“Il Lettore” di Bernhard Schlink edito da Neri Pozza. Estratto.

Trama

Germania, fine anni Cinquanta. Mentre il paese cerca di archiviare definitivamente gli orrori della guerra, il quindicenne Michael Berg cerca di lasciarsi alle spalle i giorni maledetti della sua adolescenza. Svanita l’itterizia che lo ha costretto a letto per un intero inverno, ora può avventurarsi di nuovo per le strade della sua città, e raggiungere la casa di Hanna Schmitz, la sconosciuta trentenne che lo ha soccorso un giorno d’ottobre in cui, di ritorno dalla scuola, la malattia si era fatta sentire con violenza. Occhi azzurri, capelli biondo cenere, il volto spigoloso ma femminile, Hanna Schmitz esercita un’attrazione fatale sul ragazzo. Nella sua casa, un modesto appartamento in cui la stanza più grande è la cucina, Michael riceve la sua iniziazione alla vita sentimentale. Un’iniziazione fatta di travolgente passione e pudori, interrotti di tanto in tanto da uno strano rituale imposto dalla donna: la lettura ad alta voce da parte del ragazzo dei classici della letteratura tedesca. Un giorno, però, Hanna svanisce nel nulla senza lasciare traccia, gettando Michael nella più cupa disperazione. Alcuni anni dopo, il ragazzo, divenuto studente di legge, la rivede in un’aula di tribunale in cui si celebrano i cosiddetti Auschwitzprozesse… in veste di imputata. Apparso per la prima volta in Germania nel 1995, Il lettore è uno dei romanzi fondamentali della narrativa tedesca contemporanea. Tradotto in più di cinquanta lingue, vincitore di numerosi premi letterari – tra gli altri, il Premio Grinzane-Cavour in Italia, dove fu pubblicato nel 1996 con il titolo A voce alta –, trasposto con successo sullo schermo da Stephen Daldry (The Reader, con Kate Winslet e Ralph Fiennes), il libro viene riproposto oggi in una nuova traduzione che ne conferma il carattere di vero e proprio «evento letterario» (Der Spiegel), capace di segnare un passaggio importante nella trattazione della Shoah.

Estratto

1.

All’età di quindici anni mi venne l’itterizia. Mi ammalai durante l’autunno e potei considerarmi guarito solo quando era già iniziata la primavera. Piú l’anno vecchio si faceva freddo e scuro, piú io m’indebolivo. Solo con l’arrivo dell’anno nuovo la situazione cominciò a migliorare. A gennaio fece caldo e mia madre spostò il mio letto in direzione del balcone. Vedevo il cielo, il sole, le nuvole e sentivo i bambini che giocavano in cortile. In un tardo pomeriggio di febbraio udii un merlo cantare.

La mia prima uscita mi portò da Blumenstraße, dove vivevamo al secondo piano di una massiccia palazzina del primo Novecento, fino in Bahnhofstraße. Lí, un lunedí di ottobre, di ritorno da scuola, ero stato assalito dai conati di vomito. Già da alcuni giorni mi sentivo di una debolezza estrema: ogni passo mi costava un grosso sforzo e, quando salivo le scale a casa o a scuola, le gambe mi reggevano a malapena. Non avevo appetito e, persino quando mi sedevo a tavola affamato, il cibo mi dava subito il disgusto. La mattina mi alzavo con la bocca secca e la sensazione che i miei organi fossero pesanti e fuori posto.

Essere cosí debole mi imbarazzava; ma soprattutto mi imbarazzò vomitare. Non mi era mai successo prima. La bocca mi si riempí e vi misi davanti una mano, cercando di deglutire e premendo forte le labbra, ma il rigetto fuoriuscí ugualmente e mi colò lungo le dita. Mi sostenni appoggiandomi al muro, guardai il vomito ai miei piedi e con uno sforzo repressi il catarro giallastro.

La donna che mi venne in soccorso lo fece in maniera quasi sgarbata. Mi afferrò per il braccio e mi fece uscire in cortile passando per un androne buio. Ai piani superiori si vedeva della biancheria stesa ad asciugare su fili di corda che passavano da una finestra all’altra. Nel cortile era accatastata della legna; da un’officina aperta proveniva il rumore di una sega, e dappertutto volavano i trucioli. Accanto alla porta del cortile c’era un rubinetto. La donna lo aprí; per prima cosa mi lavò la mano e poi con le mani a conca raccolse l’acqua e me la gettò in faccia. Mi asciugai con un fazzoletto.

«Prendi l’altro!». Accanto al rubinetto c’erano due secchi; la donna ne afferrò uno e lo riempí. Io presi l’altro e lo riempii, poi la seguii attraverso l’androne. Lei sollevò il braccio e prese lo slancio, poi l’acqua scrosciò sul marciapiede e sciacquò via il vomito spingendolo nel canale di scolo. Dopodiché mi tolse il secchio di mano e lanciò un’altra ondata sul marciapiede.

Quando si drizzò, vide che stavo piangendo. «Che ragazzino!» disse stupita. «Che ragazzino!». Mi abbracciò. Ero di poco piú alto di lei e, stretto a lei, sentii i suoi seni contro il mio petto, l’odore del mio alito cattivo e del suo sudore fresco, e non sapevo che fare delle braccia. Smisi di piangere.

Mi chiese dove abitavo, posò i secchi nel corridoio e mi accompagnò a casa. Mi camminava accanto; con una mano mi teneva la cartella e con l’altra il braccio. Blumenstraße non era lontana da Bahnhofstraße. Camminava veloce e con un piglio deciso che mi rendeva facile stare al passo. Davanti alla nostra casa si congedò.

Quello stesso giorno mia madre chiamò il medico, che mi diagnosticò l’itterizia. Non so bene quando, le raccontai di quella donna. Dubito che altrimenti sarei andato a farle visita, ma per mia madre era naturale che, appena ne fossi stato in grado, comprassi dei fiori con i miei soldi e mi presentassi da lei per ringraziarla. E cosí, alla fine di febbraio tornai in Bahnhofstraße.

2.

La casa in Bahnhofstraße oggi non esiste piú. Sono stato lontano dalla mia città natale per molti anni, perciò non so né quando né perché sia stata demolita. Il nuovo edificio, costruito negli anni Settanta o forse Ottanta, ha cinque piani piú uno adibito a solaio, è privo di balconi e finestre a bovindo ed è rivestito di intonaco chiaro e liscio. Numerosi campanelli indicano la presenza di numerosi piccoli appartamenti. Quel genere di appartamenti nei quali ci si trasferisce e dai quali si trasloca con la frequenza con cui si prende e si lascia un’auto a noleggio. Al pianoterra attualmente c’è un negozio di computer, mentre prima c’erano una drogheria, un negozio di alimentari e un videonoleggio.

La vecchia casa era alta uguale, ma divisa in quattro piani: un pianoterra in quadroni di arenaria ben levigati e tre piani superiori in mattoni a vista con bovindi, balconi e cornici in arenaria. Dal pianoterra si accedeva alle scale interne tramite una manciata di gradini, larghi alla base e via via piú stretti e delimitati su entrambi i lati da muretti con ringhiere di ferro, che salivano a spirale. La porta era fiancheggiata da colonne e, dagli angoli dell’architrave, due leoni guardavano verso le due direzioni di Bahnhofstraße. L’ingresso attraverso il quale la donna mi aveva portato nel cortile fino al rubinetto era l’entrata secondaria.

Già da ragazzo quella casa mi aveva colpito. Dominava la schiera di case del resto della via. Se fosse diventata ancora piú massiccia e imponente, pensavo, le case vicine si sarebbero dovute spostare per farle spazio. All’interno immaginavo la tromba delle scale con stucchi, specchi e una passatoia a decorazioni orientali, fissata ai gradini con barre d’ottone lisce e lucide. Mi aspettavo che in una casa signorile vivessero dei signori. Ma, poiché era diventata scura per il passare degli anni e per il fumo dei treni, immaginavo che anche i signori condomini fossero diventati cupi, stravaganti, magari sordi o muti, gobbi o zoppi.

Negli anni successivi sognai di continuo quella casa. I sogni erano tutti simili, varianti di un’unica trama: cammino per una città straniera e vedo la casa. In un quartiere che non conosco, si erge in mezzo alla schiera di abitazioni. Proseguo confuso, perché riconosco la casa ma non il quartiere, finché mi viene in mente di averla già vista. Ma non penso a Bahnhofstraße nella mia città natale, bensí a un’altra città o un altro paese. Nel sogno mi trovo per esempio a Roma, vedo la casa e ricordo di averla già vista a Berna. Questo ricordo sognato mi tranquillizza; rivedere la casa in un ambiente diverso non mi sembra piú strano dell’incontro casuale con un vecchio amico in un contesto sconosciuto. Mi giro, torno indietro e salgo i gradini. Voglio entrare. Stringo la maniglia.

Quando sogno la casa in un ambiente di campagna, il sogno dura di piú, o forse ne ricordo meglio i dettagli. Sto guidando la macchina. Vedo la casa alla mia destra e proseguo, in un primo momento soltanto confuso dal fatto che un edificio che appartiene chiaramente a una strada di città si trovi in aperta campagna. Poi mi torna in mente che ho già visto quella casa e sono doppiamente confuso. Quando mi ricordo dove, faccio inversione e torno indietro. La strada nel sogno è sempre vuota, posso girare sgommando e premere sull’acceleratore. Ho paura di arrivare tardi, perciò guido piú veloce. Dopodiché la vedo, circondata da campi, colza, frumento o vigneti nel Palatinato, da lavanda in Provenza. Il paesaggio è pianeggiante, tutt’al piú in leggera collina. Non ci sono alberi. La giornata è limpidissima, il sole splende, l’aria è frizzante e la strada luccica sotto la calura. I muri tagliafuoco danno all’edificio un’aria di isolamento e incompletezza; potrebbero appartenere a una qualsiasi abitazione. La casa del sogno non è piú tetra di quella in Bahnhofstraße, ma le finestre sono coperte di polvere e non si vede nulla di ciò che c’è dentro, neppure le tende. È una casa cieca.

Mi fermo sul ciglio e attraverso la strada in direzione dell’ingresso. Non si vede nessuno, non si sente niente, neppure un motore lontano, il vento, un uccello. Il mondo è morto. Salgo i gradini e stringo la maniglia.

Ma non apro il portone. Mi sveglio e so solo che ho afferrato e stretto la maniglia. Poi mi torna in mente l’intero sogno e anche il fatto di averlo già sognato.

3.

Non conoscevo il nome di quella donna. Con il mio mazzo di fiori in mano, ero lí fermo, dubbioso, davanti al portone e ai campanelli. Avrei preferito girarmi e andarmene, ma poi uscí un uomo, mi domandò chi stavo cercando e mi indirizzò dalla signora Schmitz, al terzo piano.

Nessuno stucco, nessuno specchio, nessuna passatoia. Qualunque bellezza le scale potessero aver posseduto in origine – sia pure modesta e non comparabile allo splendore della facciata – era scomparsa da tempo. La vernice rossa dei gradini era consumata al centro, il linoleum verde stampato, che rivestiva la parete delle scale fino all’altezza delle spalle, era consunto, e le barre mancanti della ringhiera erano state sostituite da corde tese. C’era odore di detersivo. Forse tutto questo mi colpí solo in un secondo momento. L’ambiente era sempre ugualmente misero e ugualmente pulito e c’era sempre lo stesso odore di detersivo, a volte misto all’odore di cavolo o di fagioli, di arrosto o di bucato messo a bollire. Degli altri inquilini non ho mai conosciuto altro che questi odori, gli zerbini davanti alle porte e le targhette con il nome sotto i campanelli. Non ricordo di aver mai incontrato nessuno di loro.

Non ricordo piú nemmeno come salutai la signora Schmitz. Probabilmente le recitai due o tre frasi che mi ero preparato, a proposito della mia malattia, del suo aiuto e dei miei ringraziamenti. Mi fece strada fino alla cucina.

Era la stanza piú grande dell’appartamento. C’erano i fornelli e il lavello, la vasca da bagno e lo scaldabagno, un tavolo e due sedie, una credenza, un armadio e un divano. Sopra il divano era steso un copriletto rosso. Il locale non aveva finestre. La luce filtrava dai vetri della porta che dava sul balcone. Non c’era molta luce: la cucina era luminosa solo quando la porta era aperta. Allora dalla falegnameria nel cortile saliva lo stridore della sega e l’aria odorava di legno.

L’appartamento disponeva anche di un piccolo e stretto soggiorno con una credenza, un tavolo, quattro sedie, una poltrona e una stufa. Questa stanza non veniva quasi mai scaldata in inverno e anche d’estate era usata molto di rado. La finestra si affacciava su Bahnhofstraße e sul terreno della vecchia stazione, già scavato e rivoltato, e sul quale qui e là erano già state gettate le fondamenta del nuovo Palazzo di giustizia e degli uffici amministrativi. Infine, l’appartamento aveva un bagno cieco, il cui cattivo odore arrivava fino in corridoio.

Non ricordo piú nemmeno di cosa parlammo in cucina. La signora Schmitz stava stirando; aveva steso sul tavolo una coperta di lana e un lenzuolo e prendeva un indumento dopo l’altro dalla cesta del bucato, lo stirava, lo piegava e lo metteva su una delle due sedie. Sull’altra sedevo io. Stirò anche la sua biancheria intima; avrei voluto non guardare, ma non  riuscivo a distogliere gli occhi. Indossava un grembiule senza maniche, blu con piccoli e sbiaditi fiori rossi. I capelli biondo cenere, lunghi fino alle spalle, erano raccolti sulla nuca con un fermaglio. Le braccia nude erano di un bianco pallido. I movimenti con cui prendeva il ferro da stiro, lo passava e lo riappoggiava, e poi piegava e riponeva gli indumenti, erano lenti e concentrati, e altrettanto lento e concentrato era il suo chinarsi e rialzarsi. Sul suo volto di allora si sono sovrapposti, nei miei ricordi, i suoi volti successivi. Quando la richiamo davanti ai miei occhi cosí com’era allora, mi si presenta senza volto. Lo devo ricostruire. Fronte alta, zigomi alti, occhi azzurro chiaro, labbra piene, con curve simmetriche, senza fossette, mento importante. Un volto ampio, spigoloso, femminile. So che lo trovavo bello. Ma non vedo piú la sua bellezza davanti a me.

Autore

Bernhard Schlink (Bielefeld, 6 luglio 1944) è uno dei maggiori scrittori tedeschi contemporanei. Ha esercitato la professione di giudice presso la Corte Costituzionale della Renania Settentrionale-Vestfalia sino al 2006. Nel 2006 è stato ordinato professore di Filosofia del diritto presso la prestigiosa Humboldt Universität di Berlino. È autore di una raccolta di racconti, Fughe d’amore (Garzanti 2002), e di numerosi romanzi tra i quali I conti del passato (Garzanti 2004), L’inganno di Selb (Garzanti 2005), L’omicidio di Selb (Garzanti 2004), La nostalgia del ritorno (Garzanti 2007), Il fine settimana (Garzanti 2010) e Olga(Neri Pozza 2018).

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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