“L’alto nido” di Roxane Van Iperen edito da Bompiani. Estratto

Trama

È una fredda notte di febbraio del 1943 quando la famiglia Brilleslijper arriva all’Alto Nido, una villa nascosta nel bosco poco fuori dal villaggio di Nardeen, a est di Amsterdam. È al riparo delle sue mura che le giovani sorelle Brilleslijper, Lien e Janny, organizzeranno una delle operazioni di salvataggio più audaci della resistenza olandese all’occupazione nazista, proprio sotto il naso dei leader dell’NSB, il Movimento nazionalsocialista olandese, che abitano a poche centinaia di metri dalla grande casa. L’Alto Nido diventa infatti il nascondiglio per decine di ebrei clandestini, che là trovano non solo un posto sicuro dove vivere ma anche il calore di una famiglia allargata e la vitalità di una comune di artisti: mentre la guerra infuria, la villa si riempie di gioia di vivere e della musica che Lien e i suoi ospiti compongono e suonano tra le risate dei bambini. A giugno del 1944 però la sicurezza dell’Alto Nido viene compromessa. Lien e Janny sono arrestate insieme alle loro famiglie e portate nel campo di concentramento di Westerbork. È lì che incontrano Anne e Margot Frank, con cui verranno deportate ad Auschwitz e poi a Bergen-Belsen, dove Janny e Lien, che saranno fra i pochissimi a sopravvivere all’inferno dei campi e a fare ritorno ad Amsterdam, si prenderanno cura delle sorelle Frank nei loro ultimi giorni di vita.

Estratto

PREFAZIONE

Non appena imbocchiamo il sentiero nel bosco e la casa spunta tra gli alberi, è amore a prima vista. Non corrisponde affatto alla tradizionale casetta di campagna che stavamo cercando – questa abitazione è enorme e ha perfino un nome: ’t Hooge Nest, “L’Alto Nido”. Il nostro sguardo percorre l’imponente facciata, le mura in mattoni ricoperte dall’edera e le finestre incorniciate da vecchie persiane. Si respirano storia e grandezza, ma senza la rigidità e l’ostentazione che spesso le accompagnano. Al contrario: il giardino boschivo selvatico, l’erba alta, le scale di corda che penzolano qua e là e il frutteto sul retro sono un invito a correre, giocare, accendere un fuocherello e chiacchierare tutta la notte sotto le stelle, senza il disturbo del mondo civilizzato. Ci guardiamo e pensiamo la stessa cosa: se solo potessimo vivere qui…

L’impensabile accade. Alla fine dell’estate 2012 io, mio marito e i nostri tre bambini, insieme a tre gatti e a un pastore tedesco a pelo lungo, ci trasferiamo in una roulotte nel giardino dell’Alto Nido e diamo inizio al lungo restauro di questa villa speciale. Ristrutturiamo i muri e smerigliamo le scale, rimuoviamo pannelli che rivelano soffitti dalle ingegnose strutture a travi. A mani nude strappiamo via la moquette e, quasi in ogni stanza, nei pavimenti in legno e dietro tavolati logori scopriamo botole e nascondigli in cui giacciono mozziconi di candela, spartiti musicali e vecchie riviste della resistenza antifascista. Ed è così che inizia anche la ricostruzione della storia dell’Alto Nido. Una storia straordinaria che, da quanto emerge, racchiude una parte essenziale del passato bellico olandese, ancora oggi ignorata dalla maggioranza della popolazione – perfino dagli abitanti della zona.

Ho intervistato l’ex proprietaria di casa, i vicini del quartiere e i negozianti dei paesi limitrofi, mi sono tuffata in catasti e archivi e mi sono stupita più e più volte. Al culmine della seconda guerra mondiale, quando i treni viaggiavano a pieno carico verso i campi di concentramento e la Endlösung der Judenfrage, la “soluzione finale della questione ebraica”, cominciava a prendere forma compiuta, L’Alto Nido divenne un enorme centro di resistenza e riparo per clandestini, sotto la guida di due sorelle ebree. Negli anni successivi ho rintracciato e conosciuto i discendenti di chi vi aveva trovato rifugio, e i “bimbi clandestini” di allora hanno visitato la casa a decenni di distanza. Grazie ai loro ricordi e documenti personali ho potuto dare vita al racconto e una voce alle due sorelle. Poco alla volta, stanza dopo stanza, il puzzle ha preso forma, fino a comporre il racconto inimmaginabile che ora, sei anni dopo, è scritto nero su bianco. È una storia che conferma la mia prima impressione: questa casa è molto più grande di noi, visitatori occasionali che hanno semplicemente avuto la fortuna di poterla abitare per un breve periodo.

PROLOGO

Uomo, osa vivere

Questo racconto inizia con una canzone. Sebbene nel 2017 abbia festeggiato il suo centesimo compleanno, è ancora oggi una delle canzoni più famose d’Olanda, amata da ogni classe sociale e interpretata da voci di ogni generazione: Mensch, durf te leven (“Uomo, osa vivere”).

Nato da una famiglia di insegnanti della Zaanstreek,1 il prodigio musicale Dirk Witte scrive sin da piccolo testi e melodie. I genitori non reputano la carriera da musicista una scelta di vita seria, per cui a quindici anni, dopo aver completato la scuola, Dirk inizia a lavorare per un commerciante di legname a Zaandam. Tuttavia, fuori dell’orario lavorativo, il ragazzo continua a coltivare con perseveranza il suo talento musicale e, un bel giorno di primavera nel 1914, prende in mano il suo destino. Dirk entra nel Concertgebouw di Amsterdam – il più prestigioso teatro olandese – dove in quel momento la sala stracolma si sta godendo lo spettacolo di un cabarettista olandese di fama mondiale, Jean-Louis Pisuisse. Data la mancanza di valide canzoni olandesi, il repertorio è composto da brani in francese, inglese e tedesco. Dopo l’esibizione, Dirk bussa alla porta del camerino in cui Pisuisse si sta struccando e gli rivolge la parola: “Sono un semplice impiegato per un’azienda di legname a Zaandam, ma per alcune associazioni locali ho composto delle canzoni che la gente ha apprezzato molto. Ho scelto la migliore, posso fargliela sentire?”2

Dirk porge a Pisuisse il testo di M’n eerste (“La mia prima”), canzone sul tenero amore di un giovane per una ragazza del coro, che termina bruscamente quando il ragazzo perde la voce:

Ma quando il suon più non s’alzò

Lei di me si sbarazzò

Eppure il ragazzo continua a pensare al primo amore per il resto della sua vita, fino al giorno del matrimonio:

Di sposare un’altra è presto il momento

E alla fin terrò un gran ricevimento

Con giacche nere, lunghe e corte

Zii e nonne, vino e torte

Eppur vedo lei e un po’ mi tormento

Quando in chiesa mi dirigo all’altar

E a braccetto verso il prete devo andar

E la folla bada ansiosa

Allo sposo e alla sposa

E amici e amiche guardan noi avanzar

E nel frattempo improvviso sale

Del Lohengrin il Coro Nuziale

E io son lì e ascolto loro

I soprani del bel coro

E allora penso ancora un poco alla mia prima

Pisuisse è entusiasta, aggiunge la canzone al suo repertorio, e poco tempo dopo M’n eerste risuona in tutte le case d’Olanda. L’incontro con il pioniere del cabaret olandese cambia la vita di Dirk Witte per sempre, e la loro collaborazione porterà a una serie di brani che resteranno impressi nella memoria collettiva di molti olandesi del XX secolo.

Alcuni mesi dopo il loro primo successo, il 28 giugno 1914 l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando viene assassinato a Sarajevo; uno sparo che toglie l’ultimo freno all’inizio della prima guerra mondiale – e crea il primo ostacolo nella nuova carriera di Dirk.

A fine luglio in Olanda viene annunciata la mobilitazione di centinaia di migliaia di uomini. “Tutti i soldati prendano le armi il prima possibile!” si legge sui manifesti sparsi per il paese. Le campane suonano a festa, mentre una miriade di soldati di leva tolgono i borsoni dalla soffitta e danno un bacio d’addio a mogli e fidanzate prima di presentarsi nelle caserme, nei depositi e, in mancanza di spazio, perfino in abitazioni private. Tra di loro c’è anche Dirk Witte, che con i suoi ventinove anni rientra per poco nell’obbligo di leva. Nonostante il vero scontro avvenga fuori dai confini nazionali – i tedeschi lasciano in pace i Paesi Bassi, che si dichiarano neutrali – i successivi anni della guerra impressionano profondamente Dirk. Ciò è dovuto soprattutto alla situazione del vicino Belgio, che rifiuta di concedere il passaggio alle truppe tedesche. Per rompere la resistenza, i tedeschi reagiscono con l’esecuzione di civili innocenti e dando fuoco a interi paesi, il che porta decine di migliaia di belgi a fuggire nel Limburgo olandese. Il 15 settembre 1914, nel discorso della corona, la regina Guglielmina chiarisce che il Regno dei Paesi Bassi osserverà una completa neutralità nel conflitto e accoglierà i profughi a braccia aperte.

Le truppe tedesche avanzano e spingono così centinaia di migliaia di belgi a superare il confine. Con un’offensiva organizzata alla perfezione dai vertici militari tedeschi, inizia lo “Stupro del Belgio”. Poiché i belgi non vogliono collaborare e talvolta osano addirittura sparare ai tedeschi, chiunque sia sospettato di una qualsiasi forma di resistenza viene punito duramente. Iniziano a circolare voci lugubri sulle azioni punitive tedesche: dai neonati sbattuti a morte contro le pareti alle donne stuprate con sbarre roventi, fino alle suore legate ai batacchi delle campane delle chiese e uccise dai loro rintocchi. Parte dei racconti si rivelerà frutto della propaganda inglese per disumanizzare i tedeschi, ma la crudeltà di quel 

periodo è un dato di fatto: circa seimila belgi perdono la vita per mano della violenza tedesca.

Nel frattempo Dirk Witte è di stanza a Eindhoven in qualità di portaferiti – secondo sua sorella, l’infermiere più maldestro della storia – e in reazione allo sconcerto per la situazione in cui lui e il paese sono capitati all’improvviso, scrive una serie di canzoni di guerra. Il brano Aspirine (“Aspirina”), interpretato dal suo partner creativo Pisuisse, viene inserito dal ministro della guerra nel canzoniere per l’esercito olandese. La canzone riscuote un successo immediato tra i soldati:

Alle otto son già lì

Dal dottore, dal dottore

Chi è di guardia tutto il dì

Alle otto è già lì

Niente garze, né morfin:

Aspirina, aspirin!

Aspirina per gli onesti

Dopo notti furibonde

Aspirina pei maldestri

Che reclaman: basta ronde!

L’aspirina è essenziale

Per soldato e ufficiale

Per furiere e sergente

E pe ’l baio del tenente

Se torniamo a esser civili

Non andrem più dal dottore

Curerem da soli i mali

Basta che torniam civili

A ciascuno uno scatolin

Aspirina, aspirin!

Mentre i Paesi Bassi si aggrappano spasmodicamente alla loro neutralità, le conseguenze della guerra si fanno comunque sentire sulla popolazione. Come una Angela Merkel avant la lettre, la regina Guglielmina si era mostrata nobile e ospitale nel discorso della corona; non poteva sapere che nel giro di pochi mesi ben un milione di belgi avrebbe accolto la sua offerta.

Il 10 ottobre 1914 cade la città portuale di Anversa. I belgi si danno in massa alla fuga, Zelanda, Brabante olandese e Limburgo olandese vengono invasi dai disperati vicini meridionali. Le stazioni ferroviarie sono sovraffollate e una fila infinita di carri di legno, trainati da cavalli e stipati di familiari e masserizie, varca il confine con l’Olanda. Di una politica nazionale per l’accoglienza di così tanti profughi non c’è traccia, e quindi tocca ai cittadini olandesi trovare una soluzione. Luoghi quali Roosendaal e Bergen op Zoom, cittadine da sedicimila abitanti l’una, ospitano entrambe tra i centomila e i duecentomila profughi, i quali vengono sistemati il più possibile in abitazioni private. Ma ce ne sono troppi. Scuole, fabbriche, stazioni, pascoli, parchi e giardini pubblici: ovunque si guardi, ci sono rifugiati belgi. I bambini vengono partoriti nel fango sul ciglio delle strade, la gente dorme fuori al gelo e l’afflusso continua imperterrito. Nei giorni che seguono è come se una mano invisibile spingesse i due paesi confinanti uno sull’altro, i due popoli stipati all’improvviso in un solo territorio. L’esodo si interrompe solo quando i tedeschi sistemano duecento chilometri di recinzione elettrica lungo il confine belga-olandese: ribattezzata De Draad des Doods (“Il Filo della Morte”), alta due metri e attraversata ogni venti centimetri da fili elettrificati, la rete ha una tensione di 2000 volt. Avvolti da coperte di lana, con piatti di porcellana fissati a mani e piedi oppure con un tuffo carpiato suicida, molti belgi provano comunque ad attraversare il confine. Centinaia di persone muoiono folgorate.

Quando è ormai impossibile negare che la situazione sia insostenibile e il governo olandese si vede costretto a elaborare un piano, le autorità militari prendono il comando. In tutto il paese vengono allestiti dei campi, che in molti casi fanno onore alla connotazione negativa della parola. In mancanza di una chiara politica statale, l’organizzazione dei campi dipende dal comandante locale, e come se nulla fosse la maggior parte delle famiglie finisce con il ritrovarsi chiusa in baracche di legno sotto il regime militare. Ci sono cucine da campo, zone bagno primitive e canaletti che fungono da fogna. Nemmeno il cibo olandese è di conforto ai belgi: ogni giorno la speranza è che non venga servita zuppa di piselli – béton armé (“cemento armato”), come la definiscono ancora oggi i belgi, con forte ribrezzo, a distanza di anni.

La massa di profughi pesa troppo sulla società. Il governo olandese intavola una trattativa con l’invasore tedesco e richiede un rimpatrio dei belgi senza rappresaglie. I tedeschi accettano, anche perché la vera lotta si svolge nelle trincee al fronte, per cui ampie porzioni delle Fiandre sono relativamente sicure. Il ministro della guerra incarica quindi i comuni olandesi di “costringere gentilmente” i belgi a tornare a casa. In alcuni luoghi l’esecuzione di quest’ordine fa emergere fin troppo il pragmatismo olandese: a Harderwijk i belgi vengono cacciati dal comune senza tanti complimenti, mentre a Scheveningen, una volta raccolti nel Circustheater, si sentono dire che se non si affrettano a prendere il treno del ritorno, subiranno dei provvedimenti. Intorno al maggio del 1915, circa novecentomila vicini meridionali sono tornati in patria. Fine di una visita lampo.

Anche durante il servizio militare Dirk Witte continua a scrivere. Nonostante non debba combattere, la guerra e l’enorme afflusso dei rifugiati lo turbano. Il caos improvviso, il rapporto con i belgi e l’atteggiamento dei Paesi Bassi: si domanda quale sia il suo ruolo in questo grande dramma, come possa essere parte di tutto ciò senza perdere la dignità.

Quando la guerra finisce e la vita torna alla normalità, riaffiorano anche le sue preoccupazioni quotidiane: Dirk viene sballottato qua e là tra il mondo dell’arte, in cui è circondato da spiriti liberi, e la “rispettabile” carriera di uomo d’affari, con un lavoro ben retribuito nel commercio di legname – esattamente ciò che soddisfa i suoi genitori borghesi. Questo conflitto interno lo porta nel 1917 a scrivere la sua canzone preferita: Mensch, durf te leven. Il 6 novembre 1917 il quotidiano generalista Algemeen Handelsblad pubblica una recensione sullo spettacolo di Jean-Louis Pisuisse, nella quale con ogni probabilità si menziona per la prima volta l’esecuzione del brano: “Una lezione di vita vergata da Dirk Witte, che con avidità il pubblico ha fatto sua.”

La vita è breve, una ce ne han data

Fai per cambiarla e già se n’è andata

Uomo, osa vivere!

Non chiederti fino a perder il sonno

Come facevan mio padre e mio nonno

Come va a mia zia, come al mio amico

E di me che pensano a Porto Rico

E la creanza io non posso offendere

Uomo, osa vivere!

Testa sempre alta, il naso nel vento

E del giudizio altrui mai darsi tormento

In petto un cuore pien d’affetto e tanto calor

Ma del tuo spazio sii strenuo difensor

Non cercare ciò che è già il tuo essereUomo, osa vivere!Il brano trasuda resistenza e riflessione critica, e viene eseguito con maestria; diventa un grande successo nell’Olanda del dopoguerra.Poco tempo dopo l’exploit, Dirk decide di osare e rinuncia al lavoro nel commercio per dedicarsi completamente al connubio artistico con Pisuisse. Si sposa con una donna di ceto superiore, la bella e benestante Doralize “Jet” Looman di Bussum, e nel 1920 i due incaricano un architetto di Zaandam di costruire la casa dei loro sogni. In un luogo fiabesco nel cuore dell’area naturale di Naarden, tra il bosco e la brughiera, sorge una robusta villa di campagna. Le ampie finestre offrono una vista completa sui dintorni e, in lontananza, perfino sul Zuiderzee. Vista dall’alto, la casa si fonde con l’ambiente circostante, il grande giardino è racchiuso da querce oltre le quali si estende il bosco, e sul tetto si nota uno strato di canne dorate, le stesse presenti in riva al mare, più a nord.In un radioso giorno d’estate del 1921 Dirk e Jet posano fieri con Doralize, la figlia appena nata, davanti alla loro nuova casa: L’Alto Nido. Allora Witte non poteva immaginarlo, ma nemmeno vent’anni dopo, quando nella seconda guerra mondiale l’umanità sarebbe stata di nuovo messa alla prova, e molti olandesi si sarebbero chiesti quale fosse il loro ruolo in quel dramma, il suo grido di battaglia avrebbe preso vita in maniera così letterale nella casa da lui costruita, come se lo spirito della canzone fosse il collante tra i mattoni dell’edificio.1 Zona dell’Olanda Settentrionale bagnata dal fiume Zaan. (N.d.T.)2 De Omroeper (“Il Banditore”), giugno 2006, a. 19, n. 2.

L’ autrice

Roxane van Iperen, ex avvocato, è scrittrice e giornalista. Nel 2016 è stata corrispondente dal Brasile per De Correspondent e ha pubblicato il suo primo romanzo. Vive a Nardeen, nell’Alto Nido.

Buona lettura
Jenny

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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