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” Tre donne” di Lisa Taddeo edito da Mondadori in tutte le librerie e on-line. Estratto.

Sinossi

Il desiderio ci emoziona e ci tormenta. Controlla i nostri pensieri ed è tutto ciò per cui viviamo. È una forza primordiale, bruciante, che sconvolge la banalità delle nostre vite quotidiane e ne cambia il corso, ma è rimasto fino a ora in larga misura un continente inesplorato. Nel corso degli ultimi otto anni, la scrittrice Lisa Taddeo ha attraversato da un capo all’altro gli Stati Uniti ben sei volte proprio per ascoltare a fondo le storie di donne comuni e del loro desiderio. Il frutto di questa ricerca, “Tre donne”, non è solo un ritratto del desiderio, ma è capace di dar voce ai bisogni insoddisfatti, ai pensieri inespressi, alle delusioni, alle speranze e alle ossessioni inesorabili. Lina è una casalinga e madre di due figli: il suo matrimonio, dopo un decennio, ha perso la passione. Per cui si trova a trascorrere le sue giornate cucinando e facendo pulizie per un uomo che si rifiuta di baciarla sulla bocca. Affamata di affetto, Lina è quotidianamente in balia di attacchi di panico. Finché un giorno non riallaccia una relazione con un suo ex attraverso i social media. Maggie è una studentessa di diciassette anni che affida le sue confidenze a un affascinante insegnante di inglese sposato. A quanto racconta Maggie, i messaggi notturni di supporto e le telefonate si trasformano in una relazione clandestina finché lui non la lascia la mattina in cui compie trent’anni. Qualche tempo dopo, Maggie viene a sapere che è stato nominato insegnante dell’anno e decide di farsi avanti con la sua storia, finendo per scontrarsi con l’incredulità degli ex compagni di scuola e della giuria del tribunale che giudica il suo caso. Infine, incontriamo Sloane, bella e raffinata proprietaria di un ristorante di successo, felicemente sposata con un uomo a cui piace vederla fare sesso con altri. Per anni, si è chiesta dove finisce il desiderio di suo marito e inizia il suo. Finché, un giorno, si vede costretta a confrontarsi con le dinamiche che alimentano la loro vita di coppia. Basato su anni di paziente raccolta di testimonianze e raccontato con immediatezza, “Tre donne” è un ritratto del desiderio oggi, che mette in luce la fragilità, la complessità e la disuguaglianza del desiderio femminile con profondità e potenza.

Estratto

Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non v’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata da una candela. Quel che si può vedere in pieno sole è sempre meno interessante di ciò che sfila dietro un vetro. In quel buco nero e luminoso vive la vita, e sogna, e soffre.

CHARLES BAUDELAIRE

Nota dell’autrice

Questa non è un’opera di narrativa. Nel corso di otto anni ho trascorso migliaia di ore con le donne che appaiono in questo libro: di persona, al telefono, tramite sms e email. In due casi mi sono trasferita per un po’ nelle città in cui vivevano, così da potermi fare un’idea più precisa della loro vita quotidiana. Mentre ero lì ho vissuto di persona parecchi dei momenti che ho inserito nel libro. Per quanto riguarda gli episodi accaduti prima o in mia assenza, mi sono basata sui loro ricordi, sui loro diari e sui loro racconti. Ho intervistato amici e familiari, e le ho seguite sui social. Ma perlopiù ho seguito il punto di vista delle tre donne.

Ho usato documenti giudiziari, articoli della stampa locale e ho parlato con giornalisti, giudici, avvocati, investigatori, colleghi e conoscenti per avere conferma dei fatti e della loro successione temporale. Quasi tutte le citazioni provengono da documenti legali, email, lettere, registrazioni e interviste con le donne e con altre persone che compaiono nel libro. L’eccezione più importante riguarda l’unico caso in cui gli sms, le lettere e alcune email non erano disponibili. Qui il contenuto si basa perciò sul resoconto ripetuto più volte dal soggetto, resoconto che il destinatario dei messaggi ha contestato.

Ho scelto queste tre donne perché le loro storie sono intense e si prestano a essere raccontate, e perché gli avvenimenti, se accaduti in passato, continuavano a pesare sulla loro vita. Mi sono proposta di parlare solo con donne disposte a raccontarmi le loro storie apertamente, a dare testimonianza senza nascondere nulla. Quando già avevo cominciato la mia ricerca molte hanno deciso che avevano troppo timore di esporsi. In gran parte però la mia scelta si è basata sulla mia percezione della capacità di queste donne di essere oneste con se stesse, e sulla loro volontà di riferire ciò che era accaduto senza nascondere la parte giocata dal loro desiderio. Se ad altri nel testo manca una voce definita, è perché queste storie appartengono a queste donne. Tuttavia ho scelto di proteggere quelli le cui voci non compaiono nel libro cambiando quasi tutti i nomi, i luoghi e i dettagli identificativi nelle due testimonianze che non sono ancora state rese pubbliche. Nella terza, ho cambiato i nomi degli individui che non hanno avuto un ruolo pubblico, o che erano minorenni all’epoca dei fatti.

Sono convinta che queste storie comunichino verità fondamentali sulle donne e il desiderio. Alla fine, però, sono solo queste tre donne a essere responsabili di ciò che narrano. Di ogni storia esistono tante versioni, questa è la loro.

Prologo

Quando mia madre era giovane, ogni mattina un uomo la seguiva mentre andava al lavoro e si masturbava alle sue spalle.

Mia madre aveva la quinta elementare e qualche strofinaccio di lino scadente come dote, ma era bellissima. È ancora la prima cosa che mi viene in mente per descriverla. Aveva i capelli dello stesso colore dei cioccolatini che trovi sulle Alpi tirolesi, e li portava sempre pettinati allo stesso modo: i corti ricci raccolti in cima alla testa. La pelle non era quella olivastra della sua famiglia ma aveva una sfumatura particolare, leggermente rosata, come l’oro di poco prezzo. Gli occhi erano sarcastici, provocanti, castani.

Faceva la cassiera a una bancarella di frutta e verdura nel centro di Bologna, in via San Felice, una lunga strada trafficata nella zona delle boutique. C’erano molti negozi di scarpe e di abbigliamento, oreficerie, profumerie e tabaccai per le donne che non lavoravano. Mia madre ci passava davanti mentre andava al lavoro. Guardava gli stivali di pelle pregiata e le collane luccicanti nelle vetrine.

Prima di arrivare alla zona commerciale da casa sua, però, la aspettava una tranquilla passeggiata attraverso stradine e vicoli dove non si vedeva una macchina, e una volta superate le botteghe del fabbro e del macellaio proseguiva sotto i portici deserti, saturi dell’odore pungente di urina e del puzzo misterioso di acqua vecchia che stagnava fra le pietre. Era lungo queste strade che la seguiva l’uomo.

Dove l’aveva vista la prima volta? Alla bancarella di frutta, immagino. Quella donna bellissima, circondata da un’abbondanza di prodotti freschi – fichi tondeggianti, mucchi di castagne, pesche maturate al sole, finocchi bianchissimi, cavolfiori verdi, pomodori ramati ancora sporchi di terra, piramidi di melanzane viola intenso, fragole minuscole ma splendide, ciliegie luccicanti, grappoli d’uva da vino, cachi –, oltre a una gran varietà di cereali, e poi pane, taralli, friselle, baguette, pentole di rame, stecche di cioccolato amaro.

L’uomo era sulla sessantina, con un grosso naso, una calvizie incipiente e le guance cascanti ombreggiate da un inizio di barba sale e pepe. Portava un berretto con visiera, come tutti gli altri anziani col bastone che facevano la loro passeggiata quotidiana.

Un giorno doveva averla seguita fino a casa, perché in una limpida mattina di maggio, uscita nella luce improvvisa dal pesante portone del suo condominio – in Italia quasi tutti gli edifici hanno atri bui, la luce bassa e razionata per ridurre le spese, i muri spessi di pietra gelata che tengono fuori il sole – si era ritrovata davanti quel vecchio sconosciuto ad aspettarla.

Le aveva sorriso e lei aveva ricambiato il sorriso. Poi si era incamminata per andare al lavoro, con una borsetta senza pretese e una gonna fino al polpaccio. Persino da vecchia le sue gambe erano incredibilmente femminili. Riesco a immaginare di essere dentro la testa di quell’uomo che vede le gambe di mia madre e le segue. Un’eredità che viene dall’essere vissute per secoli sotto lo sguardo maschile è che spesso le donne eterosessuali guardano le altre donne come le guarderebbe un uomo.

Mia madre aveva sentito la sua presenza alle spalle per diversi isolati, mentre si lasciava dietro il pizzicagnolo e il vinaio. Ma lui non si limitava a seguirla. Arrivata a una svolta, girandosi aveva colto un movimento con la coda dell’occhio. Le strade di pietra a quell’ora erano nude nella dolcezza del mattino, e quando si era girata si era accorta che l’uomo aveva il pene fuori dai pantaloni, lungo, sottile, eretto, e se lo stava menando rapidamente, su e giù, con gli occhi così fissi su di lei che a guidare quello che stava accadendo sotto la cintola avrebbe potuto anche essere un cervello diverso dal suo.

Lei all’epoca si era spaventata, ma anni dopo il terrore di quella prima mattina era scemato in una sorta di maligno divertimento. Nei mesi che seguirono, lui continuò a presentarsi fuori da casa sua diverse mattine alla settimana, e a un certo punto cominciò anche ad accompagnarla a casa dal lavoro. Al culmine della loro relazione, lui la seguiva due volte al giorno.

Ora mia madre è morta, quindi non posso chiederle perché permetteva che accadesse una cosa del genere, giorno dopo giorno. L’ho chiesto invece a mio fratello, che è più grande di me: perché lei non aveva fatto qualcosa, perché non l’aveva detto a qualcuno.

Era il 1960, in Italia. Ma lascialo perdere, è un povero vecchio, avrebbero detto i poliziotti. È già un miracolo se gli si rizza ancora, alla sua età.

Mia madre lasciava che quell’uomo si masturbasse davanti al suo corpo, sotto i suoi occhi, mentre andava e tornava dal lavoro. Non era il tipo di donna che potesse provare piacere per una cosa del genere. Anche se di questo non posso essere sicura. Mia madre non parlava mai di ciò che voleva. Di ciò che eccitava o spegneva il suo desiderio. A volte sembrava che non ne avesse, di desideri. Che la sua sessualità fosse semplicemente un sentiero nei boschi, non un sentiero segnato ma appena accennato dal passaggio degli scarponi nell’erba alta. E gli scarponi erano quelli di mio padre.

Mio padre amava le donne in un modo che veniva giudicato seducente. Era un medico, e chiamava le infermiere che gli piacevano “dolcezza”, quelle che non gli piacevano “tesoro”. Soprattutto, amava mia madre. La sua attrazione per lei era così evidente che mi imbarazza persino ricordarla.

Sebbene non mi sia mai capitato di speculare sul desiderio di mio padre, qualcosa nella sua forza, nella forza del desiderio maschile in generale, mi affascinava. Gli uomini non si limitavano a volere. Gli uomini avevano bisogno. L’uomo che ogni  giorno seguiva mia madre al lavoro e al ritorno dal lavoro aveva bisogno di farlo. Un presidente può rinunciare alla gloria per qualche pompino. Un uomo è capace di giocarsi quello che ha impiegato una vita intera a costruire per un singolo momento. Non mi ha mai convinto del tutto la teoria che gli uomini di potere hanno un ego così smisurato da non riuscire nemmeno a immaginare che qualcuno li possa scoprire: credo piuttosto che in quel momento il desiderio sia così forte che tutto il resto – famiglia, casa, carriera – si squaglia in un liquido insignificante più freddo e annacquato del seme. Fino a sparire del tutto.

Quando ho cominciato a scrivere questo libro, un libro sul desiderio umano, ero convinta che sarebbero state le storie degli uomini ad attirarmi. Le loro smanie. La loro capacità di rovesciare un impero per una ragazza in ginocchio. Così ho cominciato a intervistare una serie di uomini: un filosofo di Los Angeles, un insegnante del New Jersey, un politico di Washington. Mi attiravano le loro storie per lo stesso meccanismo che ci porta a ordinare sempre lo stesso piatto in un ristorante cinese.

La storia del filosofo, iniziata come la storia di un uomo attraente con una moglie meno bella che si rifiuta di andare a letto con lui, e relativi tormenti che accompagnano la diminuzione della passione e dell’amore, si è trasformata in quella di un uomo che voleva andare a letto con la massaggiatrice tatuata che vedeva a causa del mal di schiena. Dice che vuole fuggire con me a Big Sur, mi ha scritto sul cellulare, la mattina presto di una bella giornata. Quando ci siamo visti la volta successiva io ero seduta in un caffè davanti a lui che mi descriveva i fianchi della massaggiatrice. Nata da ciò che aveva perso nel suo matrimonio, mi sembrava che quella passione non avesse nulla di dignitoso: al contrario, mi sembrava decisamente meccanica.

Le storie degli uomini hanno cominciato a confondersi l’una nell’altra. In qualche caso c’era un corteggiamento prolungato; a volte il corteggiamento sembrava più un adescamento; ma perlopiù queste storie finivano tutte nei farfugliamenti cadenzati di un orgasmo. E mentre il motore maschile si spegneva ingolfandosi in quella salva finale di gemiti, scoprii che quello femminile spesso aveva appena cominciato a scaldarsi. C’erano complessità, e bellezza, e persino violenza in ciò che le donne provavano vivendo la stessa esperienza. Era in questi aspetti, e non solo, che si potevano scorgere i ruoli femminili di uno spazio che ai miei occhi aveva finito per rappresentare per intero l’aspetto che assume il desiderio in America.

Certo, il desiderio femminile può essere forte quanto quello maschile, e quando il desiderio era propulsivo, quando tendeva a un fine che era in grado di controllare, il mio interesse scemava. Ma le storie in cui il desiderio era qualcosa di incontrollabile, quando era l’oggetto del desiderio a dettare la narrazione, era lì che trovavo l’apice della bellezza e della sofferenza. Era come pedalare all’indietro, lo sforzo straziante e vano e, infine, l’ingresso in un mondo assolutamente nuovo.

Per trovare queste storie, ho attraversato il paese sei volte. Pianificavo le mie fermate in modo approssimativo. Di solito finivo in posti come Medora, in North Dakota. Ordinavo pane tostato e caffè e leggevo il quotidiano del posto. È così che ho trovato Maggie. Una giovane donna che altre donne, anche più giovani di lei, chiamavano “puttana” e “cicciona”. C’era stata una presunta relazione con un suo insegnante delle superiori, sposato. La cosa affascinante, nel suo racconto, era l’assenza di rapporti completi. Come mi riferì la ragazza, lui le praticava sesso orale ma non le permetteva nemmeno di abbassargli la cerniera dei jeans. Però aveva infilato dei messaggi scritti su post-it gialli tra le pagine del suo libro preferito, Twilight. Accanto ai passaggi sul legame eterno tra i due sfortunati amanti, aveva stabilito dei paralleli con la loro relazione. A colpire la giovane donna, a esaltarla, era stato il numero dei messaggi, e i dettagli che contenevano. Non riusciva a credere che l’insegnante per il quale nutriva un’ammirazione profonda avesse letto tutto il libro, per non parlare del tempo che aveva dedicato a scrivere quei commenti così penetranti, come se stesse tenendo un corso per l’ammissione all’università sull’amore tra vampiri. Aveva persino spruzzato le pagine con la sua acqua di colonia, mi raccontò, sapendo quanto a lei piacesse quel profumo. Ricevere messaggi del genere, sperimentare una relazione del genere, e vederla improvvisamente troncata: non faticavo a immaginare l’immenso vuoto che le aveva lasciato.

Mi imbattei nella storia di Maggie quando le cose stavano andando di male in peggio. Mi colpì quella donna alla quale erano state brutalmente negate la sessualità e l’esperienza sessuale. Racconterò la sua storia vedendola attraverso i suoi occhi; nel frattempo, una versione della stessa storia è finita davanti a una giuria che l’ha vista in un modo completamente diverso. Parte del suo racconto pone il lettore di fronte a una domanda fin troppo consueta: chi, quando e perché crede alle storie delle donne; chi, quando e perché non ci crede.

Nel corso della Storia, gli uomini hanno spezzato il cuore alle donne in un modo tutto particolare. Le amano, o le amano a metà, e a un certo punto si stufano e passano settimane, mesi a liberarsene silenziosamente, a tornarsene da dove erano venuti, a inaridirsi, a smettere di telefonare. Nel frattempo, le donne aspettano. Più sono innamorate e meno opzioni hanno, e più tempo passano ad aspettare, sperando che lui torni col telefono distrutto, con la faccia distrutta, e dica: mi dispiace, ero sepolto vivo e l’unica cosa a cui pensavo eri tu, e avevo paura che tu pensassi che ti avevo lasciata mentre la verità è che avevo perso il tuo numero di telefono, me l’hanno rubato quelli che mi hanno sepolto vivo, e ho passato tre anni a cercarlo sulle guide telefoniche e adesso ti ho trovata. Non sono scomparso, tutto quello che provavo c’è ancora. Hai avuto ragione a pensare che sarebbe stato un comportamento crudele, inammissibile, impossibile. Sposami.

Maggie, secondo il suo racconto, era stata rovinata dal supposto reato del suo insegnante, tuttavia aveva a disposizione qualcosa che le donne abbandonate raramente hanno. Un certo potere, derivante dalla sua età e dalla professione dell’ex amante. Maggie era convinta che fosse la legge del suo paese a stabilire quel potere. Tuttavia, alla resa dei conti, non è stato così.

i sono donne che aspettano perché se non lo fanno si sentono minacciate dall’evanescenza. In quel momento sono convinte che non potranno mai desiderare altri che lui. Il problema può essere economico. Le rivoluzioni ci mettono un bel po’ ad arrivare in luoghi dove la gente condivide più ricette di “Country Living” che articoli sulla fine della sottomissione femminile.

Lina, una casalinga dell’Indiana che il marito non baciava da anni, aspettò a lasciarlo perché non aveva i soldi per vivere separata da lui. Le leggi riguardo al mantenimento del coniuge erano una realtà a lei sconosciuta. Poi si mise ad aspettare che un altro uomo lasciasse sua moglie. Poi aspettò ancora un po’.

L’aria che tira nel nostro paese può farci dubitare di chi siamo, anche se è della nostra vita che si tratta. Spesso le donne aspettano per essere sicure di avere l’approvazione delle altre donne, così da poter approvare se stesse.

Sloane, l’equilibrata proprietaria di un ristorante, lascia che suo marito la guardi mentre scopa con altri uomini. Ogni tanto le coppie a letto sono due, ma in linea di massima è lui che guarda lei, in video o di persona, mentre fa l’amore con un altro. Sloane è bellissima. Mentre il marito la guarda scopare con altri uomini, fuori dalla finestra della camera da letto spumeggia un tratto d’oceano particolarmente ambito. 

In fondo alla strada, vagano pecore Cotswold col mantello color avena. Una mia amica, che considerava squallida e quasi riprovevole l’idea del ménage à trois nel contesto di un gruppo di scambisti che avevo incontrato a Cleveland, aveva trovato la storia di Sloane illuminante, cruda, comprensibile. Ed è precisamente il fatto di poter comprendere una storia a farci immedesimare nei suoi protagonisti.

Penso al fatto che sono figlia di una donna che ha permesso a un uomo di masturbarsi quotidianamente davanti a lei, e penso a tutte le cose che ho permesso venissero fatte a me, forse non così clamorose, ma nemmeno troppo diverse, in una prospettiva più ampia. Poi penso a quanto ho preteso io dagli uomini. A quanto di quelle pretese corrispondesse a ciò che pretendevo da me stessa, o persino dalle altre donne; a quanto di quello che pensavo di pretendere da un amante derivasse da bisogni che avrebbe dovuto soddisfare mia madre. Perché sono le donne, in molte delle storie che ho ascoltato, ad avere più presa sulle altre donne di quanta ne abbiano gli uomini. Siamo capaci di farci sentire a vicenda trasandate, zoccole, sporche, non amate, brutte. Alla fine, si riduce tutto alla paura. Possono spaventarci gli uomini, possono spaventarci le altre donne, e a volte ci preoccupiamo talmente di quello che ci spaventa che aspettiamo di essere sole per avere un orgasmo. Fingiamo di desiderare cose che non desideriamo affatto, in modo che nessuno si accorga che non riceviamo ciò di cui abbiamo bisogno.

A spaventare mia madre non erano gli uomini. A spaventarla era la povertà. Mi aveva raccontato un’altra storia; anche se non ricordo con esattezza le circostanze, ricordo che non mi fece sedere accanto a lei. Non stavamo mangiando cracker o bevendo rosé mentre me la raccontava. Molto probabilmente sul tavolo della cucina c’era un pacchetto di Marlboro, le finestre erano tutte chiuse, il cane ai nostri piedi sbatteva gli occhi per vederci attraverso la coltre di fumo. Probabilmente lei stava passando l’alcol sul tavolo di cristallo.

La storia riguardava un uomo crudele con cui usciva subito prima di incontrare mio padre. Mia madre aveva una serie di parole che mi affascinavano e mi spaventavano. “Crudele” era una di queste.

Era cresciuta in estrema povertà, facendo pipì nel vaso da notte e poi picchiettandosela sulle lentiggini, perché si diceva che le facesse scolorire. Lei e le sue due sorelle dividevano la camera da letto con i genitori. La pioggia filtrava dal tetto e le gocciolava in faccia mentre dormiva. Aveva passato quasi due anni in sanatorio per via della tubercolosi. Nessuno andava a trovarla perché non potevano permettersi il viaggio. Suo padre era un alcolizzato e lavorava nelle vigne. Un fratellino era morto prima di compiere un anno.

Alla fine era riuscita ad andarsene di casa e si era trasferita in città, ma subito prima che partisse, all’inizio di febbraio, sua madre si era ammalata. Cancro allo stomaco. Era stata ricoverata nell’ospedale della zona, in un reparto da cui non usciva vivo nessuno. Una notte c’era stata una bufera di neve, con la pioggia ghiacciata che andava a frantumarsi sull’acciottolato, e mia madre era con quell’uomo crudele quando era arrivata la notizia che sua madre stava morendo e che se ne sarebbe andata prima che facesse giorno. L’uomo crudele stava guidando nella bufera per accompagnare mia madre all’ospedale quando tra i due era scoppiata una lite furibonda. Mia madre non scese in dettagli ma disse che era finita con lei ferma sul margine ghiaioso della strada, nella neve fitta e nella notte sempre più buia. Aveva guardato le luci posteriori della macchina sparire, e sulla strada gelata non ne passavano altre. Non era riuscita ad arrivare da sua madre prima della fine.

Ancora oggi non ho idea di cosa significasse “crudele” in quel contesto. Non so se picchiasse mia madre, se la violentasse. Ho sempre dato per scontato che la crudeltà, nel suo mondo, implicasse qualche tipo di minaccia sessuale. Nelle mie congetture più orribili, lo immagino che cerca di farsela la notte in cui sua madre sta morendo. Lo immagino che cerca di darle un morso su un fianco. Ma ciò che le era rimasto era la paura della povertà, non dell’uomo crudele. Il fatto di non poter chiamare un taxi per andare all’ospedale. Di non avere nessuna possibilità d’azione. Di non avere i mezzi.

Un anno circa dopo la morte di mio padre, un giorno in cui eravamo finalmente riuscite a non piangere, mi chiese di insegnarle a usare internet. Non aveva mai usato un computer in vita sua. Impiegava cinque minuti per scrivere una frase, era una pena.

Dimmi quello che ti serve e lo faccio io, le dissi alla fine di un’intera giornata passata davanti allo schermo. Eravamo entrambe frustrate.

Non posso, disse. È una cosa che devo fare da sola.

Cosa?, chiesi. Avevo visto tutto ciò che la riguardava, tutti suoi conti, i suoi messaggi, persino quello scritto a mano destinato a me nel caso fosse morta 

all’improvviso.

Voglio cercare un uomo, disse a voce bassa. Un uomo che ho conosciuto prima di tuo padre.

Ero sbalordita, e anche ferita. Volevo che mia madre fosse la vedova di mio padre per sempre. Volevo mantenere intatta l’idea che avevo dei miei genitori, anche dopo la morte, anche a costo della sua infelicità. Non volevo sapere niente del suo desiderio.

Questo terzo uomo, il proprietario di una grande catena di gioiellerie, era innamorato di lei a tal punto che era andato in chiesa durante la cerimonia per cercare di impedire che i miei si sposassero. Molto tempo fa lei mi diede una collana di diamanti e rubini, ed ebbi l’impressione che se ne liberasse per mascherare quanto in realtà teneva a quell’oggetto. Le dissi di cercare di imparare a usare il computer da sola, allora, ma si ammalò prima di riuscirci.

Penso alla sessualità di mia madre e al fatto che la usasse di rado. Le piccole cose, il fatto che si truccasse prima di uscire o di andare ad aprire la porta. A me era sempre sembrata una manifestazione di forza o di debolezza, non certo di un cuore pulsante. Come mi sbagliavo.

Eppure, mi domando come abbia fatto una donna a permettere a un uomo di masturbarsi davanti a lei per così tanto tempo. Chissà se di notte piangeva. Era persino possibile che piangesse per quel vecchio così solo. Sono le sfumature del desiderio che contengono la verità di ciò che siamo nei nostri momenti più sinceri. Ho cominciato a registrare l’impeto e il tormento che accompagnano il desiderio femminile per aiutare gli uomini e le altre donne a comprendere prima di condannare. Perché sono i momenti normali della nostra quotidianità quelli che non smetteranno di avere importanza, che ci diranno chi eravamo, chi erano quelli accanto a noi e le nostre madri, quando eravamo troppo pronte a credere che non fossero nemmeno lontanamente come noi. Questa è la storia di tre donne.

Maggie

Quella mattina ti prepari come se andassi in battaglia. Invece delle pitture di guerra, il make-up. Ombretto neutro, sfumato. Mascara abbondante, fard rosa scuro e rossetto. Capelli lievemente arricciati, pieni di volume.

Hai imparato a truccarti e a farti la piega da sola, di fronte agli specchi, con i Linkin Park e i Led Zeppelin in sottofondo. Sei una di quelle ragazze che hanno un senso innato del contouring e degli accessori da usare, di quelle che conoscono l’uso provvidenziale di una forcina nascosta tra i capelli.

Indossi stivaletti con la zeppa, leggings, e una blusa tagliata a kimono, sottilissima. Vuoi fargli capire che non ha più a che fare con una bambina. Hai ventitré anni.

Naturalmente vuoi anche che ti desideri ancora, che rimpianga di averti perduta. Vuoi che più tardi, seduto a cena a casa sua, gli torni in mente la curva provocante delle tue anche.

Sei anni fa eri più piccola, e lui adorava le tue mani minuscole. A quei tempi le sue si infilavano spesso tra le tue cosce. Sono cambiate tante cose. Tuo padre è morto. In agosto, si è tagliato le vene in un cimitero vicino a casa. Gli parlavi spesso di tuo padre, dei problemi che avevi con i tuoi genitori. Lui sapeva che uno dei due andava sempre a cercare l’altro in qualche bar. Bevevano entrambi, ma uno più dell’altro. Adesso hai la sensazione che lui capirebbe la tua preoccupazione per la pioggia che non smette di picchiettare sul terriccio sopra tuo padre. Chissà se lui si bagna, là sotto, chissà se si chiede perché l’hai lasciato lì, nel buio gelato e fradicio. La morte non supera quello che accade in un’aula di tribunale? La morte non supera tutte quelle altre stronzate, compresi i poliziotti e gli avvocati? Da qualche parte, in un altro mondo, non siete ancora voi due e basta?

Vai con tuo fratello David alla corte distrettuale della Cass County, e durante il tragitto in macchina fumate tutti e due. Il tuo profumo di doccia e di pulito è in parte coperto dal fumo. Lui non sopportava che tu fumassi e così gli mentivi. Era il fumo dei tuoi genitori, dicevi, che ti impregnava i capelli e le felpe col cappuccio. A un ritiro di studenti cattolici avevi fatto voto di smettere per lui. Lui ti meritava tutta, comprese le parti di te che non volevi dargli.

Avresti potuto fare in modo che oggi non si presentasse. Anche se aveva il diritto di esserci, avevano detto gli avvocati. E comunque, una piccola parte di te voleva che lui ci fosse. Arriveresti a dire che uno dei motivi che ti hanno spinto a rivolgerti alla polizia è stato costringerlo a mostrarti il suo viso ancora una volta. Perché quasi chiunque concorderebbe sul fatto che quando uno chiude con te, si rifiuta di vederti, non reclama il suo spazzolino, non ha più bisogno delle sue scarpe da corsa, non risponde alle tue email, va a comprarsi delle scarpe da corsa nuove, per esempio, perché è meglio che affrontare la trappola del tuo dolore, è come se qualcuno ti congelasse gli organi. Il gelo è tale che non riesci più a respirare. Per sei anni, si è tenuto lontano da te. Oggi però verrà, e verrà anche al processo, perciò in un certo senso si potrebbe dire che uno dei motivi per cui lo stai facendo è perché questo significa che lo vedrai più o meno altre sei volte. È una teoria astrusa solo se non hai idea di come una persona possa distruggerti semplicemente sparendo.

Lisa Taddeo scrive per diverse testate tra le quali “Esquire’, “Elle” e “Glamour”. I suoi saggi sono stati inclusi in diverse antologie e i suoi racconti le hanno fatto vincere ben due Pushcart Prizes.

Vive col marito e la figlia nel New England.

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