“Le voci degli altri” di Lesley Kara edito Piemme. Estratto.

Trama

«Tra sospetti e accuse, vi sorprenderà fino all’ultima pagina.» PAULA HAWKINS

La calunnia è come un incendio.
Basta una sola scintilla, e rimpiangerai tutta la vita di aver ceduto alla tentazione.
Perché il silenzio è d’oro.
Ma il gossip può essere mortale.

Flintstead-on-Sea è una di quelle cittadine inglesi così piccole, così silenziose, così tremendamente perfette, che le vite dei suoi abitanti sono strette come in una morsa, tra la pioggia incessante e il mare sempre grigio. E per Joanna Critchley, mamma single che vi è appena tornata con il suo bambino, la morsa è ancora più dolorosa: non conosce più nessuno in città, e trova difficile farsi accettare dalle temibili mamme della scuola.
È per questo che, quando per caso sente dire da una di loro che la famigerata Sally McGowan, che a dieci anni commise un terribile omicidio e da allora ha vissuto sotto altra identità, si è ritirata proprio a Flintstead, non resiste alla tentazione di usare quell’informazione. È la sera del book club, e, sentendosi ancora una volta esclusa, Joanna butta lì il suo prezioso pettegolezzo. Quella che innescherà è una spirale crescente di sospetto, follia e paura, che ben presto le sfuggirà di mano.
E mentre diverse donne vengono accusate, e Jo si sentirà sempre più in colpa per aver diffuso la voce, una verità molto scomoda si farà strada. Una verità pericolosa, sia per lei che per il suo bambino. E Joanna imparerà a sue spese che quando si mettono in giro le voci sbagliate, dopo non si torna indietro.
Tensione, minaccia e sospetto si respirano a pieni polmoni in un thriller che vi sorprenderà, uno dei grandi bestseller inglesi dell’anno.

Estratto

Ai miei genitori Harry e Doreen, con affetto

Chi combatte con i mostri deve guardarsi

dal non diventare egli stesso un mostro.

E se guarderai a lungo nell’abisso,

l’abisso guarderà dentro di te.

FRIEDRICH NIETZSCHE

Sta accadendo di nuovo. Non chiedetemi come faccio a saperlo, lo so e basta. Lo vedo dall’infrangersi delle onde, da come si increspano. Veloci. Implacabili. Lo sento nell’aria pungente che mi sfiora la pelle, lo avverto nell’odore inconfondibile di foglie in decomposizione e terra umida, lo percepisco nel silenzio dei corvi che se ne stanno lì immobili e osservano. Stai tornando a prendermi, e non posso fare nulla per fermarti.

È così che funziona. Una sera vado a dormire e va tutto bene. È tutto sotto controllo. La storia non è più soltanto una storia. È reale. Solida. Indistruttibile. Poi mi sveglio e niente è più come prima. Durante la notte sono comparse delle crepe e mi rendo conto che per tutto questo tempo non ho fatto altro che prendere in giro me stessa, che sono sempre stata la più fragile delle costruzioni.

Io sono la preda. Lo sarò sempre.

1

Tutto inizia con delle voci all’uscita da scuola.

In un primo momento non presto nemmeno attenzione a cosa stanno dicendo. Ho promesso a Dave che sarei andata a prendere le chiavi della proprietà di Maple Drive per mostrarla a un cliente. Non ho tempo per spettegolare.

Poi però vedo Debbie Barton spalancare la bocca e la curiosità prende il sopravvento.

«No, aspetta, ripeti» la sento dire. «Non riesco a crederci.»

Io e Fatima, la mamma di Ketifa, ci avviciniamo. La madre di Jake – Cathy, se non sbaglio – si guarda intorno prima di parlare, cercando di sfruttare al massimo quei suoi attimi di notorietà.

«È molto probabile che una famosa assassina sia proprio qui a Flinstead» dice, e fa una pausa in attesa che le sue parole ottengano l’effetto desiderato. «Sotto nuova identità, ovviamente. A dieci anni ha ucciso un bambino pugnalandolo con un coltello da cucina, dritto nel cuore. È successo negli anni Sessanta.»

Rimaniamo tutte senza fiato. Fatima si porta la mano al petto.

«Sally McGowan» aggiunge Cathy. «Cercatela su Google quando tornate a casa.»

Sally McGowan. Il nome mi è familiare. Forse ne ho sentito parlare in uno di quei programmi che guardo in tv quando non ho di meglio da fare. Bambini che uccidonoo qualcosa del genere.

«Chi te l’ha detto?» chiedo.

Cathy fa un bel respiro. «Una tizia che conosce un’altra tizia il cui ex marito era uno sbirro. Be’, un collega di questo sbirro era responsabile di un programma di protezione testimoni. Potrebbe anche non essere vero, ma sapete come si dice: non c’è fumo senza arrosto. Secondo mio marito quando vogliono nascondere qualcuno lo portano sempre in piccole città come questa.»

Debbie sembra piuttosto contrariata. «Trovo rivoltante il modo in cui vengono tutelati questi mostri. Voglio dire, alla fine sono a nostro carico, no?»

«Preferiresti che venissero assaliti e picchiati per strada?»

Le tre donne mi fissano. Vorrei aver tenuto la bocca chiusa, ma a volte proprio non riesco a trattenermi, è più forte di me. Non so neanche perché sto ascoltando tutte queste stronzate. Avrei dovuto lasciarle alle loro chiacchiere da subito.

«In effetti sì, Joanna. Lo preferirei. Non è giusto che vengano trattati con tanto riguardo. E i genitori del ragazzino ucciso, invece? Di loro che mi dici? Nessuno gli concederà mai il lusso di poter ricominciare da capo, non credi?»

«Comunque non siamo nemmeno sicure che sia vero» dice Fatima. «E anche se fosse, non possiamo farci niente. È successo anni fa, dubito che quella donna sia ancora pericolosa.»

Fatima è davvero carina e intelligente, devo assolutamente invitarla a prendere un caffè e fare due chiacchiere, voglio conoscerla meglio. Ma non oggi, arriverò tardi se non mi sbrigo.

«Grazie Jo. Apprezzo che tu lo faccia anche se è il tuo giorno libero.»

Dave mi passa le chiavi e la scheda fresca di stampa dell’immobile al 24 di Maple Drive, con il nuovo logo della Pegton in cima.

«Non è un problema» rispondo. E non lo è davvero. Non ci sono molti datori di lavoro flessibili quanto Dave Pegton. È stato un dono del cielo trovare un impiego che si adatta perfettamente agli orari scolastici di Alfie e allo stesso tempo così vicino a casa.

Casa. Devo ringraziare Dave anche per questo. Una piccola villetta a schiera con due camere da letto che aveva generosamente descritto come “bisognosa di cure amorevoli”. Ecco, se non ti piace il cigolio del legno, di certo non fa per te. Avrebbe bisogno di cure intensive più che amorevoli, ma visto che era l’unica cosa che potevo permettermi alla fine ho fatto un’offerta. Casa nuova. Lavoro nuovo. E tutto perché sono entrata nell’agenzia immobiliare giusta al momento giusto. “Serendipità”, è così che la chiamano, no?

Dave torna alla sua scrivania. «A proposito, buona fortuna con la signora Marchant.»

«Perché? C’è qualcosa che devo sapere?»

Lui fa un sorrisetto. «Lo scoprirai presto» e, prima che possa chiedergli altro, il telefono suona e sta già parlando con un cliente.

Maple Drive è costituita principalmente da abitazioni degli anni Venti e Trenta. Alcune sono case indipendenti, ma nella maggior parte dei casi si tratta di villette bifamiliari. Non è la strada più chic di Flinstead – i cittadini più abbienti vivono in un quartiere chiamato Groves –, ma alla gente piace, soprattutto perché ha uno sbocco diretto sul mare, proprio all’altezza del civico 24. Nella scheda dell’immobile Dave ha scritto «vista mare» e con ogni probabilità, se si apre una delle finestre della camera da letto, ci si affaccia e si allunga il collo verso sinistra, lo si vede davvero. Forse sarebbe stato più veritiero parlare di “scorcio sul mare”, ma è comunque una casa graziosa. Ben tenuta. Con un giardino sul davanti. E in ogni caso anche solo uno scorcio sul mare ne aumenta il valore di mercato.

Susan Marchant apre la porta ancora prima che io suoni il campanello. In risposta al mio allegro «Buongiorno» ricevo soltanto uno scontroso cenno del capo. Sto aspettando che faccia un passo indietro per farmi accomodare, ma se ne sta ferma lì come se fossi un venditore porta a porta. Quelli non sono mai i benvenuti.

«Speravo di poter dare prima una rapida occhiata da sola» dico. «

Così da farmi un’idea più approfondita della casa.»

Trovo sempre utile essere preparati su quello che si sta per mostrare a un cliente. Non tutti riordinano e puliscono casa prima dell’arrivo di un potenziale acquirente. Mi è capitato di imbattermi in ogni sorta di oggetti strani e sgradevoli. Mutande sporche sparse sul pavimento. Un maleodorante residuo marrone nella tazza del water, simile a un serpente attorcigliato. Tuttavia, da quello che riesco a vedere oltre la spalla di Susan Marchant, non mi sembra questo il caso. L’ambiente è talmente pulito che sembra di essere in ospedale e le stanze sono mezze vuote. Deve aver già portato via un bel po’ della sua roba.

«Perché?» mi chiede, accigliata. «Non ha la piantina?» La freddezza con cui mi guarda e mi parla è tale da destabilizzarmi.

«Be’, sì, ma…»

«In ogni caso è troppo tardi» dice Susan, spostando lo sguardo sulla strada. «Quella deve essere Anne Wilson.»

Mi giro e vedo accostare una Renault Clio blu. Dal sedile del passeggero scende una donna con un impermeabile verde chiaro e i capelli di due tonalità diverse – biondo scuro con le punte ramate – che mi rivolge un cenno di saluto con la mano e mi fa un gran sorriso. Grazie al cielo esistono ancora persone sorridenti. Ora l’ha raggiunta anche il conducente, un uomo alto e dall’aria distinta con i capelli grigio argento. Ho come la sensazione che sarebbe andato ad aprirle lo sportello se lei gliene avesse dato il tempo. Si dirigono verso di noi tenendosi per mano, quindi o sono una di quelle rare coppie ancora molto innamorate dopo anni di matrimonio oppure hanno una relazione da poco. Scommetterei sulla seconda.

È una delle cose che amo di questo lavoro, incontrare persone nuove e provare a indovinare chi sono dai piccoli dettagli che rivelano di sé. Visionare le case in vendita è però senza dubbio la parte migliore. Secondo la mia vecchia amica Tash è perché sono un’impicciona, ma non può certo criticarmi visto che lei lo è anche più di me.

Una volta, mentre trascorrevano un fine settimana a Brighton, lei e il suo fidanzato hanno finto di voler comprare un costoso attico solamente per poter dare un’occhiata all’interno. Trattengo un sorriso. Avevano dovuto parcheggiare a un paio di isolati di distanza perché l’agente immobiliare non li vedesse scendere dalla loro Volvo malconcia. Ripenso spesso a questa storia quando incontro potenziali acquirenti. Non puoi mai scommettere sulla sincerità di chi ti sta di fronte.

«Piacere, sono Joanna Critchley, dell’agenzia Pegton» dico, stringendole la mano. Anne Wilson è una donna attraente, ma qualche ritocchino se lo è fatto di sicuro. Ha la pelle troppo lucida e tirata, mentre le labbra e le guance sono state riempite con del filler. Sposto lo sguardo perché non pensi che la stia fissando. «E questa è Susan Marchant, la proprietaria.»

La signora Marchant, però, si è già diretta verso le scale, come capisco dal rumore dei tacchi sul parquet. Che donna maleducata! Non mi sorprende che Dave fosse così entusiasta che me ne occupassi io. E poi, chi indossa i tacchi alti in casa?

Faccio un bel respiro. «Comincerei dal soggiorno se siete d’accordo.»

Non è proprio il migliore degli inizi. Comprare una casa è già di per sé molto stressante e per alcuni dover trattare con un proprietario scostante può essere un deterrente. Magari è proprio quello lo scopo di Susan Marchant. Forse il suo ex marito fedifrago la sta costringendo a venderla per intascarsi la sua parte e, per dispetto, lei sta facendo di tutto per mandar via quanti più acquirenti possibili. Onestamente, lo farei anch’io.

Una volta tornata a casa non posso fare a meno di paragonare il mio angusto appartamento dall’arredamento antiquato con la deliziosa, gigantesca casa che ho appena visitato, e poco dopo mi ritrovo su internet a guardare siti di interior design. Mi ero ripromessa di ridipingere le pareti dopo che Alfie avesse cominciato ad andare a scuola, ma siamo già a ottobre e non ho ancora fatto nulla.

All’improvviso mi viene in mente quello che ha detto Cathy su Sally McGowan. Probabilmente sono solo un mucchio di stupidaggini, una storia che si è inventata per fare un po’ di scena, ma potrei comunque dare un’occhiata veloce. Qualsiasi cosa pur di distrarmi dal pensiero di imbiancare casa.

Cerco il nome su internet e compaiono centonove milioni di risultati e la foto sgranata in bianco e nero del volto di una bambina. Seria, sprezzante, eppure incredibilmente bella. L’ho già vista quest’immagine. Certo, ora ricordo. La celebre foto segnaletica.

Stando a Wikipedia, Sally McGowan è nata a Broughton, un sobborgo di Salford. Nel 1969, all’età di dieci anni, pugnalò a morte un bambino di cinque anni di nome Robbie Harris. All’epoca il caso fece molto scalpore, dividendo il paese. Era una spietata psicopatica o la vittima di genitori violenti con alle spalle una storia di maltrattamenti e abbandono? Lei affermò che si era trattato di un incidente, di un gioco finito male, ma in pochi le credettero. Di certo non l’opinione pubblica. Ci fu un’ondata generale di indignazione quando venne condannata per omicidio colposo e non volontario.

Do un’occhiata ad altri siti. Venne rilasciata nel 1981, con una nuova identità. Sei anni dopo i giornalisti la rintracciarono, scoprendo che lavorava come sarta a Coventry e che era diventata madre. Scorro altre immagini. Una ritrae Sally a diciassette anni mentre gioca a biliardo in un istituto penale per minorenni. C’è un non so che di provocante nel modo in cui è china sul tavolo, ma forse è solo una questione di inquadratura.

Ecco poi una giovane slanciata, sui vent’anni, che nasconde il volto alle telecamere. Scorro un altro paio di siti. Un altro cambio d’identità e un nuovo trasferimento. A parte qualche pezzo sui tabloid riguardo a possibili avvistamenti e al dolore inestinguibile della famiglia di Robbie Harris, di Sally McGowan non si sono avute altre notizie.

Bevo un sorso di caffè. E se vivesse davvero a Flinstead? Insomma, da qualche parte deve pur essere, quindi perché non qui? All’improvviso mi torna in mente quella terribile cliente, Susan Marchant. Sarà senz’altro un caso che abbiano le stesse iniziali, ma non posso fare a meno di sovrapporre il suo viso a quello di Sally McGowan quando aveva dieci anni. I loro lineamenti si fondono.

Lancio l’iPad dall’altro lato del divano. Tutto questo è assurdo. Ascoltare ridicoli pettegolezzi nel cortile della scuola e lasciarmi trasportare dalla fantasia. Se Susan Marchant fosse Sally McGowan non avrebbe nessuna casa da vendere. Vivrebbe da qualche parte sotto la protezione del governo.

Il fatto che sia una strega non fa di lei un’assassina.

2

«Ricordo ancora il sangue» dice Margaret Cole,
vecchia amica e vicina di casa
della killer di bambini Sally McGowan

di Geoff Binns

Martedì, 3 agosto 1999

«Daily Mail»

Trent’anni fa Sally McGowan divenne tristemente famosa per aver pugnalato a morte un bambino di cinque anni, Robbie Harris, in una casa abbandonata a Broughton, un sobborgo di Salford. All’epoca aveva dieci anni.

Ieri la sua ex compagna di classe e vicina di casa Margaret Cole ha condiviso con noi i suoi ricordi di quel periodo.

«Era tutto così diverso a quei tempi. Un altro mondo. Noi bambini giocavamo fuori casa e le nostre mamme non sapevano dove fossimo per la metà del tempo. Nella nostra zona furono abbattute tantissime case. Dev’essere stato un trauma per i nostri genitori, ma noi bambini eravamo felicissimi. L’isolato era diventato un enorme parco giochi.»

Negli anni Sessanta vennero demolite molte villette a schiera di età vittoriana per fare spazio ad alti palazzi di cemento. Povertà, privazioni e disoccupazione: era quella la realtà in cui era cresciuta Sally McGowan.

«Ma noi non la vivevamo male» ha aggiunto Margaret. «Non sapevamo di essere poveri. Eravamo bambini. Volevamo solo giocare.

«Poi un giorno cambiò tutto. Ricordo ancora il sangue che usciva e gli tingeva la camicia di rosso. Come zampillava intorno al coltello. E i suoi occhi. I suoi occhietti azzurri. Guardandoli, capii che era morto.»

Abbiamo chiesto a Margaret come ha reagito alla notizia dell’inserimento di Sally McGowan in un programma di protezione che le garantisce l’anonimato. Questa la sua risposta: «Non lo trovo per niente giusto. Dopo quello che ha fatto? Insomma, so che aveva avuto momenti difficili a casa, ma moltissimi bambini hanno sofferto allo stesso modo, eppure non hanno ucciso nessuno. Sono vicina alla famiglia di Robbie. Questo anniversario deve aver riportato a galla tutta quella dolorosa vicenda».

Do un’occhiata all’orologio. Merda. Sono quasi le tre e un quarto, devo andare a prendere Alfie.

Afferro la borsa, mi infilo le scarpe da ginnastica ancora allacciate ed esco. Non posso credere di aver perso tutto questo tempo su internet, non ho nemmeno preparato gli appunti per il gruppo di lettura di stasera.

Alfie è il primo a uscire. Ha i capelli bagnati di sudore. «Perché sei così accaldato?»

«Ginnastica» dice. «Mi sono arrampicato fino in cima alla parete.»

Non so bene come mi sento al pensiero che gli facciano fare una cosa del genere. Quando ero alle elementari, un mio insegnante ultraentusiasta mi spinse ad arrampicarmi più in alto di quanto non mi sentissi di fare e finii per cadere di schiena sui materassini, rimanendo senza fiato. Pensavo di morire. Ma non voglio scoraggiare Alfie, lui non è impacciato e scoordinato com’ero io… o meglio, come sono io. Non so come sia possibile, ma a lui le lezioni di educazione fisica piacciono davvero…

Lesley Kara è stata allieva della prestigiosa Faber Academy, e Le voci degli altri, il suo primo thriller, è stato nella top ten del Sunday Times ed è in corso di traduzione in 18 Paesi. Vive nell’Essex ed è già al lavoro sul secondo romanzo.

lesleykara.com

Buona lettura
Jenny

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Jenny Citino

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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