflessi di bagliori verdastri, in fondo a un corridoio che finiva contro un muro, ci rannicchiammo nella pozza di oscurità creata dalla mangialuce, sotto lo sguardo vigile di un migliaio di occhi alieni: lungo le pareti erano stipati vasconi pieni di granchi. Gli uomini di Leo erano vicini, ed erano arrabbiati. Sentimmo urla, tonfi e schianti, stavano buttando all’aria il mercato intero. Cercavano noi. «Vi prego» li supplicò una vecchia, «io non ho visto nessuno…»

Ci eravamo resi conto troppo tardi di essere finiti in un cul-de-sac, e adesso eravamo intrappolati lì, accucciati vicino a un canaletto di scolo in uno stretto passaggio tra i crostacei spacciati. I vasconi erano impilati in altissime torri pericolanti che sfioravano il soffitto. Tra i colpi e le urla, sotto il nostro respiro spezzato dalla paura, l’incessante ritmo delle chele che battevano contro il vetro mi risuonava nel cervello, lancinante, come un’orchestra di macchine da scrivere guaste.

Se non altro mascherava il suono del nostro ansimare. E forse sarebbe bastato, se il buio innaturale creato da Noor avesse retto e se gli uomini che ci cercavano – i loro passi pesanti erano sempre più vicini – non avessero guardato con troppa attenzione quel vuoto vibrante dai bordi evanescenti. Era come una mancanza nell’aria, una stranezza che notavi per forza se i tuoi occhi ci si soffermavano. Noor l’aveva modellata trascinando la mano nell’aria intorno a noi, e il buio si era allargato al suo passaggio via via che la luce le si aggrappava ai polpastrelli come un lucido velo di glassa. Si era ficcata le dita in bocca, e la luce le aveva fatto risplendere le guance e la gola quando l’aveva inghiottita spegnendola.

Era Noor che volevano, ma sarebbero stati più che felici di prendere anche me. Magari solo per spararmi. Ormai dovevano aver trovato il cadavere di H nel suo appartamento, gli occhi strappati dalle orbite per mano del suo stesso Vacuo. Poche ore prima H e il suo Vacuo avevano portato via Noor dall’anello di Leo. Avevano ferito alcuni uomini della sua banda. E questo forse poteva essere perdonato. Ma Leo Burnham, leader Speciale del clan dei Cinque Distretti, era stato umiliato, il che era imperdonabile. Una Brada che lui considerava di sua proprietà gli era stata sottratta a casa sua, nel cuore pulsante di un impero Speciale che si estendeva per buona parte degli Stati Uniti orientali. Se avesse scoperto che avevo aiutato Noor a fuggire… quello, più di ogni altra cosa, avrebbe decretato la mia condanna a morte.

Gli uomini di Leo erano sempre più vicini, le loro urla sempre più forti. Noor diede una sistemata al buio, lisciandolo ai bordi dove cominciava a sfumare, riempiendolo al centro dove si era assottigliato.

Mi sarebbe piaciuto poterla vedere in faccia, decifrare la sua espressione. Non riuscivo a immaginare quanto fosse dura per lei, appena arrivata in questo mondo. Come faceva a sopportare tutta quella tensione? Negli ultimi giorni, dei Normali le avevano dato la caccia con dardi tranquillanti ed elicotteri, un’ipnotizzatrice Speciale l’aveva rapita per rivenderla all’asta, e lei era riuscita a scappare per poi essere catturata dalla banda di Leo Burnham. Aveva passato lunghi giorni in una cella al quartier generale di Leo, poi si era beccata una bella dose di polvere di 

Mother Dust durante la grande fuga con H. A quel punto si era risvegliata nel suo appartamento e l’aveva visto a terra, morto – una scena così raccapricciante che una bomba nucleare di luce concentrata le era esplosa dalla bocca (e per poco non mi aveva decapitato).

Quando si era ripresa dallo shock, le avevo raccontato alla bell’e meglio quello che H mi aveva detto prima di spirare: che c’era una sola cacciatrice di Vacui ancora in vita, una donna, una certa V, e che dovevo portare Noor da lei, affinché la proteggesse. Dalla mia avevo solo una vecchia mappa a pezzi, recuperata dalla cassaforte a muro di H, e delle incomprensibili istruzioni biascicate dallo spaventoso ex Vacuo di H, Horatio.

Ma non avevo ancora detto a Noor perché H aveva combattuto così strenuamente per aiutarla, trascinando me e i miei amici nella battaglia, sacrificando persino la vita pur di sottrarla a Leo. Non le avevo detto nulla della profezia. Era mancato il tempo, perché sin da quando avevo sentito gli sgherri di Leo nel corridoio, fuori dall’appartamento di H, non avevamo fatto altro che correre per metterci in salvo. Però il mio vero dubbio era un altro: con tutto quello che era già successo fin lì, Noor avrebbe retto oppure no?

Una dei sette la cui venuta era stata predetta… gli emancipatori del mondo Speciale… l’avvento di un’era nuova e pericolosa… Le parole della profezia le sarebbero sembrate il delirio di un farneticante adepto di una setta. Il mondo Speciale aveva già messo a dura prova la razionalità di Noor – per non parlare della sua sanità mentale – e temevo che tirare in ballo anche quella storia potesse indurla a darsela a gambe. Un Normale l’avrebbe già fatto da un pezzo.

Naturalmente Noor Pradesh non era affatto Normale. Era una Speciale. E soprattutto era dotata di una volontà di ferro.

In quel momento mi si avvicinò per sussurrare: «Allora, quando usciamo da questo posto… quale sarebbe il piano? Dove si va?».

«Ce la filiamo da New York» dissi.

Un attimo di silenzio, poi: «E come?».

«Non lo so. In treno? Col pullman?» Non ci avevo riflettuto.

«Ah» disse lei, con una traccia di delusione nella voce. «Non puoi tirarci fuori di qui con la magia o un qualche incantesimo? Uno di quei vostri… portali temporali?»

«Non funziona proprio così. Cioè, in un certo senso sì» – stavo pensando alle possibilità offerte dal Panellopticon –, «ma prima dovremmo trovarne uno.»

«E i tuoi amici? Non hai… dei compagni?»

Quella domanda mi fece sprofondare il cuore. «Non sanno nemmeno che sono qui.»

Poi pensai: E anche se lo sapessero…

Capii che questa risposta l’aveva sconfortata.

«Non ti preoccupare» dissi. «Qualcosa m’inventerò.»

In qualsiasi altro momento, il piano sarebbe stato molto semplice: sarei andato a cercare i miei amici. E avrei voluto disperatamente farlo anche adesso. Loro avrebbero saputo cosa fare. Erano sempre stati la mia roccia, sin da quando ero entrato in questo mondo, e senza di loro mi sentivo perso. Ma H mi aveva esplicitamente proibito di riportare Noor dalle ymbryne, e in ogni caso non ero nemmeno sicuro di averne ancora, di amici. Non come ai bei tempi, almeno. Ciò che aveva fatto H, unito a ciò che stavo facendo io, forse avrebbe irrimediabilmente impedito alle ymbryne di portare la pace tra i clan. E quasi di sicuro aveva distrutto la fiducia che i miei amici nutrivano in me.

Quindi eravamo soli. Il che rendeva il mio piano molto semplice, ma anche molto scemo: Corri a rotta di collo. Spremiti le meningi. Spera nella dea fortuna.

E se non fossimo stati abbastanza veloci? Se non avessimo avuto abbastanza fortuna? In quel caso non avrei mai avuto l’opportunità di parlare a Noor della profezia, e lei avrebbe vissuto il resto dei suoi giorni – pochi o tanti che fossero – senza sapere perché degli sconosciuti le davano la caccia.

Sentii uno schianto non troppo lontano e gli sgherri di Leo che gridavano di nuovo. Di lì a poco ci avrebbero beccato.

«C’è una cosa di cui devo parlarti» sussurrai.

«Proprio adesso?»

In effetti non era il momento migliore, ma poteva essere l’unico.

«Devi saperlo. Nel caso ci separassimo o… se succedesse qualcos’altro.»

«Okay.» Fece un sospiro. «Ti ascolto.»

«Ti sembrerà assurdo, me ne rendo conto. Però… prima di morire, H mi ha parlato di una profezia.»

Da qualche parte, non lontano, correvano insulti tra un uomo e i ragazzi di Leo. Inglese contro cantonese. Sentimmo uno schiaffo, forte, un urlo, una minaccia sussurrata. Io e Noor ci irrigidimmo.

«Sul retro!» gridarono gli uomini di Leo.

«Una profezia che riguarda te» continuai, con le labbra che quasi le sfioravano l’orecchio.

Lei adesso tremava. E vibravano i bordi della macchia buia tutt’attorno a noi.

«Dimmela» mormorò.

Gli uomini di Leo svoltarono l’angolo. Il tempo era scaduto.

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Imboccarono il corridoio, diretti verso di noi, trascinandosi dietro un malcapitato garzone. I fasci di luce delle torce giocavano sui muri, riflettendosi sul vetro dei vasconi dei granchi. Non osavo alzare la testa per paura di superare i confini del buio imposto da Noor. Paralizzato dalla tensione, cercai di prepararmi mentalmente a una lotta a dir poco impari.

Poi, a metà del corridoio, si fermarono.

«Qui non c’è niente. Soltanto degli acquari» grugnì uno degli sgherri.

«Chi c’era con lei?» gli fece eco un altro.

«Un ragazzo, mi pare, non lo so…»

Un secondo schiaffo, e il garzone mugolò di dolore.

«Lascialo stare, Bowers. Quello non sa niente.»

Gli diedero uno spintone, il poveretto inciampò cadendo a terra, poi si rimise in piedi e scappò via.

«Abbiamo sprecato fin troppo tempo qui dentro» disse il primo sgherro. «A quest’ora la ragazza chissà dov’è. Insieme agli scoppiati che se la sono presa.»

«Secondo te sono riusciti a trovare l’entrata all’anello di Fung Wah?» chiese un terzo tizio.

«Può essere» disse il primo. «Vado a dare un’occhiata, mi porto dietro Melnitz e Jacobs. Bowers, tu finisci qui.»

Contai le voci: adesso erano quattro, forse cinque. Quel tale, Bowers, ci superò, la fondina all’altezza dei miei occhi. Guardai su senza muovere la testa. Era tarchiato e indossava un completo scuro.

«Leo ci ammazza se non la troviamo» mormorò Bowers.

«Gli stiamo riportando quello Spettro» ribatté il

secondo tizio. «Meglio di niente, no?»

Mi irrigidii per la sorpresa, ero tutt’orecchi. Spettro?

«Era già crepato quando l’abbiamo trovato» disse Bowers.

«Sì, ma Leo mica lo sa» ribatté l’altro, facendosi una risata.

«Cosa non avrei dato per ammazzarlo con le mie mani» disse Bowers.

Andò in fondo al corridoio, sulla nostra destra, e si voltò verso di noi. Il raggio della torcia ci piovve addosso, poi illuminò la vasca a un passo dalla mia testa.

«Se proprio ci tieni, puoi dare un paio di calci al cadavere» disse il terzo uomo.

«Darei più volentieri un paio di colpi alla ragazzina» ghignò Bowers. «Anche tre.» Si incamminò per tornare dagli altri. «Avete visto come si dava da fare per aiutare lo Spettro?»

«È solo una Brada» fece il primo uomo. «Non sa ancora niente.»

«Solo una Brada, l’hai detto!» ribatté il secondo. «E quindi quale sarebbe l’idea? Portare un’altra Speciale nel clan? Ancora non capisco perché stiamo perdendo tutto ’sto tempo.»

«Perché Leo non perdona, e nemmeno dimentica» rispose il primo tizio.

Sentii Noor fare un profondo respiro per calmarsi.

«Portatemela in una stanza e lasciatemi da solo con lei» latrò Bowers. «E vi faccio vedere io quant’è speciale.»

Adesso era proprio di fronte al nostro nascondiglio. Fece un giro, lentamente, illuminando con la torcia le pareti e il pavimento. I miei occhi si fermarono sulla fondina. Il fascio della torcia passò sulla vasca alla nostra sinistra e poi ci investì in pieno. La luce si bloccò a pochi centimetri dai nostri nasi, incapace di penetrare il buio di Noor.

Trattenni il fiato, pregando che fossimo nascosti bene, dalla testa ai piedi, capelli compresi. L’espressione di Bowers si incupì, come se si stesse sforzando di capire qualcosa.

«Bowers!» urlò qualcuno in fondo al corridoio.

Lui si voltò ma tenne la torcia ferma su di noi.

«Ci vediamo fuori quando hai finito. Dopo Fung, ci facciamo un giro per tre isolati.»

«Tira su un paio di granchi belli grossi!» disse il primo sgherro. «Così ci portiamo via la cena. E magari facciamo felice Leo.»

La torcia tornò a posarsi sulla vasca. «Ma come fa la gente a mangiare questi cosi?» borbottò Bowers tra sé. «Ragni che vivono in mezzo al mare.»

Gli altri se ne andarono. Eravamo da soli con quel tirapiedi che, a un paio di metri da noi, fissava le vasche con la faccia schifata. Si tolse la giacca e iniziò ad arrotolarsi una manica. E adesso non dovevamo fare altro che aspettare, e nel giro di qualche minuto…

La mano di Noor mi strinse il braccio. Stava tremando.

All’inizio pensai che fosse sull’orlo di un crollo nervoso – troppo stress –, ma poi fece tre respiri ravvicinati e capii: cercava di reprimere uno starnuto.

Ti prego, sillabai in silenzio, anche se sapevo che non poteva vedermi la bocca. Non farlo.

L’uomo affondò la mano, guardingo, nell’acquario. Le grosse dita si spostavano in giro alla ricerca di un granchio, e lui intanto faceva degli strani versi, come se si sforzasse di non vomitare.

Noor era rigida accanto a me. La sentivo stringere i denti per ricacciare indietro lo starnuto.

L’uomo gridò, poi tirò via di scatto la mano dal vascone. Imprecò, scuotendola selvaggiamente, con un grosso granchio blu agganciato al dito.

E poi Noor si alzò in piedi.

«Ehi» disse. «Coglione.»

Bowers si voltò verso di noi. Prima che avesse il tempo di aprire bocca, Noor gli starnutì addosso.

Un’esplosione tremenda: tutta la luce che aveva inghiottito venne fuori, inzaccherando il muro e il pavimento e il volto dell’uomo con spruzzi verdi luminosi, avvolgendolo in una palla di luce fluorescente. Non abbastanza forte da fargli male, di sicuro non lo avrebbe ustionato, ma sufficiente a stordirlo e metterlo fuori gioco. Rimase lì a bocca aperta, del tutto spiazzato.

Il piccolo vuoto buio che ci aveva avviluppato si dissolse. L’uomo urlò, e noi per un momento restammo immobili, come sotto l’effetto di un incantesimo. Io rannicchiato a terra, Noor in piedi lì vicino, la mano davanti a naso e bocca. Bowers la sua la teneva ancora sollevata, il granchio che si dimenava appeso al dito. E poi mi alzai in piedi anch’io, ormai l’incantesimo era rotto. L’uomo scattò rapido a bloccarci la strada, la mano libera che correva alla pistola.

Mi lanciai su di lui prima che potesse usarla. Piombò giù e gli saltai sopra. Lottammo per afferrare l’arma. Mi beccai una gomitata in piena fronte e un dolore acuto mi si riverberò nel corpo. Noor, da dietro, gli abbatté una spranga di ferro presa chissà dove dritta sul braccio. Ma Bowers non fece una piega. Incollò entrambe le manone sul mio petto e mi spinse via.

Cercai subito di fare scudo a Noor, ma mentre la afferravo l’uomo di Leo sparò due colpi. Una deflagrazione tremenda. La prima pallottola rimbalzò contro il muro. La seconda mandò in frantumi l’acquario più vicino. L’attimo prima era integro, quello dopo era esploso in mille pezzi, granchi e acqua e frammenti di vetro che schizzavano ovunque, e poi tutti gli acquari sistemati sopra si inclinarono, precipitando a terra. Quello in cima si ruppe scontrandosi con le vasche sulla parete opposta, gli altri acquari si frantumarono addosso a Bowers. Roba da quattrocento litri l’uno, una tonnellata buona: tempo tre secondi, e il tizio era già mezzo annegato e irrimediabilmente schiacciato. Intanto l’effetto domino aveva spedito a terra quasi tutti gli acquari accatastati, una tremenda esplosione di vetri, un chiasso infernale, con i crostacei che evadevano in un’ondata di acqua fetida che si riversava a terra, mandandoci entrambi a gambe all’aria…

Ransom Riggs ha esordito nel 2011 con Miss PeregrineLa casa dei ragazzi Speciali cui sono seguiti gli altri due romanzi dell’omonima trilogia da cinque milioni di copie: Hollow City (2014) e La biblioteca delle anime (2016). Dal primo volume della serie è stato tratto un fortunato film diretto da Tim Burton (2016). La conferenza delle Ymbryne è il quinto romanzo dei ragazzi Speciali di Miss Peregrine, preceduto da La mappa dei giorni (Rizzoli 2018).

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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