Segnalazione: “La bambina con la valigia di cartone” di Glynis Peters edito da Newton Compton, dal 30 Gennaio 2020 in tutte le librerie e on-line. Estratto.

Trama


Mentre gli ordigni dei nazisti cadono implacabili dal cielo durante i bombardamenti sul Regno Unito, i genitori di Rose Sherbourne perdono la vita. Orfana a soli sei anni, il destino della piccola si intreccia con quello della figlia di un contadino della Cornovaglia, Elenor Cardew. Elenor sa che l’unico modo per proteggere Rose è quello di farle cominciare una nuova vita lontano dai bombardieri tedeschi. Ma la tempesta di fuoco di Hitler non è l’unica minaccia per la vita della piccola Rose… C’è infatti un segreto terribile che riguarda il passato della bambina, per proteggerla dal quale Elenor si rivolge all’unica persona di cui può fidarsi: l’eroico pilota canadese Jackson St John. E, mentre lei e Jackson cercano un modo per mettere al sicuro Rose, tra di loro nascerà un sentimento destinato a diventare sempre più forte.
Mentre i bombardamenti si abbattono sul regno unito, la vita di Elenor si lega a quella della piccola Rose, orfana di entrambi i genitori
«Il libro più bello che abbia letto negli ultimi tempi.»
«Semplicemente fantastico.»
«Affascinante dall’inizio alla fine.»

Estratto

Ai miei nipoti
Finley, il mio bell’orsetto canadese
Seren e Palin, le mie stupende bellezze inglesi

Capitolo uno

14 novembre 1940: Coventry, Inghilterra

Bum.

Bum.

La terra tremava a ogni esplosione. Rose Sherbourne era circondata da suoni sconosciuti, e continuava a essere colpita da soprammobili e altri pezzi d’arredamento. Sobbalzò quando i vetri si frantumarono sui mattoni in caduta, e intorno a lei tutto crollò sotto quel peso. Bum.

Un’altra esplosione, seguita dal suono del metallo sul metallo, riecheggiò nelle orecchie di Rose, e il suo respiro si fece veloce e affannoso. Da quello spazio aperto che una volta era il salotto, arrivò un’improvvisa raffica d’aria calda che spazzò via lei e sua madre. Rose atterrò contro qualcosa di duro, e sentì un dolore lancinante alla schiena. Per qualche istante non riuscì a vedere. Sbatté le palpebre, e della polvere sottile le finì sulle guance e poi negli occhi. Si pulì con il dorso della mano e si preparò ad avanzare a tentoni.

Bum.

Un muro vicino a lei crollò e Rose, incapace di muoversi sia per la paura sia perché qualcosa le bloccava la gamba destra, si prese un momento per riprendere fiato. Sopra di lei, in cielo, echeggiò un forte sibilo, seguito da uno strano fruscio. Poi un fischio continuo. Rose trattenne il respiro. Quel suono significava solo una cosa: entro pochi secondi sarebbe esplosa un’altra bomba, e tutto ciò che poteva fare era pregare che succedesse lontano da casa sua.

Bum.

Il resto del muro crollò, e lei guardò impotente i mattoni che cadevano uno dopo l’altro sul pavimento; il corpo di sua madre rimbalzò come se fosse stato lanciato in aria una seconda volta. Cercò di muoversi ma si sentì schiacciata, sembrava che una morsa le stringesse il petto. Provò a liberarsi dai mattoni che la tenevano bloccata. Il petto le faceva male ogni volta che tentava di tossire e di espellere la polvere respirata cadendo per terra.

Sentì un rumore assordante sopra di lei, e ancora una volta gli aerei sganciarono quei pacchi sgraditi.

Un tonfo.

Un altro.

Una alla volta.

Due alla volta.

Rose le contò.

Una alla volta.

Due alla volta.

Riuscì a sentire il fuoco di risposta e il rumore dei motori che si allontanavano lentamente.

Il cielo divenne silenzioso.

I nemici stavano tornando da dov’erano venuti e Rose, sotto shock, sbatté le palpebre per togliere la polvere e tentare di dare un senso a quanto era appena successo. Sentì rumori indescrivibili e alzò gli occhi al cielo, dove vide un’enorme luna farsi beffe di lei con la sua luce bianca. Non c’era il tetto.

Erano state bombardate. Le bombe avevano colpito casa sua.

Le dolevano i timpani, e a ogni rumore avvertiva una strana vibrazione lungo la mascella. Concentrandosi sul viso, sentì caldo: le bruciavano le guance come in una calda giornata estiva.

Il freddo intenso di quel giorno non poteva nulla contro il calore delle fiamme che infuriavano lì vicino. Rose notò con sollievo che non erano abbastanza vicine da raggiungerla, ma erano abbastanza forti da pizzicarle la pelle e farla sudare.

Si concentrò, in modo da capire dove fosse, e in che stanza si trovasse quando le bombe erano cadute. Doveva trovare una via di fuga prima di soffocare. Il suo corpo esile era pervaso dalla rabbia, e un senso di solitudine la travolse. Si sdraiò, esausta, e mentre si concentrava sulla luce della luna, nella sua mente imperversarono le domande.

Perché la mamma non l’aveva portata al rifugio quando avevano sentito  la sirena?

Perché, invece di mettersi al sicuro come facevano di solito, la mamma aveva canticchiato il suo brano per pianoforte preferito – Sonata al chiaro di luna di Beethoven – e aveva fatto piroette come per mostrare un vestito nuovo? Era elettrizzata, strana.

Con un singhiozzo, Rose ricordò il modo in cui sua madre le aveva gridato di continuare a suonare, e c’era un’urgenza talmente feroce in quel ringhio da spaventarla. Quando aveva supplicato perché andassero al rifugio, sua madre le aveva colpito le orecchie.

Il corpo di Rose iniziò a tremare, al punto da farle pensare che i suoi arti non si sarebbero mai fermati, nonostante gli sforzi che stava facendo per controllarli. Cercò di isolarsi dalle urla che sentiva intorno a lei: i gemiti acuti dei vicini feriti, le grida incessanti e le suppliche dalla strada, le urla di altri bambini che chiamavano i genitori. Non tutti erano riusciti ad arrivare ai rifugi. Oppure, se ce l’avevano fatta, questi non li avevano protetti. In ogni caso Rose non si sentiva sollevata sapendo che non era l’unica a soffrire.

Cercò di distogliere lo sguardo dal viso deformato di sua madre. Sapeva che era morta. Una lacrima le scivolò sul lato del viso. Era sola.

Alla fine, dopo quelle che le sembrarono ore di tentativi, liberò un braccio e iniziò a spostare mattoni e macerie. Le sue grida di aiuto erano soffocate dalle voci più forti e dai suoni frenetici dei motori e delle sirene dei pompieri. Rose sobbalzò di dolore quando sfregò la pelle contro i frammenti di vetro e cemento, ma dopo un po’ ignorò il fastidio procuratole dai lividi e dai tagli, spinta dall’istinto disperato di sopravvivenza.

Tolse l’ultimo mattone. Niente l’aveva preparata al momento in cui si trovò libera in mezzo alla distruzione e alla disperazione.

La luce della luna illuminava la strada e un uomo barcollava chiamando il nome di una donna. Lanciò un’occhiata a Rose e scosse la testa, e lei vide il sangue uscirgli a fiotti dalla fronte. Si girò e guardò quello che un tempo doveva essere l’altro lato della loro via; in quel momento non era nient’altro che un cumulo di macerie e roghi. Seduta su un catino rovesciato, vide una donna gridare a quella che sembrava una bambola di pezza tra le sue braccia. La supplicava di tornare in vita.

Rose andò verso quella donna per dirle che le bambole non erano vere e di andare in un posto sicuro, ma dopo pochi passi fu distratta da un rumore alle sue spalle. Confusa, si girò e si trascinò verso il passaggio che si era aperta poco prima. Gridò nel buco.

«Mamma? Mamma? Va tutto bene, arrivo. Ti aiuto».

Tirò via gli ostacoli che incontrava: mobili e tubi piegati, che sibilavano al vento notturno e la intralciavano. Le mani sanguinanti le bruciavano quando toccava i mattoni e i tubi bollenti; respirò aria che le seccò la bocca a causa della cenere.

Alla fine, per quanto volesse salvare sua madre, sospirò di sollievo dolceamaro quando un pompiere la prese in braccio.

«Vieni, tesoro, andiamo a farti visitare. Adesso sei salva, piccolina». La sua voce roca sembrava stanca.

«Mi metta giù. Per favore, vada a prendere la mamma. È sotto i mattoni. La deve salvare. Si chiama Victoria», lo pregò, dibattendosi tra le sue braccia.

Il pompiere iniziò a correre e la strinse di più a sé. Non badò alla sue acute suppliche e, una volta girato l’angolo, Rose non vide mai più Stephenson Road né sua madre.

La bambina gridò e cercò di colpire il petto del pompiere, ma il dolore che sentiva alle mani la fece solo urlare di più.

Neanche le braccia rassicuranti di una donna paffuta del Women’s Voluntary Service che profumava di viole servirono a placare i tremori e le paure che le scuotevano il corpo. La donna le cantilenò parole di conforto mentre la portava in un ambulatorio improvvisato in una tenda, e le accarezzò la testa prima di toglierle la maschera antigas. Rose riuscì a percepire la differenza tra l’odore della donna e quello dell’infermiera che le medicò le ferite.

Ancora adesso, dopo settantotto anni, il minimo accenno di profumo di viole o l’odore del disinfettante la riportavano a quella notte.

23 novembre 2018

Gli incubi e i ricordi della guerra spesso coglievano Rose di sorpresa durante i riposini pomeridiani, e si risvegliò di colpo da quest’ultimo sogno. Si asciugò il sudore sul labbro superiore e, nonostante sentisse caldo, rabbrividì e si avvolse nel cardigan. Quando si alzò dalla poltrona per andare in cucina a preparare una tazza di tè, le ginocchia le scricchiolarono. Mentre aspettava che l’acqua nel pentolino bollisse, si sedette e ricordò di aver detto alla donna il suo nome, e di averle chiesto di chiamare Elenor.

«Elenor. Voglio Elenor», aveva detto.

«Tranquilla, piccolina. Troveremo la tua mamma e tua sorella. Ora riposati».

«Elenor non è mia sorella. È alla fattoria. La mamma non torna. Voglio Elenor».

Ricordò di aver sentito la donna prendere accordi per una branda e una coperta da sistemare nell’angolo della tenda. Aveva cercato un posto in cui farla stare finché non avessero trovato il resto della sua famiglia. Rose aveva provato a dirle che non aveva una famiglia e che il suo papà era morto tempo prima, ma la donna le aveva detto di riposare. Era rimasta coricata, stringendosi al petto una foto che la ritraeva insieme ai genitori. Il pompiere che l’aveva salvata aveva portato la cornice nella tenda, e l’aveva sentito dire all’infermiera che era tutto quello che restava della casa e della famiglia.

Le urla di dolore che riecheggiavano nella tenda, seguite dalle voci smorzate degli uomini intenti a portare via le persone che non erano sopravvissute a quella notte, non l’avevano mai abbandonata. Ricordava con chiarezza come, sdraiata nel letto, pregasse di non essere rimasta sola al mondo. Per la prima volta nella sua vita, a quasi sette anni, Rose aveva compreso il dolore della guerra e del lutto. Aveva compreso le paure di Elenor quando era stata dichiarata la guerra, paure che sua madre aveva liquidato come l’isteria di una ragazza giovane.

Le si bloccò un singhiozzo in gola. Le mancava Elenor, la donna che aveva rinunciato ai propri sogni per darle un futuro sicuro.

Nei primi anni della sua vita, Rose aveva visto Elenor più come una sorella maggiore che come la datrice di lavoro dei suoi genitori. O, meglio, come la nipote della datrice di lavoro di sua madre. Riempiva la vita di Rose di divertimento e risate, e anche il 23 novembre 2018, giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, le uniche feste divertenti che ricordava erano quelle che aveva organizzato Elenor. I suoi genitori non si erano mai presi la briga di festeggiare il suo giorno speciale.

La carenza di cibo e i razionamenti non avevano mai ostacolato Elenor; Rose, mentre si preparava a incontrare i suoi adorati figli per festeggiare il compleanno, sorrise. Avevano ereditato da lei la vitalità e la gioia di vivere, ma se Rose aveva imparato di nuovo a vivere era stato solo grazie all’amore dei genitori adottivi.

In camera, indossò il suo vestito blu preferito, classico, di lana e con la cerniera sul davanti per essere indossato comodamente. Prese il suo portagioie e tirò fuori il gioiello con la sua pietra di nascita. Non era costoso, ma l’aveva disegnato Elenor e per Rose era inestimabile. Si trattava di un nodo celtico con una piccola foglia d’acero e un bocciolo di rosa al centro della foglia. Sul retro c’era anche una piccola incisione – C, C, C – che si riferiva ai posti in cui era nata e cresciuta: Coventry, la città in cui era venuta al mondo, la Cornovaglia, dove aveva vissuto fino a quando aveva quasi nove anni, e il Canada, la nazione che l’aveva accolta e allevata nelle ultime fasi dell’infanzia fino all’adolescenza e poi alla maturità. Erano passati sessantaquattro anni dal giorno in cui aveva scartato quella spilla di peltro che le avevano regalato i genitori adottivi, Elenor e Jackson, per i suoi ventun anni.

In quel momento, mentre armeggiava con il gancio, Rose maledisse l’artrite e le nocche gonfie che le dolevano per la vecchiaia. Una volta sistemata la spilla, vi passò sopra un dito e venne trasportata al giorno in cui l’aveva ricevuta, quando i genitori avevano organizzato una caccia al tesoro che finiva nella valigia malconcia di Elenor.

Ora l’oggetto era nascosto in un angolo della sua camera e lo guardò con affetto: si era rifiutata di separarsene anche dopo la morte di Elenor. Ricordò di averla vista arrivare a Coventry con quella valigia, che poi aveva riempito con i suoi documenti da riportare in Cornovaglia. Dentro c’erano ancora ricordi di vite vissute pienamente. C’era anche una lettera che rivelava la verità sul passato di Rose e sul perché Elenor aveva deciso di andare via dalla Gran Bretagna per trasferirsi in Canada. Un segreto che Elenor aveva mantenuto per tantissimi anni. Un segreto che aveva salvato la vita di Rose.

Glynis Peters è autrice di romanzi storici e vive nell’Essex. Quando non scrive, ama pescare insieme al marito, ricamare o dedicarsi alle nipoti. Proprio in onore di uno dei nipoti che vive in Canada, ha introdotto la figura del pilota canadese nel suo romanzo La bambina con la valigia di cartone.

Buona lettura
Jenny
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Jenny

Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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