“La piccola farmacia letterari” di Elena Molini edito da Mondadori. Estratto.

Trama

A volte il treno dei sogni passa prima che tu riesca a raggiungere la stazione. Allora hai due possibilità: guardarlo andare via per sempre, oppure percorrere quel binario a piedi e continuare a rincorrere i tuoi desideri.

E così decide di fare Blu Rocchini – sì, proprio Blu, come il colore -, che vive a Firenze insieme ad altre tre ragazze, tutte più o meno trentenni, tutte più o meno alle prese con una vita sentimentale complicata. Blu ha un sogno: lavorare nel mondo dei libri. Ci ha provato con una breve esperienza in una casa editrice specializzata e, ancora, in una grossa catena di librerie.

Poi la decisione: aprire una libreria tutta sua. Ma la vita è difficile per una piccola libreria indipendente… finché Blu ha un’intuizione: trasformare i libri in “farmaci”, con tanto di indicazioni terapeutiche e posologia, per curare l’anima delle persone. Nasce così la Piccola Farmacia Letteraria, che si rivela subito un grandissimo successo.

Peccato che ora Blu abbia altro per la testa: come fare a ritrovare il meraviglioso ragazzo che sembra uscito dalle pagine del Grande Gatsby e con cui ha trascorso una serata indimenticabile, ma al quale non ha chiesto il numero di telefono?

In una divertentissima commedia dal finale sorprendente, Blu scoprirà che i sogni, a volte, sono molto più vicini di quanto si possa immaginare. Basta saperli riconoscere.

Estratto

A mia sorella, per tutto ciò che le devo;
a Mattia, che ha creduto in me
quando nemmeno io riuscivo a farlo.
A voi la mia eterna gratitudine.

Questo libro è per chi ha perso il treno che aspettava da tutta la vita.

Ha pianto, si è rialzato e se l’è fatta a piedi.

Per chi voleva scappare da se stesso, ma alla fine si ritrovava sempre, e anche per chi si sentiva fuori tempo massimo e invece ha piazzato un bel gol al novantesimo.

PROLOGO

Succede nella vita di sentirsi perduti, finiti. Sentire che ci siamo frantumati in mille pezzi, girarci intorno e non sapere da che parte iniziare a raccoglierli. Tentiamo di ricostruire quello che si è rotto per farlo tornare il più possibile simile a com’era prima. Ma quei pezzi non riusciamo più a rimetterli insieme. Non combaciano in nessun modo. E non lo fanno perché in realtà non sono i nostri.

Quei pezzi sono tutti i consigli saggi che abbiamo seguito negli anni, che sembravano così sensati, e invece ci portavano distanti dal nostro vero Io. Sono tutte quelle decisioni che abbiamo preso perché “sì dài, tanto è meglio così”, e però non era meglio così, era solo più comodo.

“Tanto è una cosa piccola, le decisioni importanti sono altre.”

E, piccola cosa su piccola cosa, siamo arrivati a un punto in cui l’intera vita che avevamo costruito non ci appartiene.

Poi, quando tutto crolla, ci disperiamo, non intuendo che, in realtà, è la nostra più grande fortuna. Le crisi ci fanno capire che stiamo sbagliando, che la strada che abbiamo deciso di percorrere non è quella giusta per noi. Se riusciamo a capire in tempo che ci stiamo tradendo, allora abbiamo buone possibilità di farcela.

Il mio racconto inizia proprio da qui, dal tentativo di mettere ordine in una vita disordinata.

Forse questa storia potrà sembrarvi assurda, ma io la racconterò esattamente com’è andata e, per farlo, partirò dall’inizio, da quel giorno che sembrava uno come tanti altri.

E invece non lo era .

1

DI APPUNTAMENTI ROVINOSI, INCONTRI INASPETTATI E NUOVE SPERANZE

In tempi duri dobbiamo avere sogni duri, sogni reali, quelli che, se ci daremo da fare, si avvereranno.

CLARISSA PINKOLA ESTÉS, Donne che corrono coi lupi

L’inizio

Certo era che quella mattina avevo delle occhiaie da far paura.

E, più che certo, non avrei più passato una serata di passione platonica con finti poeti fricchettoni come quello con cui ero appena uscita. Già la cena era stata un mezzo disastro, il dopocena, poi, una specie di Caporetto delle mie speranze di uscire con qualcuno che non fosse da rinchiudere in una clinica psichiatrica. Alla terza poesia di Cesare Pavese decantata a occhi chiusi da Dimitri – questo il nome del mio appuntamento –, avevo battuto la ritirata strategica con la finta telefonata dell’amica rimasta chiusa fuori di casa.

Avevo ingollato un ultimo bicchiere di preziosissimo whisky torbato, che puzzava come un giacimento di zolfo, della cantina privata dello zio di Dimitri, e avevo promesso di richiamarlo il giorno successivo, salvo bloccarlo immediatamente sul telefono appena uscita da casa sua, rischiando di finire nell’Arno con la bicicletta.

Lo specchio del bagno, comunque, mi diceva che, nonostante le occhiaie, non ero da buttare; l’orologio, invece, sosteneva che dovevo sbrigarmi se volevo aprire la libreria a un orario decente.

Dalla cucina, intanto, arrivavano schiamazzi delle tre donne con le quali avevo deciso di condividere il mio spazio vitale.

«Ma quando esce la morte cosa vuol dire? Prendi il libro che non mi ricordo.»

«Oddio, non sarò mica incinta?»

«Ragazze, ma non lo sapete che i mazzi non possono essere usati da più persone? Sennò non funzionano più.»

«E piantatela con ’sta fregnaccia dei tarocchi, se vuoi sapere se sei incinta vai in farmacia e comprati un test.»

«Ma quindi i tarocchi, li metto via?»

Ebbene sì, anche se ero appena entrata nel mio trentesimo anno di vita vivevo ancora in un appartamento condiviso. Non solo perché il mio conto in banca era rosso come un tedesco il primo giorno di mare, ma piuttosto perché amavo quelle donne in maniera folle.

Eravamo quattro in quella casa. Come gli amici al bar di Gino Paoli, che dovevano cambiare il mondo. Rachele, Giulia, Carolina e la sottoscritta, che i miei simpatici genitori alternativi avevano pensato bene di chiamare Blu. Oh sì, Blu, proprio come il colore, una sillaba, tre lettere: B-L-U. Nessun diminutivo o vezzeggiativo possibile, infanzia rovinata e odio malcelato per tutte le ragazzine con un nome composto da più di cinque lettere.

La colazione al mattino era il nostro rituale: potevamo non vederci per tutto il giorno ma, il primo caffè, lo dovevamo prendere insieme. E vi assicuro che bere il caffè fatto da Carolina in quella moka da antiquariato con la guarnizione difettosa, di cui un 90 per cento finiva regolarmente sul fornello, era un vero atto di fiera amicizia.

Anche la mattina nella quale tutto ebbe inizio eccolo lì, scuro e catramoso, che mi occhieggiava sornione dalla mia tazzina con la faccia di Charlie Brown disegnata sopra. Avevo una tecnica rodata per buttarlo giù senza vomitare: lo assumevo come da bambina prendevo il temibile sciroppo per la tosse Bactrim: in un sorso secco, preciso, chirurgico.

«Ragazze, sapete che Enrico ieri è arrivato a Napoli? Mi ha mandato questa foto, non trovate che sia un amore? Gli hanno rimesso anche i denti, non è più come prima, ma io lo trovo comunque splendido.»

Carolina ci stava sventolando davanti agli occhi il suo cellulare. Nonostante una laurea da centodieci con lode in psicologia, la scuola di psicoterapia brillantemente terminata e una carriera da terapeuta che aveva preso il volo mentre frequentava un master per farla volare ancora di più, non era immune a improvvisi quanto discutibili innamoramenti. L’ultimo era per questo ragazzo di dieci anni più giovane, anche lei come me contava trenta primavere, che si ammazzava di canne come un adolescente. Dopo un incidente nel quale aveva perso tutti i denti, era partito per un viaggio spirituale in bicicletta nell’Italia del Sud. Ovviamente, aveva preso una pausa anche dalla sua relazione con Carolina, ma lei sembrava non accorgersene, estasiata com’era dalla sua determinazione.

«Mi piacerebbe molto restare qui a disquisire sui poteri paranormali dei tarocchi e sui bellissimi denti posticci di Enrico, ma avrei una libreria da aprire» dissi con la bocca ancora impastata da quel terribile sapore.

«Scendo anch’io con te, sennò la Sgrana mi fa il mazzo quando arrivo in ufficio.»

Rachele prese il cappotto e svicolò velocemente davanti a me per raggiungere la porta d’ingresso. Lei faceva ogni cosa così: mangiava, parlava, studiava a una velocità sorprendente. Di tutte era proprio lei la mia preferita: inconsapevolmente affascinante e consapevolmente spietata. Non riuscivi mai a nasconderle niente, neanche la cosa della quale ti vergognavi di più. E potevi scommettere sul fatto che lei non ti avrebbe risparmiato niente. Non aveva la grazia di indorarti la pillola quando doveva dirti che stavi facendo una stupidaggine, ed essendo anche 

estremamente intelligente di solito aveva ragione lei. Nonostante questo la perdonavi perché, anche se era una stronza risaputa, sapevi che in fondo ti voleva bene. Ci conoscevamo dalla bellezza di ventotto anni, l’età di Rachele, e in sostanza eravamo quasi sorelle. I nostri padri erano sempre stati amici, e ogni volta che da bambina scendevo dalla Liguria a Firenze per trovare nonna Tilde, io e Rachele giocavamo insieme. Condividevamo la passione per la lettura e sognavamo entrambe di fare le scrittrici. Durante i periodi che passavamo senza vederci ci raccontavamo in lunghe lettere scritte con parole in codice, che capivamo soltanto noi. Eravamo un club molto esclusivo.

Quando avevo deciso di trasferirmi a Firenze aveva pregato la madre in ginocchio per ottenere il permesso di venire a vivere con me.

«Quando ti decidi a cambiare questo motorino?» le dissi. «A parte che un coso così brutto in vita mia non l’ho mai visto, ti fa puzzare di catrame i vestiti, e poi sai quanto inquini con un motore a due tempi? Compri profumi francesi che costano un occhio della testa e poi usi questo trabiccolo.»

«Senti, libraia ecologista dei miei stivali, me lo compri te un motorino nuovo? Io non ci giro con la bicicletta e la borsa intrecciata dei peruviani. E poi, cos’hai contro Becco? È un oggetto meraviglioso. È… vintage!»

Becco, il motorino di Rachele, era un Liberty del 1999 di un colore bronzo raccapricciante, al quale era stata strappata la mascherina anteriore in un inspiegabile tentativo di furto. Lei non si era scomposta, mantenendo il suo proverbiale aplomb, e aveva rimediato sigillando il buco con un sacco nero della spazzatura, per poi completare il lavoro con un’altra mascherina che aveva trafugato da un ferrovecchio abbandonato in periferia. Sul rattoppo qualcuno aveva scritto “becco” con un pennarello viola, probabilmente dopo un parcheggio allegro di Rachele su qualche marciapiede la sera della pulizia stradale.

«Sorvolo sugli insulti alla mia borsa. Vado a lavorare, ci vediamo stasera. Ah, mi hai preparato qualcosa da leggere?»

Rachele abbassò lo sguardo facendosi subito timida. Mi stupiva sempre vederla così, non mi ero mai abituata a lei in quella versione. Da quando il lavoro in un giornale locale le aveva aperto gli occhi sulla realtà della vita da pubblicista non affermato, aveva deciso di rallentare gli studi universitari in giornalismo per provare altre strade. Ma la passione per la scrittura sopravviveva indomita e il sogno di fare la scrittrice non l’aveva mai abbandonata. Quasi tutte le sere, dopo otto ore di lavoro, mangiava un boccone davanti al pc in biblioteca, dove scriveva racconti da inviare a qualsiasi concorso letterario trovasse.

Aveva da poco deciso di cimentarsi con il suo primo romanzo, ed era proprio su quello che prima di Natale mi aveva chiesto un parere. Scrivere era anche un modo di distrarsi da un contesto famigliare che negli ultimi anni si era fatto difficile. I suoi genitori erano sempre stati più che benestanti, ma dopo il fallimento dell’azienda di famiglia il loro patrimonio era stato dilapidato quasi interamente per coprire i debiti contratti dal padre. Tutta questa brutta storia l’aveva scaraventata in una situazione di indigenza a lei sconosciuta. Il lavoro alla Reska, un’agenzia di recupero crediti, trovato grazie a un annuncio sul web, le permetteva di pagare l’affitto della stanza che fino a quel momento era stato saldato puntualmente dal bonifico di Torresi senior. Odiava il suo lavoro, ma per il momento si accontentava, in attesa di qualcosa che non fosse friggere patatine al fast food – anche se, pur di non tornare a casa dai genitori, avrebbe fatto anche quello.

«Credevo te ne fossi dimenticata» mormorò frugando dentro la sua borsa in morbida pelle marrone, perfettamente intonata con il cammello del cappotto, «ecco, questi sono i primi due capitoli. Mi raccomando, non voglio sconti. Devi essere spietata come non sei mai stata in vita tua.»

«Contaci, ho due o tre conti in sospeso con te.»

«A proposito…» Un sorrisetto malizioso spuntò sulle sue labbra, che quel giorno aveva truccato con un rossetto color mattone, anche quello intonato a borsa e cappotto, maledette ragazze chic! «Com’è andata ieri sera con quello sfigato che ti portavi appresso? Immagino non bene, se ho dovuto farti la finta telefonata.»

Non avevo voglia di parlare della mestizia che mi aveva colto la sera precedente, quindi tagliai corto.

«Faccio tardi al lavoro. Vado.»

Lei mi rivolse quel suo sguardo sarcastico che utilizzava quando sapeva di averti colto in fallo. Mentre apriva il bauletto del motorino per prendere il casco mi ritrovai ad ammirare i suoi bellissimi capelli mogano che cadevano in morbide onde sulla sua schiena. Non avrei avuto capelli così lucenti neanche se li avessi lavati con l’acqua Evian ogni giorno, e lo asserisco perché per un periodo, dopo aver letto su “Vanity Fair” che era parte, da anni, della beauty routine di Demi Moore, ci avevo anche provato, ma con scarsi risultati…

Elena Molini è la titolare della Piccola Farmacia Letteraria, che esiste davvero a Firenze e davvero, seguendo i dettami della biblioterapia, consiglia i libri in base allo stato d’animo dei lettori, proprio come se fossero dei medicinali. Questo è il suo primo romanzo.

I libri di Jenny
Buona lettura!

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Jenny Citino è la curatrice del blog letterario "Librichepassione.it" Amante della lettura sin da bambina, alterna questa sua passione con la musica classica, il giardinaggio e la pratica dello Yoga.

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